L'assedio a Kobane, la voce dei siriani
Dominio senza diritti, la Siria e l’alibi della sovranità
Non un patto tra autorità e cittadini, ma uno strumento di imposizione che non protegge e non include. “Ogni volta ci dicono: prima lo Stato, poi i diritti. E ogni volta restiamo senza Stato e senza diritti”. osservano molti siriani.
Esteri - di Giovanna Cavallo
Come il resto della Siria guarda al nord-est
Mentre Kobane continua ad essere sotto assedio, le forze tribali ausiliarie a quelle del regime tentano di sfondare da sud e da est le difese curde e la situazione umanitaria peggiora di giorno in giorno, le SDF hanno lanciato un appello internazionale, raccolto da decine di mobilitazioni in diverse città del mondo, per difendere questa straordinaria esperienza politica e i suoi riflessi politici e sociali.
Ma per i siriani, dentro e fuori dal Paese, cosa significa quello che sta accadendo nel nord est? E per noi quanto è importante saperlo? La percezione è che non si tratta solo di un nuovo fronte militare ma di uno specchio. Mentre nel dibattito internazionale il Rojava continua a essere raccontato come un esperimento prezioso o un problema di sicurezza da amministrare, a seconda dello sguardo e dell’interlocutore, ciò che può aiutare è inquadrare l’immagine intera e non solo il frammento dello specchio, perché ciò che accade lì non resta lì: riflette le fratture o le speranze dell’intera Siria con le sue ferite mai chiuse e la paura che la guerra, ancora una volta, stia solo cambiando forma. È da qui che parte questo racconto: da come i siriani guardano al nord-est e dal perché questa regione, lungi dal rappresentare una parentesi pacificata o una semplice “questione curda”, resta uno dei luoghi in cui l’assedio militare e le violenze documentate continuano a essere il modus operandi della crisi siriana.
“Non sappiamo tutto”: lo sguardo esitante dei siriani
Quando si chiede ai siriani che vivono fuori dal nord-est cosa pensano di quanto sta accadendo in Rojava, la prima risposta non è ideologica. È esitante. “Non sappiamo tutto”, “vediamo solo pezzi”, “ci arrivano versioni diverse”. Questa cautela non è indifferenza, ma il frutto di tredici anni di guerra. “Abbiamo imparato che la realtà siriana non entra più nelle formule semplici”, dice un insegnante di Hama. Molti rifiutano infatti le due etichette che dominano il dibattito pubblico: aggressione settaria da un lato, legittimo ripristino della sovranità dall’altro. “Quando sento queste parole so già che qualcuno vuole chiudere la discussione”, racconta. “Ma noi non viviamo di parole. Viviamo delle conseguenze.” Un elemento che ritorna in quasi tutte le interviste è la percezione che la polarizzazione serva prima di tutto a giudicare. Molti si autocensurano per paura che ogni parola venga usata contro un’intera comunità o contro una stabilità già fragilissima. “Finché non siamo cittadini, ma solo seguaci o sospetti, ogni evento verrà letto come una minaccia”.
Tuttavia dalle voci raccolte a Damasco, Homs, Sweida, lungo la costa e nella diaspora non emerge una lettura unica, ma almeno tre grandi narrazioni che si scontrano senza incontrarsi mai davvero. Per chi guarda al Rojava attraverso il confederalismo democratico, il nord-est resta un laboratorio politico: una possibile Siria diversa, meno centralista, più partecipata, più plurale. A Sweida, in particolare, questa esperienza è seguita con una miscela di attenzione e speranza, come se da lì potesse arrivare una via d’uscita all’assedio politico ed economico che stringe il sud del Paese. Per altri, invece, ciò che accade oggi nel nord-est è solo l’ennesima escalation che riproduce un vecchio copione: un potere centrale che, in nome dell’unità e della sicurezza, torna a usare lo stesso linguaggio fatto di forza militare, marginalizzazione e gestione securitaria del dissenso.
Per chi vive invece soprattutto nelle aree arabe di Raqqa e Deir ez-Zor. l’ingresso delle forze governative viene descritto come una liberazione, la fine di un controllo e il ritorno di uno Stato che promette stabilità, servizi e protezione. Queste letture divergenti non sono solo ideologiche. Sono territoriali, esperienziali, alimentate da informazioni frammentarie ma anche da giochi geopolitici, da media che rafforzano bolle narrative invece di creare ponti. Ed è da queste letture che emerge la polarizzazione come un’arma con la quale la Siria deve fare i conti. Ogni discussione pubblica si riduce a una scelta di campo. Non si parla più di cosa accade, ma da che parte si parla. Denunciare un crimine diventa un test di fedeltà. Tacerne uno, una forma di complicità.
“Se dici che ci sono stati civili uccisi, non ti rispondono sui morti. Ti rispondono su chi sei”, dice un attivista. Dentro questa logica, la sofferenza delle vittime diventa subordinata alla convenienza del racconto. La giustizia viene rinviata in nome della “sicurezza” e della “sovranità”. È lo stesso linguaggio con cui la Siria è arrivata alla frammentazione di oggi, una frammentazione ancora di più caratterizzata dal doppio lutto. Il primo è quello della giustizia lenta e farraginosa. “Non abbiamo mai davvero chiuso il passato”, dice un attivista di Latakia. “Ogni nuovo episodio riapre tutto.” Il secondo è quello delle recenti stragi, delle immagini che circolano, delle famiglie spezzate adesso. Un dolore che non trova spazio per essere elaborato: viene subito politicizzato, negato o strumentalizzato, nel solco buio della “in”giustizia transizionale.
Una sovranità a doppio registro
In questo quadro nazionale attuale, la tanto decantata sovranità non si traduce in tutela dei diritti, ma oscilla tra il controllo armato dei confini e l’assenza di garanzie per le persone. Per molti siriani, soprattutto fuori dai circuiti politici ufficiali, la questione è radicalmente diversa: “Che me ne faccio dei confini e dell’unità territoriale se non ho diritti? La sovranità, per me, è sapere che nessuno può prendermi casa, arrestarmi o uccidermi senza conseguenze”. Lungi dall’essere il principio che fonda automaticamente un giusto governo, la sovranità in Siria appare sempre più come l’esercizio di una forza dominante: non un patto tra autorità e cittadini, ma uno strumento di imposizione che non protegge e non include. Ed ecco che l’escalation nel nord-est non deve essere letta come una ricostruzione dello Stato, bensì come l’ennesima riaffermazione di una sovranità intesa solo come potere militare – in questo caso con una prospettiva radicale jihadista – e controllo coercitivo del territorio. In assenza di una reale transizione politica capace di affrontare esclusione, ingiustizia, memoria delle violenze e autonomie locali, ogni tregua resterà provvisoria: una “pace armata” che congela il conflitto senza risolverlo come suggerisce un editoriale sul periodico “Kassioun”, la rivista del partito dei lavoratori. Ed ecco che lo sguardo reciproco tra Rojava e Siria acquista un senso nelle analisi regionali.
In parallelo, la Siria è da tempo uno spazio attraversato e modellato da interessi regionali e globali. In questo scenario, la sovranità viene applicata a doppio standard: invocata per legittimare operazioni militari e rivendicazioni di controllo, ignorata quando ostacola interventi esterni o strategie geopolitiche altrui. Così, i confini risultano formalmente intatti ma sostanzialmente porosi, aperti alla proiezione di potere di attori internazionali che, in nome della stabilità o della lotta al terrorismo, contribuiscono a svuotare ulteriormente la sovranità del suo significato originario. E noi qui in Europa conosciamo bene questo doppio standard. Dal modo in cui il resto della Siria guarda al nord-est emerge un dato chiaro: non c’è indifferenza, ma neppure adesione cieca a una narrazione. C’è una vigilanza inquieta. Molti non chiedono una vittoria militare né una resa ideologica. Chiedono che ciò che accade oggi non diventi l’ennesimo capitolo di una storia già vista: uso della forza in nome di concetti svuotati della sovranità, dell’unità, e della sicurezza e rinvio infinito delle questioni fondamentali tra i quali i diritti e la partecipazione. “Ogni volta ci dicono: prima lo Stato, poi i diritti”, osservano. “E ogni volta restiamo senza Stato e senza diritti.”
Il nodo, allora, non è solo il Rojava, ma la sua relazione con il tipo di Stato che la Siria sta cercando di diventare. Quale influenza può proiettare nella regione dell’Asia Occidentale e nel mondo. Se la sovranità resta sinonimo di controllo e confine, continuerà a produrre esclusione e paura. Se invece diventa capacità di protezione e voce politica, può aprire quel nuovo patto nazionale tanto sperato e voluto dopo la caduta di Assad. In questo senso, ciò che accade nel nord-est non è una questione periferica, né esclusivamente curda. Può essere una cartina di tornasole per l’intero Paese.
*Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose