La recensione

Il caso (la vita) e la necessità (la chimica): a proposito dell’ultimo libro di Massimiliano Smeriglio

Particolarmente toccanti le pagine in cui il protagonista confessa aspetti intimi e delicatissimi della fase finale della dolorosa malattia della moglie.

Cultura - di Roberto Gramiccia

4 Febbraio 2026 alle 20:34

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Fa piacere che l’Assessore alla cultura di Roma scriva romanzi. Se poi sono anche di alta qualità, come l’ultimo uscito in queste settimane per Mondadori, Il legame covalente ( pp.228, euro 19), fa piacere ancora di più. Che, in quanto Assessore alla cultura di una città come Roma, Massimiliano Smeriglio sia colto potrebbe sembrare una cosa scontata. Ma non lo è per niente, visto lo spettacolo deprimente, a cui siamo costretti ad assistere, di una politica che divorzia dalla cultura, anzi che con la cultura confligge fragorosamente. E ancora di meno lo è se alla cultura, si associa un naturale talento narrativo, sostenuto da una prosa asciutta e antiruffiana che, come una canoa, scivola sull’acqua senza che il lettore debba far fatica a remare.

Naturalmente, cioè senza sforzo, la sobrietà elegante della scrittura di Il legame covalente si aggrappa – un legame nel legame – a temi forti e universali. Temi del nostro tempo ma che vanno anche oltre i suoi limiti perché hanno a che vedere con la necessità e la libertà, con la vita e con la morte, con le ambizioni delle donne e degli uomini e la loro fragilità. Polarità, come si vede metastoriche, che interrogano la filosofia prima ancora che la letteratura. E in effetti in un romanzo dove non si fa fatica ad entrare, che potrebbe apparire “semplice”, abita tutta la complessità di una totalità multiforme. Un “intero” che mi ha fatto molto pensare a un libro della mia formazione: Il caso e la necessità di Jacques Monod. 

Il protagonista del romanzo è un professore di chimica. Un brav’uomo – non certo un cuor di leone – che vive con la tavola periodica nella testa e attaccata al muro delle stanze della sua vita. Quella tavola è la bussola che governa il suo mondo. Non a caso il nome degli elementi chimici intitola ciascun capitolo e i legami chimici hanno un ruolo fondamentale e dirimente. Le caratteristiche dei legami cambiano e ciò modella le dinamiche che condizionano il porsi fisicamente – storicamente – della materia, nello spazio e nel tempo. Ci sono legami ionici, metallici e covalenti. Il legame che lega il chimico e sua moglie Marcella è di quelli forti: covalente.

“Il legame covalente è grossomodo questo: un abbraccio impercettibile, profondo, che tiene insieme ciò che altrimenti si disperderebbe. Una connessione fra due atomi che compone qualcosa di stabile. Non c’è pretesa, non c’è supremazia, ma l’esigenza di non restare soli. Una condizione necessaria e sufficiente all’esistenza”. Si tratta di una connessione vitale che unisce e nutre il rapporto fra i due sin dall’adolescenza. Necessaria, anzi indispensabile alla sopravvivenza in vita di un equilibrio che riguarda non solo il rapporto fra il marito e la moglie ma anche quello che entrambi hanno con il mondo. Una triangolazione che garantirà a queste due creature decenni di vita tranquilla e appagante, chiusa nel reticolo di una dimensione domestica non esaltante ma pacificata e autosufficiente.

La condizione che Marcella e suo marito condividono è quella di una fragilità passiva che serve a vivere, evitando l’insopportabilità dei traumi che destabilizzano altre e meno passive vulnerabilità. Che si tratti di un legame forte ma che nasconde una caducità profonda, nello scorrere del romanzo, lo dimostra la malattia (una leucemia incurabile) e poi la morte di Marcella che getta suo marito nella disperazione più cupa. Il professore non entra solo in crisi, perde proprio la testa, il posto di lavoro, l’interesse a curare la sua stessa igiene personale. Beve gin e vaga per le strade di Roma senza una meta. Rinuncia persino a interrogare la sua tavola periodica che, di fronte all’imprevedibilità dolorosa delle vicende umane, dimostra tutta la sua inadeguatezza. Rossellona, la vicina di casa romanista, in sovrappeso e doppiamente “ostacolata” a causa di un ritardo cognitivo, è l’unica a rimanergli vicina. (Ci sarebbe da riflettere sull’umanità di questa figura così vulnerabile).

In realtà il professore, ormai sessantenne, avrebbe anche una figlia, Beatrice, ma i rapporti con lei sono interrotti da anni. Bea è letteralmente scappata di casa. Abita in Francia e non ha mai sopportato l’uniforme, stagnante normalità dei rapporti che isolavano i genitori entro una bolla che galleggiava sul mondo. La morte della madre, poi, se possibile, ha peggiorato la situazione. Ma i genitori a suo tempo ne avevano sofferto fino a un certo punto, tanto forte e patologicamente ermetica era la loro autosufficienza.

Il resto del romanzo – che non ha mai cali di tensione – racconta con ritmo serrato l’illuminazione del chimico rispetto alla possibilità che sua moglie sia stata uccisa dalla formaldeide presente, e dolosamente malcustodita, nel laboratorio di analisi in cui lavorava come istologa qualificata. Il tarlo del dubbio si fa strada nella testa del protagonista e finalmente lo scuote dal suo torpore. Seguiranno vicende fra il reale e l’onirico in cui ad essere sognata è la vendetta sul datore di lavoro. La narrazione assume le caratteristiche del giallo in cui Bea, riemersa dall’oblio, ritrova imprevedibilmente il rapporto con il padre. Quest’ultimo, dopo averla seguita in Bretagna, recupera finalmente l’equilibrio perduto e tesse una relazione d’amore dolcissima con la neonata nipotina, alla quale sarà dato il nome di Marcella.

Particolarmente toccanti le pagine in cui il protagonista confessa aspetti intimi e delicatissimi della fase finale della dolorosa malattia della moglie. Un’esperienza che mette in scena ciò che  sembrerebbe impossibile e che qui non si vuole anticipare. Si tratta dell’esplicitazione di una fragilità che finalmente si riconosce come strutturalmente costitutiva dell’esistere, alla faccia della tavola periodica. Una fragilità che, alla fine, diventerà attiva e ribelle, riscattando la coppia da un destino di resa. E anche, forse soprattutto, indicandoci una strada.

di: Roberto Gramiccia - 4 Febbraio 2026

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