Il Comitato del Sì contro il ministro
Referendum, il cortocircuito a destra: i fischi dei penalisti per il Sì a Nordio dopo il decreto Sicurezza
Il ministro che ha scritto la riforma delle carriere ora propone più carcere preventivo e dice che il fermo di polizia è utile a ridurre il numero dei manifestanti. E si becca i fischi all’assemblea degli avvocati per il Sì
Giustizia - di Piero Sansonetti
Ieri il ministro Nordio ha partecipato a un’assemblea di penalisti per il Sì. Cioè un’iniziativa politica di sostegno alla riforma Nordio. E in quella assemblea è stato fischiato tre volte. Sul piano politico è un record. Il ministro che ha scritto la riforma è fischiato dai sostenitori della riforma. Però è un record che spiega bene il momento politico di grande confusione e impasse che stiamo attraversando.
Nordio è stato fischiato quando ha detto che la legge che ha permesso la scarcerazione dei tre anarchici a Torino è sbagliata e che va cambiata. Poi è stato fischiato quando ha sostenuto che i nuovi provvedimenti sulla sicurezza non sono liberticidi. Ed è stato fischiato di nuovo quando si è dichiarato soddisfatto della misura sul fermo di polizia, perché ha detto che in questo modo ci saranno meno manifestanti. (Effettivamente con una misura molto simile il governo italiano riuscì a ridurre quasi a zero il numero dei manifestanti tra il 1922 e il 1945).
Non so se quelle di Nordio sono semplicemente tre gaffe. Però non credo. Soprattutto la prima e la terza sono affermazioni gravissime. Perché evidentemente svelano un modo di pensare che col garantismo non ha niente, ma proprio niente a che fare. Sostenere che va cambiata la legge che ha consentito di evitare la detenzione cautelare degli anarchici, vuol dire pronunciarsi a favore di nuove leggi che permettano di aumentare in Italia la carcerazione preventiva. Cioè di ingrandire uno dei mali più gravi della nostra giustizia, determinato dallo strapotere delle Procure, e contro il quale, da anni, si batte il fronte garantista. Poi Nordio ha reso ancora più forte questa affermazione, esultando per un provvedimento che ridurrà il numero dei manifestanti, lasciando intendere che la vera ragione di quel provvedimento (i fermi preventivi in assenza di reato) non è la volontà di ridurre le violenze ma la volontà di ridurre i cortei. Aspirazione tipica dei regimi autoritari, non delle democrazie.
Le scivolate di Nordio sono solo la prova dell’agitazione nella quale il centrodestra vive questa fase di vigilia del referendum. La riforma che va al voto è una riforma garantista, che punta a ridurre il potere delle Procure rompendo il sistema di sostegno e complicità tra Procure e una parte della magistratura giudicante. La conseguenza fondamentale della riforma sarà quella di allontanare i Gip dai Pm, togliendo in questo modo ai Pm la loro grande forza che consiste nella possibilità di arrestare le persone con notevole discrezionalità. Oggi il Pm e il Gip sono colleghi, spessissimo anche molto amici, e se un Pm decide di arrestarti è molto molto difficile che il suo collega Gip glielo impedisca. Con la separazione della carriere si spera che i Gip recuperino la loro indipendenza e che il Pm non abbiano più il potere di mettere in prigione, cioè di anticipare la pena. Lo scopo della riforma è esattamente questo: aumentare le garanzie degli imputati, e quindi ridurre carcere e condanne. Non è quello di aumentare il numero dei prigionieri.
Il problema è che l’intero schieramento che sostiene il Sì, cioè la maggioranza di centrodestra, da giorni e giorni sta accompagnando la campagna per il Sì con una fortissima campagna giustizialista. Chiede più arresti, pene più severe per tutti, nuovi reati, fermi di polizia, invito ai magistrati ad essere più severi. Il centrodestra da diversi mesi è sceso in polemica contro la magistratura ma non per accusarla di giustizialismo, al contrario: per sostenere che non è abbastanza dura. O addirittura, come dice Nordio, che si adagia nell’applicazione di leggi lassiste e sbagliate. L’offensiva più forte è stata contro la magistratura che rifiuta di incarcerare i migranti senza tante storie. Questo è considerato un vero e proprio tradimento della nazione. Ma negli ultimi giorni il fronte è stato spostato anche sul versante interno, ad esempio con la decisione di trovare una scappatoia legale per permettere alla polizia di sparare a suo piacimento senza doverne rispondere alla giustizia. Se provi a dire che forse bisognerebbe rispettare leggi e Costituzione e che la licenza di uccidere c’è solo per James Bond, ti rispondono indignati: “Allora tu stai coi ladri! Noi stiamo con le guardie…”.
È in questo clima che le ragioni del Sì e del No traballano e rischiano di invertirsi. La destra accusa i liberali di sinistra di ignorare il merito del referendum e di scegliere il No solo per ostilità al governo Meloni. Sarebbe una critica giusta, in astratto. Il problema è che i liberali di sinistra si sentono lontani dallo schieramento del Sì, non perché aprioristicamente nemici della Meloni, ma perché lo schieramento del Si, dominato dal centrodestra, è impegnato in una delle più feroci campagne giustizialiste degli ultimi anni. Lo slogan del centrodestra (“separiamo le carriere così potremo arrestare più persone e riempire ben bene le carceri, e potremo gettare a mare gli immigrati”) è paradossale, insensato ma anche terrificante.