La moglie del detenuto palestinese

“L’ultimo giorno di occupazione sarà il primo di pace”, parla Fadwa Barghouti

Dal 7 ottobre sono stati arrestati oltre 32mila palestinesi, 9350 sono ancora in carcere. Non sappiamo quanti siano i prigionieri di Gaza, spariscono persone in continuazione. Sono aumentate le torture, almeno 110 persone sono morte in carcere. Non mi fanno vedere Marwan, mio marito, da tre anni

Esteri - di Stefano Galieni

12 Febbraio 2026 alle 17:30

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Fadwa Barghouti, componente del Consiglio rivoluzionario di Fatah, avvocata, portavoce e moglie di Marwan Barghouti, definito il “Mandela palestinese”, da 24 anni detenuto nelle carceri israeliane, è stata in Italia di recente. Il governo di Tel Aviv che ha condannato Marwan Barghouti a 5 ergastoli e 30 anni di carcere in quanto accusato di essere il mandante di 5 omicidi, ha rifiutato finora categoricamente di prendere in considerazione la sua liberazione e i motivi, come ha più volte affermato Fadwa, sono evidentemente politici. Il prigioniero, per molti osservatori politici ritenuto il più significativo del pianeta, non solo ha l’autorevolezza per unificare le diverse anime e sensibilità del popolo palestinese, ma intende proporre un reale processo di pace che costringerebbe Netanyahu e il suo governo a trattare e a non poter portare avanti la pulizia etnica, l’annessione e il genocidio che non si sono mai fermati.

Fadwa Barghouti non parla soltanto a nome della propria famiglia, di un marito con cui è sposata da 41 anni di cui 30 trascorsi in carcere, di figli cresciuti senza padre e di nipoti che sanno soltanto del grande valore del nonno che non hanno mai incontrato. Parla con la voce di un popolo, di madri, padri figli, che hanno visto i propri cari uccisi, incarcerati o che sono ancora detenuti, ostaggi di una guerra asimmetrica. Fra questi oltre 350 – ma come per tutti il numero è per difetto – sono minorenni che vivono reclusi in condizioni oscene e spesso senza nessun capo d’accusa a loro carico di cui rispondere. Ad ogni incontro, anche se ringraziava per l’attenzione ricevuta, non ha perso occasione per rimarcare le ragioni collettive: “Penso che la diretta televisiva abbia strappato il velo a chi si è riempito in maniera ipocrita la bocca di diritti umani che si fermavano ai confini della Palestina. La nascita di uno Stato palestinese è impedita dal progetto sionista di attuare un genocidio, come accade a Gaza o cacciarci sottraendoci terre e acqua, come fanno i coloni e questa sarebbe la sola democrazia del Medio Oriente? Abbiamo conosciuto la ferocia e abbiamo visto come tanti popoli, l’Italia è stato uno splendido esempio guida, ci continuino a stare vicini mentre i loro governi tacciono. Il volto di Marwan può fare pressione e per questo chiediamo di mostrarlo, come presenza costante, in ogni evento pubblico”.

Per Fadwa la guerra che stanno subendo i palestinesi si svolge su tre fronti: “Il primo, a Gaza, è combattuto da un esercito potentissimo contro un popolo armata dalla ferma convinzione di vincere e di giungere alla liberazione. Si tratta di una guerra unilaterale che ha portato al genocidio. Il secondo fronte è quello in Cisgiordania dove, con l’aumento della colonizzazione si vuole definitivamente affossare la soluzione dei “due Stati”. Non si vuole garantire la continuità territoriale, si vogliono espellere, soprattutto dall’area settentrionale, migliaia di famiglie. E la comunità internazionale su questo è silente, non interviene. Il terzo fronte è quello delle carceri. Dal 7 ottobre sono stati arrestati oltre 32mila palestinesi, di questi, con certezza, 9350 sono ancora in carcere. Ma non sappiamo quanti siano realmente i prigionieri di Gaza e registriamo numerose sparizioni di persone. Dal 7 ottobre sono aumentate le torture, non solo psicologiche ma fatte di abusi, percosse, ferite che non vengono curate. Sappiamo che almeno 110 persone sono morte in carcere ma anche il loro numero è incerto. Non sono più ammesse nemmeno le visite. Io non vedo mio marito da tre anni, non ricevo notizie certe e anche il diritto ad incontrare i legali, alla loro difesa, è praticamente inesistente. Quando sono iniziati gli scambi di prigionieri, dopo l’inizio della cosiddetta tregua, ho sperato e ho anche creduto che oggi sarei potuta essere qui con voi a festeggiare la liberazione di Marwan. Hanno liberato altri detenuti condannati all’ergastolo ma per lui non si è aperto alcuno spiraglio.

Quando Marwan è stato rapito, non arrestato, potevo scegliere se restare a casa ad attendere o se seguire il suo esempio e ho scelto la seconda via. In 24 anni sono stata in circa 54 Paesi per parlare della liberazione di Marwan e degli altri detenuti. Dopo l’ultima delusione è difficile riprendersi, spiegare a figli e nipoti che non bisogna arrendersi, ma eccomi qua. La mia scelta non è cambiata. La lotta per la sua liberazione è quella per tutti i prigionieri e per un intero popolo. Come dicevo la ragione per cui non lo rilasciano non è legata, come raccontano, a questioni inerenti la sicurezza. Il suo processo è politico come lo è la sentenza. Marwan non ha riconosciuto legittimità al tribunale che lo ha condannato ne al processo. Lui è un parlamentare ed è espressione della volontà popolare che non può essere processata da un occupante. Israele ci vorrebbe divisi mentre Marwan è ormai simbolo di unità e nulla fa più paura di un leader popolare. Ma la speranza non si uccide. Tempo fa e con i riflettori addosso, il ministro Ben Gvir ha visitato in carcere Marwan per insultarlo, minacciarlo e deriderlo. Io penso che queste minacce siano la rappresentazione simbolica dell’occupazione israeliana. Loro hanno mandato un bulletto. Noi dimostravamo di avere ragione e abbiamo affermato ancora una volta come si traduca, nei fatti, l’occupazione e anzi, quella provocazione ha riaffermato ancora di più il fatto che la pace non può prescindere dal ruolo che potranno svolgere persone sagge, come Marwan, in grado di unificare rappresentando tutte le posizioni presenti nel popolo palestinese”

È inevitabile porre a Fadwa Barghouti una domanda in merito al tanto decantato Board of Peace, la risposta che giunge è improntata verso il necessario pragmatismo “Nei passaggi che ci sono stati finora non siamo stati consultati ma noi palestinesi siamo abituare a valutare, di volta in volta, se quanto accade porterà o meno a veder realizzati i nostri obiettivi. A mio avviso è prematuro se il piano porterà o meno alla nascita di uno Stato palestinese e alla nostra autodeterminazione ma questo è il nostro obiettivo. Per questo non ci possiamo nemmeno permettere il lusso di scegliere gli interlocutori. Noi siamo portatori di una causa. In Italia ho incontrato esponenti del Ministero degli Affari Esteri e rappresentanti delle opposizioni. Ma dobbiamo essere fautori del più ampio dialogo possibile. È questo il nostro dovere rispetto al popolo palestinese e non vogliamo farci strumentalizzare per campagne elettorali, abbiamo bisogno di tutti coloro che vogliano aiutarci”.

All’incontro con Fadwa Barghouti era presente anche l’ambasciatrice di Palestina in Italia, S.E. Mona Abuamara, in carica dal settembre scorso e che ha accompagnato, in tutti gli incontri Fadwa Barghouti. “Parlare dei prigionieri palestinesi ha significato rompere un tabù – ci ha ottenuto ad affermare – Per questo la campagna lanciata in molti Paesi europei #FreeMarwanBarghouti è urgente e necessaria. Serve a far conoscere quello che continua ad accadere nel mio Paese dove, è notizia di questi giorni, Israele distrugge il palazzo dell’Unrwa (Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi che esiste dal 1949), senza che nessuno reagisca. Un fatto che rappresenta la storia di un genocidio in corso da decenni, in cui ogni forma di abuso avviene nella più piena impunità. Non bisogna offrire alcuna scusa all’occupante, la vita di un palestinese vale quanto quella di chiunque altro e non basta prendere oggi posizione contro le colonie illegali. Bisogna assumersi la responsabilità di non acquistarne le merci, bloccare la compravendita di armi, interrompere le relazioni commerciali. L’Italia deve essere coerente rispetto agli impegni assunti. Quello che vado dicendo in giro è che la nostra missione non è umanitaria ma politica, per questo dialoghiamo con tutti e per tali ragioni supportiamo ogni proposta ma ci soffermiamo su una loro implementazione. Di fronte alle necessità di oggi, ogni cosa permetta di fermare le morti ci rende possibilisti ma ci rendiamo conto che se ci si limita a firmare pezzi di carta che non portano da nessuna parte, non andremo mai avanti e non ci sarà mai pace vera”.

Mentre scriviamo, Fadwa Barghouti è già tornata in Palestina, certamente stanca ma portando con se non solo promesse ma la consapevolezza di un più consapevole coinvolgimento in Italia. In numerose città, con l’ausilio di singoli, associazioni, forze politiche e sindacali, si vanno formando comitati territoriali per la liberazione di Marwan Barghouti che innalzano il suo ritratto accomunato da quello di Nelson Mandela. Farli crescere è una tappa necessaria, mantenendo fede a quanto detto da Marwan e riportato più volte da Fadwa “L’ultimo giorno di occupazione sarà il primo di pace”.

12 Febbraio 2026

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