Trump cancella raid in Iran: bluff o ripensamento?

Il raid annullato poco prima della luce verde. Il presidente Usa avrebbe detto ai suoi che autorizzerà solo azioni militari dai risultati definitivi, ma nessuno può garantirgli il collasso del regime. Mentre gli alleati della regione avvisano: le rappresaglie supererebbero i confini iraniani

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

16 Gennaio 2026 alle 17:30

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AP Photo/Evan Vucci

Associate Press/ LaPresse
AP Photo/Evan Vucci Associate Press/ LaPresse

rima accelera, poi frena. Aggiorna i piani di attacco ma poi lascia aperto uno spiraglio alla diplomazia. Il Trump bifronte e la crisi iraniana.
In un’intervista alla tv Cbs, lunedì sera, il presidente americano aveva promesso «azioni molto forti» se Teheran avesse eseguito le condanne a morte dei manifestanti. Salvo poi dichiarare il giorno dopo: «Mi è appena arrivata l’informazione che le uccisioni in Iran si stanno fermando, che si sono fermate, e che non ci sono piani di esecuzioni». Un probabile riferimento alla possibile impiccagione di Efran Soltani, manifestante arrestato e condannato a morte. Trump ha detto di aver ricevuto queste assicurazioni da «fonti molto importanti dall’altro lato», e ha aggiunto: «Osserveremo, spero che sia vero». È lo stesso tipo di rassicurazioni che martedì il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fatto in tv—non a caso — in un’intervista con Bret Baier, molto seguito da Trump sul canale di destra Fox News.

Il piano di un raid americano in Iran è stato cancellato e al personale della base aerea americana di Al-Udeid, in Qatar, è stato chiesto di rientrare. Lo riferisce al Arabiya citando la Reuters. Gli aerei statunitensi spostati ieri stanno gradualmente tornando alla base, così come i militari. Secondo diversi media, Trump ha personalmente bloccato l’azione militare. Il Presidente avrebbe detto ai suoi consiglieri che avrebbe autorizzato solo azioni militari con un risultato chiaro e decisivo, e nessuno poteva garantire il collasso del regime. In una intervista alla Reuters Trump ha detto che l’ex principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavisembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo stesso Paese. E non siamo ancora a quel punto. Ma è molto presto, troppo presto per dirlo. Non so come vada d’accordo con il suo Paese”. “Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership, e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me”, ha aggiunto, notando di non aver mai parlato con Pahlavi.

Il tycoon ha informato l’Iran che non attaccherà, ma ha chiesto al regime di esercitare moderazione. Lo ha riferito l’ambasciatore iraniano in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, citato dal portale pakistano Dawn. L’inviato ha detto di aver ricevuto intorno all’una di notte di mercoledì la comunicazione che Trump non avrebbe dato il via a un blitz e che aveva chiesto all’Iran di non attaccare gli interessi degli Stati Uniti nella regione. Moghadam ha poi affermato che la situazione è ora “pienamente sotto controllo”, aggiungendo che al momento non ci sono proteste in Iran, nonostante le minacce provenienti da Israele e dagli Stati Uniti. Secondo l’analista militare di Walla, Amir Bohbot – citato da Defence Index – l’attacco era stato pianificato ma è stato annullato dallo stesso Trump pochi minuti prima della luce verde. Il Presidente ha detto ai suoi consiglieri che autorizzerà solo azioni militari che portino a un risultato chiaro e decisivo, e nessuno poteva garantire il collasso del regime. Da allora lo spazio aereo iraniano è stato riaperto, mentre ai mezzi trasferiti ieri dalla base aerea di Al Udeid è stato ordinato di rientrare e rimanere in stand-by.

Trump vorrebbe che l’azione militare in Iran fosse “rapida e decisiva” e che non portasse a una guerra che si prolungasse per settimane o mesi. Lo hanno dichiarato alla Nbc News un funzionario statunitense, una fonte vicina alla Casa Bianca e due persone informate delle discussioni, riferendo di quanto Trump ha detto al suo team per la sicurezza nazionale. “Se fa qualcosa, vuole che sia definitiva”, ha riferito una delle persone informate dei fatti. I consiglieri di Trump, però, non sono stati finora in grado di garantirgli che il regime di Teheran crollerebbe rapidamente dopo un attacco militare americano, hanno affermato il funzionario statunitense e due persone a conoscenza delle discussioni. C’è anche la preoccupazione che gli Stati Uniti potrebbero non avere tutte le risorse nella regione di cui avrebbero bisogno per proteggersi da quella che i funzionari dell’amministrazione si aspettano sarebbe una risposta aggressiva da parte dell’Iran. Citando due fonti, l’Nbc spiega che queste dinamiche potrebbero indurre Trump ad approvare un’offensiva militare statunitense più limitata in Iran, almeno inizialmente, riservandosi la possibilità di intensificare successivamente. La situazione è in rapida evoluzione, hanno aggiunto le fonti.

Ma a frenare The Donald sono soprattutto i suoi alleati regionali (Israele escluso). Arabia Saudita, Qatar, Oman e Turchia hanno espresso a Donald Trump la loro contrarietà a un’azione militare contro l’Iran, sostenendo che un attacco rischierebbe di destabilizzare ancora di più la regione. Se il regime sopravvivesse, infatti, la sua rappresaglia andrebbe oltre i confini nazionali della repressione in corso; se cadesse, le armi di Teheran potrebbero finire nelle mani di elementi ancora più estremisti di quelli al potere ora. Inoltre, le rivolte popolari sono sempre guardate con diffidenza da emiri che non tollerano il dissenso. Se possono, provano a orientarle attraverso finanziamenti e consigli: la dimostrazione si è avuta in Siria con la copertura garantita all’ex jihadista Ahmed al Sharaa, il guerrigliero oggi alla guida di Damasco dopo la cacciata di Assad.

Qualche osservatore ipotizza che agli «sceicchi» potrebbe andare bene un regime iraniano debole, con gli ayatollah impegnati a risolvere i loro problemi. Soluzione pragmatica rispetto a una ipotetica frammentazione o deriva caotica. Una cosa è certa: in Iran, è in corso un «massacro senza precedenti». Lo sostiene Amnesty International, che fa il punto sulla durissima repressione delle proteste da parte del governo di Teheran. Video verificati, testimonianze dirette e informazioni credibili indicano che le forze di sicurezza iraniane hanno compiuto uccisioni illegali su vasta scala dall’8 gennaio, approfittando anche di un blackout quasi totale di internet imposto dalle autorità per occultare le violazioni. L’organizzazione per i diritti umani sottolinea che l’impunità sistemica per i crimini commessi durante le proteste attuali e passate ha incoraggiato le autorità iraniane a proseguire nella repressione. Dal 28 dicembre, la risposta violenta alle manifestazioni, in larga parte pacifiche, ha causato un numero di vittime senza precedenti: secondo le stesse ammissioni ufficiali iraniane, i morti avrebbero raggiunto quota 2.000; la ong Hrana ha verificato 2.571 vittime, ma altre fonti legate all’opposizione iraniana parlano di numeri molto più alti, fino a 12mila.

Secondo quanto appreso da Iran International, tre membri della stessa famiglia sono stati uccisi dopo che la loro auto è stata presa di mira dalle forze di sicurezza iraniane nella città di Karaj, a ovest di Teheran, durante le proteste del 9 gennaio. Le vittime sono state identificate come Bijan Mostafavi, un insegnante in pensione, sua moglie Zahra Bani Amerian, un’impiegata previdenziale in pensione, e il loro figlio diciannovenne, Danial Mostafavi, uno studente universitario. Lo ha affermato una fonte vicina alla famiglia. I tre si trovavano all’interno del proprio veicolo privato quando è stato colpito da una violenta sparatoria durante gli scontri nella zona. Anche il figlio maggiore della coppia, Davoud Mostafavi, era in macchina in quel momento, ma al momento non ci sono informazioni confermate sulle sue condizioni.

La memoria torna ad un altro bagno di sangue: tra giugno 1981 e marzo 1982 le milizie del regime arrestano migliaia di persone e ne eliminano 3.500 in 85 città: la maggioranza ha tra gli 11 e i 24 anni. Uccidono fucilandoli al muro. Ci sono anche donne incinte tra le vittime.
«Rischiamo di rivivere tutto questo», dice Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights. «Se le proteste porteranno a una rivoluzione e si tornerà allo status quo, gli ayatollah si vendicheranno come in quegli anni». Sa già come funziona, Moghaddam. I prigionieri avranno processi-lampo-farsa trasmessi alla tv nazionale. Saranno costretti ad ammettere di aver ucciso uno dei loro e quindi accusati di moharebeh (inimicizia contro Allah) e ifsad-fil-arz (diffusione della corruzione sulla Terra). «E poi li appenderanno all’alba al braccio della gru».

16 Gennaio 2026

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