"L'Iran è un popolo, non sono solo ragazzi"

Intervista a Riccardo Noury: “In Iran massacro senza precedenti, ridicole le polemiche sulle piazze”

Basta con questa infantilizzazione delle proteste: continuare a parlare di ragazze e ragazzi di belle speranze è parte di una narrazione che vuol togliere auto-determinazione alla popolazione iraniana

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

21 Gennaio 2026 alle 12:30

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Se c’è una organizzazione che ha costantemente monitorato, documentato, denunciato, lo scempio dei diritti umani operato dal regime teocratico-militare iraniano, questa organizzazione è Amnesty International. Della rivolta in Iran l’Unità ne parla con Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.

In Italia polemiche meschine mentre in Iran c’è una carneficina Come ti spieghi questo improvviso ritorno d’interesse per l’Iran?
Ci sono persone che rimangono colpite da fatti gravissimi, non appena le televisioni iniziano a parlarne e a mostrare immagini che segnano emotivamente. Queste persone, sapendo che da sole non possono fare molto se non indignarsi, chiedono legittimamente alla società civile e alla politica di fare qualcosa. È successo lo stesso nel 2022, in occasione della rivolta del movimento “Donna Vita Libertà”. Poi ci sono altre persone, soprattutto sulle piattaforme social, che “scoprono” crisi dei diritti umani per puro “benaltrismo”: persone che parlano dell’Iran da sedicenti esperti e che, chissà, nel 2009 credevano che l’Onda verde (le proteste seguite alla contestata rielezione del presidente Ahmadinejad) fosse un fenomeno dovuto alla presenza della mucillagine nel mar Adriatico. C’è “ben altro”, dicono. “Ben altro” che Gaza, ovviamente. Nel 2022 il rimprovero del “non scendete in piazza per questo e quell’altro” non lo agitava nessuno: ora è il tema dei temi del nostro minuscolo ombelico. La mobilitazione di massa del 2024-2025 per la popolazione palestinese vittima del genocidio israeliano ha prodotto da noi questo effetto: utilizzare un’altra crisi per distogliere l’attenzione dalle responsabilità di Israele. Ora vorrei chiedere a queste persone, definite alla Guzzanti “spingitori di manifestanti”: “Nel 2025 ci avete chiesto perché non scendevamo in piazza per il Sudan (e ci scendevamo eccome). Perché nel 2026 il Sudan non vi interessa più?”

Oltre che sulle piattaforme social questa polemica ha coinvolto anche la politica.
Certo, perché esponenti politici sono ospiti fissi dei programmi televisivi e passano molto tempo sulle piattaforme social, specialmente su X. Ho letto e ascoltato parole misere e meschine, di fronte alla magnitudine della crisi in Iran, su “chi va in piazza con chi e per cosa”. Non voglio dedicare altro spazio a queste risibili polemiche. Lasciami solo ricordare una persona a me molto cara, scomparsa neanche dieci giorni fa: Valeria Fedeli, già ministra dell’Istruzione e promotrice di tante iniziative anche fuori dalle istituzioni. Alle manifestazioni c’era sempre, era l’esempio, seguito da tantissime persone, di chi si mobilita per i diritti umani senza fare distinzioni. Si guardava intorno ed era contenta di chi era in piazza con lei.

Torniamo allora all’Iran ma, prima, permettimi di chiederti perché sono state organizzate manifestazioni diverse…
Ti rispondo come immagino avrebbe risposto Valeria: se per tre giorni consecutivi Roma ha manifestato per la popolazione iraniana, non è stato un male ma un bene. Dopodiché, non sfuggo al senso della tua domanda: le diverse opzioni sul futuro dell’Iran che esprime l’opposizione iraniana in patria possono essere riflesse anche nella diaspora ed è giusto rispettarle; se un partito politico vuole organizzare una manifestazione, è più che giusto e utile; se la società civile italiana sente l’urgenza di mobilitarsi, è la cosa più ovvia. Se non si trova un punto d’incontro – un’operazione che parte dal presupposto che si devono sottrarre e non aggiungere temi divisivi – amen…

Allora, che è successo dalla fine del 2025 in Iran?
La scintilla di questa ennesima protesta, che ha coinvolto almeno 100 città in 27 province, è stata la crisi economica, frutto dell’inflazione, delle sanzioni occidentali e da ultimo dalla svalutazione della moneta locale, il rial, rispetto al dollaro statunitense. Ma sarebbe riduttivo definire le ricorrenti proteste di questi decenni in Iran in base al ceto, al genere o a un singolo motivo: la scintilla accende il fuoco, che è sempre pronto ad ardere. Così come non era solo l’obbligo del velo il motivo delle proteste del 2022, oggi a protestare non sono solo i settori direttamente colpiti dalla svalutazione ma anche le università, che furono l’epicentro della rivolta dell’Onda verde del 2009. Come nel 2022, le minoranze hanno messo da parte le loro rivendicazioni specifiche e si sono unite alle proteste nazionali.

Cosa è emerso dalle ricerche di Amnesty International sulle proteste di queste settimane?
Persone che difendono i diritti umani e giornalisti hanno condiviso con Amnesty International messaggi testuali e vocali. Abbiamo parlato con tre fonti ben informate in Iran (un operatore sanitario e due manifestanti) e con altre 16 fonti ben informate all’estero, tra le quali familiari di vittime, difensori dei diritti umani, giornalisti e testimoni oculari che hanno lasciato l’Iran il 12 gennaio. Abbiamo visionato e validato decine di video. Sulla base di tutto questo abbiamo concluso che, a partire dall’8 gennaio, le autorità iraniane hanno scatenato una campagna di uccisioni illegali di massa di dimensioni senza precedenti, chiudendo internet allo scopo di nascondere i propri crimini e impedire di denunciarli. Le forze di sicurezza posizionate in strada e sui tetti di abitazioni private, moschee, cavalcavia e stazioni di polizia hanno ripetutamente aperto il fuoco con fucili e pistole armate dapprima di pallini da caccia e poi di proiettili veri, colpendo manifestanti inermi spesso alla testa o al torace. Lo stesso governo ha ammesso un totale di 2000 morti: non certo per un’improvvisa esigenza di giustizia e di trasparenza ma solo per rafforzare la narrazione che vede rivoltosi violenti ed eterodiretti con le armi in pugno togliersi la vita tra loro o venire legittimamente uccisi dalle varie forze di sicurezza e paramilitari. È evidente che alla fine il numero delle vittime sarà maggiore di quelle dichiarate ufficialmente. Sarà anche difficile arrivare a un totale certo. Quando saremo riusciti a redigere un elenco contenente nomi, cognomi, età, luogo e circostanze delle uccisioni, il totale raggiunto sarà inferiore a quello reale e bisognerà moltiplicarlo per qualche fattore. Era già successo nella rivolta di fine novembre del 2019: nomi e cognomi di 300 vittime accertate, probabilmente un quinto del totale effettivo.

Cosa vi hanno raccontato e cosa si vede nelle immagini?
La sera del 14 gennaio ho tradotto sette pagine di testimonianze e ho avuto incubi per le successive notti, dominati da sacchi neri per cadaveri, da obitori stracolmi di salme e da famiglie che vagavano lì e nei cimiteri alla ricerca di qualche segno di riconoscimento su volti resi irriconoscibili. Abbiamo ricevuto immagini di una camera mortuaria improvvisata in un fabbricato annesso alla sede dell’Organizzazione di medicina legale (un istituto statale di medicina forense) di Kahrizak, nei pressi di Teheran, e della camera mortuaria ufficiale stracolma di corpi. Cinque video girati in quest’ultima struttura mostrano famiglie disperate mentre cercano di identificare i loro cari all’interno dei sacchi per cadaveri. Abbiamo analizzato quei cinque video e abbiamo contato, anche tenendo conto delle ripetizioni in loop delle immagini, almeno 205 di quei sacchi. Uno dei cinque video, pubblicato l’11 gennaio e girato in una sala d’aspetto, mostra un monitor su cui scorrono foto dei volti delle persone uccise mentre un contatore numerico viene aggiornato: il macabro sistema adottato dalle autorità per far riconoscere alle famiglie i corpi dei loro cari. Il contatore arriva fino al numero 250. Come in ufficio postale, solo che le persone non erano in attesa che arrivasse il loro turno per pagare un bollettino… Un video girato al complesso cimiteriale di Behesht Zahra, a Teheran, mostra le famiglie in cerca dei loro cari tra sacchi per cadaveri all’esterno e in una serie di grandi sale interne. I corpi sono stati portati lì dopo la violenta repressione dell’8 e del 9 gennaio. Amnesty International ha analizzato il video e quattro fotografie che mostrano corpi nei sacchi per cadaveri e ha contato almeno 120 di questi sacchi. Abbiamo parlato con un familiare di una vittima che il 9 gennaio si è recato all’obitorio per recuperare una salma e che ha descritto scene terrificanti dell’obitorio stracolmo di cadaveri a tal punto che era difficile aprire la porta per entrare o uscire. Un operatore sanitario che lavora a Fardis ha descritto l’ingestibile afflusso di persone ferite e di cadaveri negli ospedali di Karaj: “All’ospedale Soleimani, solo la notte dell’8 gennaio sono stati portati 87 cadaveri. All’ospedale Parsian c’erano 423 feriti”.

Quali sono le vostre richieste?
Abbiamo sollecitato azioni diplomatiche, da parte degli stati membri delle Nazioni Unite, e voglio sottolineare questo aggettivo che evidentemente ne esclude altri: agire con urgenza e in modo coordinato per impedire un ulteriore spargimento di sangue, anche attraverso la convocazione di riunioni e sessioni straordinarie del Consiglio dei diritti umani e del Consiglio di sicurezza; deferire, da parte proprio del Consiglio di sicurezza, la situazione dell’Iran alla Corte penale internazionale; avviare indagini e processi, attraverso i propri organi di giustizia interna, esercitando il principio della giurisdizione internazionale.

Una tua considerazione finale.
Le persone che protestano sono sempre più stufe di essere definite manipolate o manipolabili dall’Occidente. Poi, basta con questa infantilizzazione delle proteste: sì, ci sono persone giovani ma continuare a parlare di ragazze e ragazzi di belle speranze mentre gli studenti sfilano coi loro docenti e i figli coi padri e con le madri fa parte di quella narrazione che vuole togliere autodeterminazione alla popolazione iraniana, che vuole negare una lunga storia di resistenza e di sacrifici estremi, una resistenza che non si è mai spenta. Non si spegnerà neanche stavolta.

21 Gennaio 2026

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