Le mosse della premier

Meloni bifronte, lottatrice nel fango di giorno e crocerossina di notte: Giorgia impaurita dalla rimonta del No al referendum

Politica - di David Romoli

21 Febbraio 2026 alle 13:00

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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj in occasione del vertice intergovernativo tra Italia e Germania, Roma, Venerdì 23 Gennaio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Premier Giorgia Meloni at Villa Doria Pamphilj during the intergovernmental summit between Italy and Germany, Rome, Friday, January 23, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj in occasione del vertice intergovernativo tra Italia e Germania, Roma, Venerdì 23 Gennaio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Premier Giorgia Meloni at Villa Doria Pamphilj during the intergovernmental summit between Italy and Germany, Rome, Friday, January 23, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)

Il presidente ha ragione: la campagna referendaria non deve degenerare  in una “lotta nel fango”. Lo dice la stessa Giorgia Meloni che 24 ore prima si era scagliata con toni violentissimi contro i giudici rei di aver dato ragione alla Sea Watch, e prima ancora aveva bersagliato ad alzo zero altre scelte dei magistrati con i medesimi toni.

È vero che la premier ha l’accortezza di non accostare mai apertamente i suoi attacchi contro il potere togato al referendum. Ma l’alibi è risibile e comunque se non è lei a dire apertamente che bisogna votare Sì al referendum per impedire quelle sentenze ci pensano i suoi ufficiali e non uno solo ma in folto e rumoroso coro.

Evviva Mattarella, quando dice che il Csm deve “rimanere estraneo a diatribe di natura politica”. La premier è inappuntabile se non fosse che a sparare sul Consiglio è stato il suo ministro della Giustizia, nonché testimonial numero uno della riforma, senza che nessuno lo smentisse o prendesse le distanze sino a che non è sceso in campo, armato di bacchetta, il capo dello Stato. La premier vorrebbe che andasse a votare il maggior numero di persone e che c’andasse consapevolmente. La prima parte dell’enunciato è del tutto sincera, anche perché analisti e sondaggisti concordano nel dire che l’affluenza alta è decisiva per la vittoria del Sì. La seconda parte dell’affermazione è meno discutibile: la campagna del Sì, come quella del No, di tutto parla tranne che del merito della riforma.

“Basta con i toni apocalittici” s’inalbera Giorgia ma poi per le prime erompe di continuo contro i magistrati colpevoli di non mettere in atto i desiderata delle leggi anti-migranti.

Se la riforma della magistratura partorita dal ministro Nordio non mette i Pm alle dipendenze dell’esecutivo, va notato tuttavia come essa viene presentata: ovvero come la tagliola definitiva contro i giudici disobbedienti. Il No ha tutte le sue ragioni nel dipingere la riforma come arrembaggio all’autonomia della magistratura e quindi nell’asserire, senza citare alcun elemento probatorio, che la dipendenza dei Pm dall’esecutivo anche senno c’è è come se ci fosse, o comunque arriverà di certissimo. Il prossimo passo annunciato da Tajani in persona, quello di togliere al pm il controllo della polizia giudiziaria, offre al No argomenti di una certa rilevanza, in tal senso.

Ma perché il Sì, d’altra parte, racconta la bugia e finge che con la riforma approvata i pm, sottoposti all’esecutivo, non potrebbero più sentenziare come hanno fatto sulla Sea Watch e sugli scontri di Torino? Non solo la narrazione è puramente fantasiosa ma accredita anche quella della controparte, in apparenza dovrebbe quindi essere evitata e smentita dal Sì con decibel alle stelle.

Solo che l’elettorato di destra, come sanno benissimo i sondaggisti, si mobilita con molto maggiore difficoltà rispetto a quello della sinistra, in buona parte va a votare solo quando si sente per qualche motivo direttamente coinvolto e in tutta evidenza non è questo il caso. Per scaldarlo deve vedere messe in gioco le sue priorità che a conti fatti sono sempre le stesse: immigrazione e sicurezza. Dunque anche i propagandisti del Sì devono mentire e raccontare che se vincesse la riforma i giudici sarebbero domati e sottomessi. E in questo clima l’Italia si prepara a votare su una riforma che, per come la dipingono entrambi i fronti, non esiste.

21 Febbraio 2026

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