Continua la repressione iraniana

Iran, Trump pronto all’attacco fa evacuare i suoi dal Qatar: a Teheran è un bagno di sangue

Le autorità ammettono il bagno di sangue. I pasdaran fanno irruzione nelle case dei familiari delle persone uccise durante le proteste. Il regime avvisa i paesi vicini: colpiremo le basi Usa in caso di attacco.

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

15 Gennaio 2026 alle 08:00

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UGC via AP, File – Associated Press / LaPresse
UGC via AP, File – Associated Press / LaPresse

Iran, la repressione è spietata. Uccide nelle piazze, irrompe nelle case. La settimana più sanguinosa. Ovvero, la più sanguinosa dell’intera storia della Repubblica islamica nata dalla rivoluzione khomeinista di 47 anni fa. È ciò che può rendere diversa anche negli effetti, rispetto a quelle cicliche degli anni scorsi, l’ondata di proteste esplosa il 28 dicembre con la serrata contro inflazione e carovita decisa dai commercianti dei bazar di Teheran, e diffusasi rapidamente in cento città, con mobilitazioni represse ovunque nel sangue.

Sono fonti delle stesse autorità ad ammettere che è in corso un bagno di sangue – «Sono state uccise duemila persone», ha detto un funzionario del regime all’agenzia Reuters – ma i numeri reali sono molto più alti. Iran International, la tv dei dissidenti iraniani con sede a Londra, parla di 12mila vittime. “Ho parlato con persone fidate e con diverse ong. Tutti dicono che quel 12 mila è più che realistico. Lo raccontano i video degli obitori e gli ospedali strapieni”, dice al Corriere della Sera Gissou Nia, avvocata per i diritti umani e ricercatrice dell’Atlantic Council. Sempre Iran International riporta che le forze di sicurezza in borghese e i membri delle Guardie rivoluzionarie iraniane hanno preso di mira le case delle famiglie delle persone uccise durante le proteste nella parte orientale di Teheran. Le forze hanno effettuato incursioni intimidatorie, sparando, lanciando insulti e saccheggiando le case. Secondo Iran International, i pasdaran hanno ordinato alle famiglie di raccogliere i corpi delle vittime prima dell’alba e di effettuare le sepolture in modo rapido e privato, aggiungendo che saranno addebitate le spese per l’uso di munizioni.

Le autorità iraniane starebbero chiedendo ad alcune famiglie di pagare per poter recuperare i corpi dei propri cari uccisi durante le proteste di massa e la successiva repressione. È quanto riferito alla Cnn da due cittadini iraniani, che parlano di pressioni, minacce e pratiche già viste in passato. È la Spoon River dei ragazzi della “Tienanmen iraniana”. Ragazzi come Amir Ali Haydari, 17 anni. Le forze prima di sicurezza degli Ayatollah gli hanno sparato al cuore, accanendosi con il calcio della pistola sul suo corpo inerme con un secondo colpo alla testa. Quando è stato ucciso, l’8 gennaio, si trovava in piazza a Kermanshah, nell’ovest dell’Iran, fianco a fianco con i suoi compagni di classe, una generazione unita per protestare contro il governo liberticida della Guida suprema Ali Khamenei. Giovani donne come Rubina Aminian, la ventitreenne studentessa di design tessile e di moda allo Shariati College di Teheran, uccisa alle spalle, con uno sparo alla testa, come se fosse un’esecuzione. I familiari di Rubina, anch’essi provenienti da Kermanshah, sono dovuti andare nella capitale per cercare il corpo della figlia, beffardamente accatastato vicino all’università insieme ad altre centinaia, come hanno raccontato dall’ong Iran Human Rights. Giovani, spesso giovanissimi. Uccisi a sangue freddo, i loro corpi umiliati, i loro sogni spezzati.

Nelle ultime settimane i media statali iraniani hanno trasmesso almeno 97 confessioni di manifestanti. Ma le testimonianze di coloro che sono stati rilasciati dimostrano che sono stati costretti: lo afferma l’agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency (Hrana) con sede negli Usa. Il gruppo avverte che tali confessioni possono comportare punizioni da parte del regime. L’Iran ha avvertito i paesi vicini che colpirà le basi statunitensi come rappresaglia per eventuali attacchi da parte di Washington. Lo riporta Reuters online citando funzionari iraniani. Teheran, spiega la fonte, ha comunicato ai paesi della regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi saranno attaccate se gli Stati Uniti prenderanno di mira l’Iran chiedendo a questi paesi di impedire a Washington di attaccare l’Iran.

La tensione è altissima. Sarebbero centinaia i soldati americani che hanno iniziato a evacuare la base aerea di al Udeid, in Qatar, per essere trasferiti in altre basi della regione. Lo riporta Nbc news. Precedenti informazioni riportate da diversi media parlavano di “alcuni” soldati. La base aerea di al Udeid è la più grande base militare statunitense nella regione e ospita circa 10.000 soldati. parte delle truppe furono ritirate dalla stessa base nel giugno dello scorso anno quando Washington colpì i siti di arricchimento nucleare di Teheran. Secondo la Nbc, l’attuale ritiro delle truppe sembra far parte di uno sforzo più coordinato, in vista di qualsiasi operazione. Il Pentagono ha redatto – da mesi – piani d’intervento, con target minimi e massimi.

Sono stati ipotizzati raid contro i simboli della repressione: caserme dei guardiani o della milizia Basij, ufficiali, sedi della polizia. A salire basi missilistiche, centri di comando e controllo, aeroporti e porti. E, un gradino più in alto, i vertici della Repubblica islamica. Che, però, hanno adottato le loro contromisure per garantire la continuità: secondo il New York Times la Guida suprema Ali Khamenei ha nominato tre personaggi pronti a sostituirlo nel caso dovessero eliminarlo. Una mossa scontata ma più urgente dopo che gli israeliani avevano confermato di averlo inserito nella linea di tiro. Potrebbero diventare bersagli anche le infrastrutture energetiche o sistemi che regolano la vita quotidiana. È lo scenario di un’azione cyber, citata dai media statunitensi: un atto da presentare come forma di solidarietà concreta.

15 Gennaio 2026

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