Il docufilm dedicato al ricercatore
“Un film per Giulio Regeni, senza memoria non c’è giustizia”, intervista al regista Simone Manetti
Gli ultimi giorni del ragazzo ucciso a Cairo dieci anni fa sono raccontati in presa diretta. Un atto di verità che sa toccare dimensione etica e privata, grazie alle preziose testimonianze dei genitori
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
Il 3 febbraio 2016, nei pressi del Cairo, il corpo del ricercatore italiano Giulio Regeni viene ritrovato senza vita. A 10 anni da quel giorno, è arrivato nelle sale, grazie a Fandango, il 2, 3 e 4 febbraio: Giulio Regeni – Tutto il male del mondo.
Il docu-film diretto da Simone Manetti, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, e Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, ricostruisce, grazie al contributo della famiglia Regeni e dell’avvocata Ballerini, le tappe del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore italiano. Complice l’inizio, finalmente, del processo, iniziato nella primavera del 2024 e che andrà a sentenza entro la fine del 2026, a raccontare la storia di Giulio, per la prima volta, sono proprio i suoi genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Un padre e una madre che per arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini, l’avvocato che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che nel 2023 ha portato al processo contro quattro agenti della National Security egiziana. Ed è davvero paradossale che in contemporanea all’uscita del film, l’Ue abbia deciso di votare un nuovo regolamento per il diritto d’asilo che considera l’Egitto Paese sicuro, con il plauso della “patriota” Giorgia Meloni. Raggiungiamo telefonicamente Simone Manetti che ci racconta l’avventura del film.
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Qual è la genesi del film? Risale all’inizio del processo?
In realtà un po’ prima. La prima persona che si è avvicinata ai genitori di Giulio Regeni è stato Emanuele Cava, uno dei due coautori insieme a Matteo Billi e lo ha fatto più in segno di vicinanza ai genitori che con un progetto vero e proprio. Pian piano è entrato in confidenza con loro, ha conquistato la loro fiducia e poi a quel punto sono salito io a bordo del progetto. Abbiamo cominciato a chiedere loro se sarebbero stati disposti a darci la possibilità di raccontare questa storia in un film documentario. Inizialmente le risposte sono state negative, ma, poi, con la partenza del processo, la frequentazione e la nascita di un vero rapporto di fiducia, è arrivato il sì. Siamo partiti senza un editor, senza una produzione, senza una prospettiva, però avevamo il sì e sapevamo che sarebbe partito il processo di lì a poco. Siamo andati da Mario Mazzarotto di Ganesh Film e gli abbiamo proposto questo progetto “pirata” perché fuori dalle convenzioni e da un’idea commerciale e lui ha aderito a questo progetto perché un po’ come noi lo ha concepito, più che come un film, come un atto di cittadinanza. Noi il film l’abbiamo fatto con l’intenzione di affiancare il popolo giallo, di fare qualcosa affinché questa storia non svanisse nel nulla e perché crediamo fortemente che, perché ci sia giustizia, debba esserci memoria e perché ci sia memoria, serve il racconto. Noi abbiamo cercato di dare il nostro piccolo contributo in tal senso.
Nelle note di regia scrive che questo docufilm non è un film d’inchiesta né un racconto true crime ma un viaggio che attraversa questa storia dal punto di vista più vicino a Giulio Regeni e quindi alle persone che hanno vissuto quella vicenda. Perché era importante per voi un approccio più intimo?
Per noi era fondamentale, vista la profondità della ferita che questi genitori hanno provato, riuscire a fare un film che fosse il più rispettoso ed etico possibile, visto che non avevamo appunto editori, deadline, abbiamo deciso di fare il film nella maniera più libera possibile. Sentivamo il dovere che fosse più un atto etico e volevamo rifuggire immediatamente sia dalla morbosità sia da qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore. Quando è arrivata la Fandango di Domenico Procacci e Laura Paolucci a prenderci la mano per distribuire il film, senza dircelo hanno capito che tipo di lavoro stavamo facendo e ci hanno continuato a lasciare un’estrema libertà autoriale. Si può dire che gli unici veri editor in questa storia sono stati i genitori di Giulio e l’avvocata Ballerini.
Il titolo “Tutto il male del mondo” lascia intendere che il film si apre anche a una dimensione geopolitica. Come avete aperto il respiro del film senza perdere il fuoco su Giulio?
Il titolo per noi ha sempre avuto una doppia valenza: è sia la citazione della frase detta dalla madre di Giulio alla prima conferenza stampa sia il riferimento al male sistemico. Aprire la storia di Giulio alla geopolitica e agli intrighi internazionali con riflessioni su cosa voglia dire democrazia oggi, era inevitabile per noi. Abbiamo seguito l’insegnamento di Paola Deffendi e Claudio Regeni che è vero sono i genitori di Giulio, lo saranno sempre, e la loro sofferenza per me è inimmaginabile, però l’hanno sempre tenuta nel privato, perché hanno avuto il coraggio di svestire i panni dei genitori in pubblico e indossare quelli di cittadini, portando avanti una battaglia per la collettività e non per il singolo. Volevamo partire da Giulio, sgombrare il campo dalle false credenze, rimettere in ordine ciò che è successo in quei nove giorni al Cairo e in questi dieci anni di ritardo, ma era necessario contestualizzare e aprire lo sguardo alla condizione geopolitica che ha un riverbero sull’oggi. La battaglia che il popolo giallo porta avanti da anni è una battaglia per tutti noi.
Come vi siete mossi in termini di scelta del materiale da includere? Penso ai media egiziani, ad esempio.
La nostra volontà era quella di costruire una sorta di macchina del tempo in modo da poter far rivivere allo spettatore gli eventi quasi come se stessero avvenendo in presa diretta e quindi la comunicazione, il racconto, che anche l’Egitto faceva della storia, per noi era fondamentale per far capire la temperatura dei rapporti e delle tensioni che si stavano creando tra Italia ed Egitto. Senza mai puntare il dito sulla persona singola quegli interventi per noi rappresentavano il controllo, il male sistemico e come viene veicolato anche a livello di informazione.
Alcune recensioni parlano del film come di un’ode alla forza ostinata dei genitori di Giulio. Era nelle vostre intenzioni?
Se c’è un’ode è un’ode che legge lo spettatore, noi abbiamo cercato di fare un passo indietro come autori perché non ci volevamo sovrapporre alla storia ma la volevamo raccontare nella maniera più oggettiva e comprovata possibile in modo da mettere sul tavolo tutte le carte che avevamo a disposizione e che la procura di Roma insieme all’avvocata Ballerini hanno messo a disposizione e perché lo spettatore si potesse fare la propria idea. È chiaro che io stimo tantissimo i genitori di Giulio e l’avvocata Ballerini però era nostra intenzione fare un film senza una tesi preconcetta, rimettendo le cose in fila per poterle rileggere con la giusta distanza.
Che esperienza è stata il percorso di questo film, da regista e da essere umano?
Molto probabilmente me ne accorgerò fra un po’ di tempo, ora siamo un po’ travolti da queste anteprime che sono state piene di affetto ed emozioni, sono stati due anni intensi. Quando fai un film del genere ti immergi completamente nella storia quindi mi porto a casa sicuramente tanto dolore da quello che abbiamo messo in scena ma anche tanta fiducia e affetto nei rapporti sia con i genitori di Giulio che con l’avvocata Ballerini e con tutto il team che ha lavorato. Non è stato un film facile, essere liberi spesso comporta delle difficoltà però tutti lo volevamo fare perché per noi era anche un atto di cittadinanza. È stato per me più simile all’esperienza con il mio primo film o con Sono innamorato di Pippa Bacca, sono quelle avventure umane che entrano a far parte del bagaglio di una persona.