L'appello all'operazione stile Haniyeh
Iran, la Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi invoca Trump: “Perché non elimina Khamenei in casa?”
La prima donna musulmana di sempre e la prima iraniana di sempre a ottenere il riconoscimento. "Pahlavi? La frase secondo cui gli iraniani non hanno nomi è una scusa per i governi occidentali per chiudere gli occhi davanti alla tragedia"
Esteri - di Redazione Web
Soluzione militare, di precisione, non un’invasione o un attacco, quanto più un’operazione speciale che possa colpire alla testa la Repubblica Islamica. “Pensavo: perché non fanno con gli ayatollah come hanno fatto con Ismail Haniyeh, colpito nella sua camera da letto quando era in visita a Teheran? Oppure, possono prendere spunto dalla Guerra dei 12 giorni con Israele dove hanno colpito la catena di comando dei pasdaran. Secondo me possono pensare anche di attaccare la casa di Ali Khamenei, il leader supremo, in modo che questo anziano di 88 anni venga ucciso e con lui le guardie personali. Questo sì che darebbe un duro colpo al regime”.
Suggerimenti affidati da Shirin Ebadi al Corriere della Sera che tuttavia non è detto porterebbero di conseguenza alla fine del regime in Iran: almeno fin quando il clero è unito, i Guardiani della Rivoluzone, le forze militari e di intelligence dalla parte della teocrazia sciita. E non si può mai prevedere dove potrebbe sfociare una qualsiasi operazione militare. Teheran non è Caracas insomma, anche dopo settimane di durissimi scontri scoppiati nei bazar e allargatesi a tutta la società civile. Cifre non verificabili, migliaia le vittime, secondo alcune organizzazioni dissidenti fino a 12mila. Ebadi cita un dato: 30mila vittime. “Ma è impossibile confermare”, riconosce.
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Restituiscono la misura della tensione altissima e dell’atmosfera che permea il mondo in questi tempi le sue parole che invocano l’aiuto promesso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che lei vorrebbe aiuto militare: e sono pur sempre parole di una Premio Nobel per la Pace. 78 anni, avvocata e attivista per i diritti umani, fu costretta ad abbandonare la magistratura dopo esser stata presidente di una sezione del tribunale di Tehran dal 1975 al 1979, quando al potere arrivò la teocrazia degli ayatollah. Ha vinto il Premio Nobel per la pace nel 2003: la prima donna musulmana di sempre e la prima iraniana di sempre a ottenere il riconoscimento. E vive in esilio a Londra dal 2009. Ebadi sostiene il rovesciamento e il voto da parte degli iraniani per scegliere la forma di governo che vorranno. “Sento che c’è molta forza nelle strade, ma il mio popolo non deve essere lasciato solo”.
Oltre a invocare l’appoggio dell’Europa e dell’Occidente, Ebadi rilancia la candidatura a leader del principe Reza Pahlavi, il figlio dello Scià deposto nel 1979: “Questa ondata di protesta ha una particolarità che la rende diversa rispetto alle ultime. Una parte degli iraniani che scende in piazza chiama un nome specifico, Reza Pahlavi”. Un ritorno al futuro che oltre a risultare grottesco, secondo molti altri osservatori non trova riscontro nella realtà della protesta: Pahlavi ha intanto proposto un piano per la transizione. “La frase che gli iraniani non hanno nomi è una scusa per i governi occidentali che chiudono gli occhi davanti alla tragedia umana in corso. Ancora oggi internet è bloccato e ancora oggi stanno uccidendo per le strade”. La popolarità e l’autorevolezza di Pahlavi resta comunque tutta da dimostrare e Trump sembra già fatto un passo indietro rispetto alla promessa di un suo aiuto.