Il diritto all'abitare
Il piano Casa del governo Meloni è un regalo agli speculatori: il diritto all’abitare trasformato in mangiatoia
In un Paese in cui è vuota una casa su 4, premier e sodali danno il via libera all’ennesima operazione di cementificazione a vantaggio dei fondi immobiliari. Che imporranno prezzi d’acquisto elevati in danno dei poveri
Politica - di Benedetta Scuderi
La crisi abitativa attuale non è una calamità naturale. È il risultato di scelte politiche che in Italia e in Europa hanno trasformato la casa – e il diritto all’abitare – in una rendita, spostando il baricentro dal diritto delle persone al profitto dei fondi d’investimento. È esattamente contro questa impostazione che con Alleanza Verdi e Sinistra lavoriamo, in Italia e in Europa, per riportare la casa nel perimetro dei diritti fondamentali e non dei prodotti finanziari.
Oggi in Italia quasi una casa su quattro intestata a persone fisiche è inutilizzata: 8,5 milioni di “case dormienti”, pari al 25,7% del patrimonio. Nel frattempo, gli affitti crescono molto più dei salari, soprattutto nei poli universitari e nelle grandi aree metropolitane, dove la quota di contratti intestati a studenti e giovani lavoratori è in aumento costante e spesso assorbe fino al 60–70% del reddito familiare. Questo paradosso – case vuote e persone senza casa – si intreccia con tre fattori: l’esplosione degli affitti brevi turistici, che svuotano i centri storici di alloggi residenziali; l’assenza di un piano nazionale sull’edilizia pubblica; la speculazione immobiliare dei grandi fondi monetari; e l’assurdità di una ‘edilizia sociale’ italiana senza definizione rigorosa, dove entrano studentati privati e alloggi ‘convenzionati’ a prezzi di mercato, falsando i target reali.
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Dentro questa crisi, il cosiddetto Piano casa del governo Meloni non è la svolta che servirebbe, ma l’ennesimo rinvio mascherato da grande operazione di immagine. Il governo insisterebbe infatti su una regia spiccatamente privatistica. Se confermate le notizie apprese da fonti di stampa, il governo avrebbe deciso di affidare la risposta alla crisi abitativa ai grandi fondi immobiliari, gli stessi che hanno contribuito a rendere la situazione insostenibile. E se i protagonisti del Piano casa saranno soggetti che trattano l’alloggio come asset finanziario, lo schema è chiaro: lo Stato paga, i fondi fissano prezzi alti, le famiglie in difficoltà restano escluse, mentre i profitti privati crescono. Il laboratorio di questa impostazione sono gli studentati privati. A Roma, operazioni come la riconversione degli ex Mercati Generali raccontano un modello in cui “riqualificazione urbana” è più sinonimo di estrazione di valore che di diritto allo studio: tariffe alte, mentre decine di migliaia di studenti fuori sede continuano a vivere in stanze sovraffollate o in nero. A Milano, il villaggio olimpico è un altro caso emblematico: posti letto “agevolati” ma a livelli comunque proibitivi. Oltre 700 euro per una stanza singola, una richiesta totalmente insostenibile per uno studente. Mentre il PNRR, invece di rafforzare un’offerta pubblica stabile, ha spesso alimentato patrimoni privati che domani resteranno nelle mani degli stessi operatori, con il rischio che, esauriti i vincoli, gli affitti vengano alzati ancora.
Modelli basati sul coinvolgimento speculativo dei privati hanno mostrato i loro limiti anche altrove. Nel Regno Unito, la piattaforma The House Crowd è collassata lasciando decine di milioni di sterline di capitale e interessi in sospeso, tra gravi falle di governance e prestiti in default: un esempio plastico di quanto fragile possa essere il castello della “finanza immobiliare per tutti”. Questa strategia è doppiamente miope. Da un lato, l’Italia continua a divorare suolo: nel 2024 sono stati trasformati in superfici artificiali circa 84 km², con un ritmo di 2,7 metri quadrati di terra persi ogni secondo, il valore più alto dell’ultimo decennio. Dall’altro, si lascia intatto un enorme patrimonio edilizio vuoto o sottoutilizzato che andrebbe mappato e riconvertito in alloggi accessibili, riducendo al contempo l’impatto climatico delle nostre città e le bollette. Sul fronte dell’edilizia pubblica, la fotografia è impietosa: il patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica rappresenta appena il 2,6% delle abitazioni complessive e meno del 20% del mercato della locazione, con circa 781.000 alloggi e solo 16.000 assegnazioni all’anno. Significa che, senza una svolta radicale, le liste d’attesa resteranno infinite e le alternative reali al mercato privato inesistenti per chi vive in povertà o precarietà.
Che vi siano altre possibilità è dimostrato da esperienze concrete. In Europa, città come Vienna e Stoccolma confermano che la chiave è un forte ruolo pubblico: A Vienna circa il 43% degli alloggi è sociale e gli affitti medi, intorno agli 11 euro al metro quadro, restano molto inferiori a piazze iper-finanziarizzate come Parigi, dove si superano i 40 euro, o Londra. In Svezia il sindacato degli inquilini negozia a livello nazionale con i proprietari e gli studi mostrano che a Stoccolma, senza questo sistema di controllo, i canoni sarebbero fino al 68% più alti.
E in Italia ci sono esempi che funzionano: esistono casi di cooperative a Milano dove un appartamento di 100 m² costa circa 650 euro al mese, con un modello di “godimento d’uso” non speculativo e canoni calmierati nel tempo. Non è solo una risposta economica, ma anche sociale: liste di attesa trasparenti, quote associative contenute, presenza di lavoratori a reddito medio-basso, single, vedovi, studenti; spazi di quartiere per attività culturali e mutualistiche. È questa la direzione che, come Avs, indichiamo da tempo: rafforzare edilizia pubblica, cooperativa e a profitto limitato come ossatura del sistema abitativo, invece di consegnare la risposta all’emergenza alle logiche dei fondi di investimento.
Sul piano europeo, la Commissione ha finalmente ammesso che la casa è una questione sistemica e non un incidente di percorso, e ha presentato un Piano che parla di housing sociale, revisione delle regole sugli aiuti di Stato, affitti brevi e povertà energetica. Ma il cuore del problema resta intatto: il Piano non tocca davvero le radici strutturali della crisi – finanziarizzazione, speculazione, sottoinvestimento cronico nell’edilizia pubblica – e si limita a indicazioni non vincolanti che lasciano sostanzialmente intatto lo status quo. Mancano limiti obbligatori alla quota di reddito che una famiglia può essere costretta a spendere in affitto per definire l’accessibilità, manca un vincolo europeo che imponga di portare il patrimonio pubblico e cooperativo sopra soglie minime, una definizione europea di social housing con limiti chiari, manca soprattutto l’esenzione piena degli investimenti in edilizia sociale vera ed in edilizia pubblica dal Patto di stabilità: senza questa flessibilità, gli Stati continueranno a tagliare sulle politiche abitative mentre spendono miliardi in sussidi sbagliati.
Per uscire davvero dall’emergenza serve una rottura: fermare il consumo di suolo, mappare e recuperare il patrimonio vuoto, rilanciare l’edilizia pubblica e cooperativa, introdurre tetti ai rendimenti dei grandi investitori, limitare gli affitti brevi e le grandi operazioni immobiliari. Non è un’utopia: è ciò che già funziona dove si è scelto di mettere le persone prima dei profitti. L’Italia ha tutte le condizioni per farlo, a patto di smettere di inseguire le promesse dei grandi capitali e tornare a considerare la casa per quello che è: la condizione minima per una vita dignitosa.
*Eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra