"L'Italia che non arriva a fine mese"

L’Italia affonda nel lavoro povero: un nuovo modello industriale per raddrizzare la rotta del Paese

Decenni di globalizzazione neoliberista hanno acuito le diseguaglianze e ridotto alla fame i lavoratori: dal 2021 a oggi i salari registrano un -8.8%. Per uscire dalla crisi serve un nuovo modello industriale

Economia - di Mimmo Carrieri, Cesare Damiano, Agostino Megale

15 Febbraio 2026 alle 11:30

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Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica
Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica

Per gentile concessione degli autori e dell’editore, pubblichiamo qui di seguito un estratto del nuovo saggio di Mimmo Carrieri, Cesare Damiano e Agostino Megale, intitolato “L’Italia che non arriva a fine mese” (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 16 euro) in libreria da febbraio.

Abbiamo cercato di mettere in evidenza, attraverso la nostra narrazione, come, in circa settant’anni, lo sviluppo economico e, di conseguenza, quello del benessere delle lavoratrici e dei lavoratori, abbia seguito un percorso che può essere descritto come l’arco di una parabola. Esso va dall’industrializzazione post-bellica all’attuale crisi sistemica della globalizzazione. Dopo un lungo periodo di crescita generalizzata del benessere, nei paesi più avanzati, negli ultimi decenni sono invece aumentate le insicurezze e si è allargato il disagio sociale: arrivando – come si può osservare in Italia – alla dilatazione dei numeri della povertà o alla diffusione del fenomeno dei poveri con lavoro. Anche nei paesi emergenti, che pure hanno nel complesso beneficiato della globalizzazione economica, i miglioramenti delle classi lavoratrici si sono però rivelati nel complesso inferiori alle attese. Quindi i decenni della globalizzazione finanziaria neo-liberista non hanno condotto, nonostante le promesse, a condizioni di lavoro e di tutele migliori per tutti. Anzi le disuguaglianze, a partire da quelle economiche e salariali, non sono mai state così grandi come nel più recente arco di tempo.

Se nei paesi emergenti parte delle classi lavoratrici è restata al palo, invece nei paesi avanzati si sono registrati diffusi arretramenti, che appaiono particolarmente visibili nel nostro Paese. Infatti dobbiamo constatare il crollo dei salari: rispetto al 2021 le retribuzioni perdono mediamente l’8,8% e secondo l’Istat a dicembre 2026 dovrebbero attestarsi ancora su un meno 8% (sempre rispetto al 2021): cosa che porta ad una perdita secca di 2500 euro rapportata a stipendi di 30mila euro. Ecco dunque la sostanza viva della ‘questione salariale’: la quale insieme all’insicurezza, alla precarietà e all’aumento del lavoro povero approfondisce le disuguaglianze che attraversano oggi il nostro mondo dei lavori. Né una inversione di tendenza sembra arrivare, sempre ragionando su scala globale, dal tecno-capitalismo, fortemente concentrato e personalizzato, che ha preso forma più di recente trainato dalle grandi piattaforme tecnologiche: quello che Piketty chiama ultra-capitalismo. Il lavoro e i lavoratori sono spesso evocati in questa narrazione ma non occupano un posto da protagonisti, anche se una parte rilevante degli operai ha votato per i personaggi e i partiti che appartengono a questo filone. Lo scenario globale che si è così delineato ha avuto effetti spiazzanti, che hanno ridotto le sicurezze dei lavoratori, e nel contempo nella sfera politica hanno colpito in primo luogo la sinistra e le sue certezze ideali e sociali.

In questo quadro la nostra preoccupazione è stata quella di indicare alcune strade per rimettere al centro del discorso pubblico il lavoro e la sua dignità, in modo da superare il deficit di rappresentanza dei lavoratori, in particolare di quelli deboli. Il nostro bersaglio non sono state solo le destre e il tecno-populismo di stampo autocratico e feudale, che attraversa minaccioso in questo momento larga parte dell’Occidente. Abbiamo voluto richiamare l’attenzione sulle colpe cha ha avuto, non solo in Italia, la sinistra nelle sue diverse componenti (il campo largo). Troppo a lungo prigioniera delle illusioni del mercato e del neo-liberismo ha perso di vista la crescente insicurezza sociale e i nuovi disagi che affliggono una ampia parte dei lavoratori in primo luogo tanto gli operai tradizionali che le larghe schiere di lavoratori esecutivi riprodotti negli ultimi decenni dalle trasformazioni tecnologiche e da nuovi modelli organizzativi. Questo ne ha irrimediabilmente ristretto le basi sociali, concentrate in prevalenza – e non è un fenomeno solo italiano – nell’ambito dei ceti medi urbani ad alta scolarizzazione. Quindi il nostro bersaglio principale non è quello di criticare l’attuale governo di destra, le cui politiche e i cui impatti sul lavoro, specie quello più vulnerabile, restano comunque largamente discutibili e insoddisfacenti. Piuttosto quello di fornire un contributo per riposizionare la sinistra nelle sue diverse componenti intorno ai temi della riduzione della disuguaglianza e all’affermazione di una nuova generazione di diritti sociali.

Come mettere in moto questa dinamica virtuosa ed innovativa?

Numerosi sono i punti e le proposte di politiche che si possono avanzare. Eppure non ci sembra sufficiente un elenco più o meno efficace di buone intenzioni. Per operare un raddrizzamento, e forse un rovesciamento, dello scenario attuale serve qualche cosa di più. Un vero e proprio salto, di paradigma e di progetto, in una direzione diversa. Una direzione che si fonda sull’idea che le priorità principali debbono ruotare intorno al lavoro e al welfare: non un semplice oggetto della macro-politiche, come è successo nella lunga era liberista, ma come il principale luogo di imputazione di un corso diverso. Fondato sulla crescita salariale e della buona occupazione, sull’uso della spesa pubblica come investimento sociale, e nell’insieme tale da dare una scossa rompendo con gli equilibri precedenti.

Non si tratta soltanto di una istanza etica o di una esigenza utopica: esistono le condizioni tecniche per andare in questa direzione. E la sua affermazione non riguarda solo gli interessi dei lavoratori o si basa su un approccio meramente partigiano. Grazie a questa scossa possiamo immaginare un riposizionamento verso l’alto del sistema economico, una spinta al cambiamento tecnico e organizzativo, uno stimolo agli incrementi di produttività: quindi benefici di carattere generale che hanno impatto sulla vita di tutti. Insomma, serve un nuovo ciclo delle politiche riformatrici, dopo quello fordista imperniato sullo statalismo socialdemocratico e quello più recente ispirato alle virtù del mercatismo della ‘terza via’, promosso inizialmente da Blair nel Regno Unito e in seguito adattata negli altri Paesi. Un ciclo radicalmente diverso, in quanto animato dall’idea dello sviluppo sostenibile, e nel quale il necessario ruolo di indirizzo strategico dello stato e degli investimenti pubblici funziona solo se riesce a mettere in moto la partecipazione attiva dei soggetti sociali e a coinvolgere gli attori privati, nella loro creatività e nella loro voglia di rischiare.

Come dare vita a questa non semplice equazione?

In passato, come sappiamo bene, per tenere insieme i diversi interessi in una sintesi efficace si è fatto ricorso alla concertazione tra governo e parti sociali, con esperienze importanti e di successo, come in particolare da noi l’Accordo Ciampi del 1993. Oggi non è venuta meno l’esigenza di un grande patto sociale, largamente inclusivo e tale da raccordare la varietà dei gruppi sociali e delle loro domande in una chiave propulsiva, coniugando dinamismo delle imprese e coesione sociale, lavoro e mercato. Esso si presenta più difficile da costruire per diverse ragioni. La prima è che diversamente dal passato tale grande accordo non può limitarsi alle sole politiche regolative, per quanto sussista l’urgenza di rivisitare in profondità la politica dei redditi. Invece il focus si è spostato in corso d’opera verso le politiche dell’innovazione e la loro capacità di misurarsi con successo con le sfide della transizione digitale e di quella ecologica: le quali richiamano tutte misure non meramente gestionali, o di manutenzione ordinaria, ma che rinviano invece ad un cambiamento organizzativo e ri-organizzativo ad ampio spettro.

Le seconda è che la parte virtuosa dei nostri interessi organizzati – Confederazioni e Confindustria – già da tempo si muove verso la via alta alla competizione, tendenzialmente costruita intorno a occupazioni migliori e meglio retribuite, oltre che basata su una maggiore propensione verso le innovazioni: come peraltro già era stato ribadito con enfasi nell’Accordo interconfederale del 2018 (il cosiddetto Patto per la fabbrica). Il punto è che per dare una portata generale al grande patto necessario in questa fase appare cruciale includere – per renderla più moderna e competitiva – l’area grande, eterogenea e crescente dei servizi a bassa produttività, dove si concentrano i principali difetti economici e sociali del nostro assetto. Quindi la questione nodale consiste nel portare progressivamente le imprese e i lavoratori che operano in questi ambiti verso una condizione più vantaggiosa e più prossima a quella degli altri comparti produttivi.

Il grande patto sociale dei giorni nostri – sia disponibile o meno il governo – è diventato una tela complessa da tessere, immaginando un mosaico denso di caselle , e un impegno da costruire nel lungo periodo con lo scopo far uscire il Paese dalla stagnazione : a questo serve spostare verso l’alto in progress convenienze e comportamenti degli attori economici, e innalzare per questa via salari e tutele dei lavoratori.
Una operazione non semplice e non episodica , in grado di concentrare l’impegno di lungo periodo di tanti attori pubblici e privati, incluso il mondo scientifico e della ricerca, intorno all’aumento – misurabile e verificabile – della quantità e della qualità del lavoro: qualche esempio, in buona misura positivo, esiste già, come il Patto per il lavoro realizzato negli anni scorsi nella Regione Emilia Romagna. Insomma le Confederazioni e Confindustria svolgono – e continueranno a svolgere – un ruolo indispensabile e centrale, ma sempre che siano capaci di aprirsi ad altri soggetti, domande ed interessi: se si vuole dare al nuovo patto una configurazione davvero sistemica , tale da toccare e spostare verso l’alto il continente, fin qui poco esplorato e poco rappresentato, del terziario debole.

Per questa ragione ai protagonisti della scena politica e sindacale viene richiesto uno sforzo straordinario di immaginazione e di azione sul campo. E qui noi abbiamo in mente in modo specifico , accanto al ruolo dei grandi sindacati, quello della sinistra e dei progressisti.
Per certi versi la sinistra deve lanciare un messaggio di distacco esplicito dalle illusioni neo-liberiste. Dai modelli di sviluppo europei fondati sull’austerità e incapaci generalmente di favorire miglioramenti socialmente soddisfacenti. Dalla vulgata dominante relativa alle politiche dell’offerta e alla flessibilità, viste come le chiavi di volta per risolvere i problemi del mercato del lavoro: anche in questo caso con esiti inferiori alle attese e comunque largamente inadeguati ( specie in alcuni casi nazionali come il nostro). Per altri versi è diventato imprescindibile elaborare e pensare un nuovo corso. Non un semplice programma (che pure ci vuole) , bensì una visione in grado di coniugare passioni ed interessi , animando le tante gambe della partecipazione politica e sindacale, riportando a votare i più deboli, costruendo politiche con effetti controllabili da vicino dai diretti interessati.

Un vero e proprio salto di paradigma, in grado di aprire un territorio ancora in parte da esplorare, seppure lontano dai modelli e dagli imperativi dell’ultimo trentennio. Un paradigma che fonda la crescita – nazionale ed europea – non più (soltanto) sull’export bensì sugli investimenti (non solo pubblici) , sullo stimolo alla domanda, sul rilancio delle retribuzioni.

di: Mimmo Carrieri, Cesare Damiano, Agostino Megale - 15 Febbraio 2026

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