Cresce il pericolo della zona grigia
I colpi di stato esogeni e gli “omini curvi” di casa nostra
Si guarda con ammirazione allo stravolgimento della diplomazia: colpi di Stato “esogeni”, arrembaggi in acque internazionali, minacce di aggressione o di annessione. Non agisce più il diritto, ma il più forte che si autoproclama legge.
Esteri - di Ammiraglio Vittorio Alessandro
L’equilibrio politico del pianeta sembrerebbe ormai affidato a figure di indiscutibile “moderazione” come Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, nonché alle loro immancabili “operazioni militari speciali”: una formula lessicale tanto neutra quanto ipocrita, utile a occultare invasioni, occupazioni e devastazioni. Alcune sembrano riuscite, come l’azione americana in Venezuela; altre meno, come quella russa in Ucraina, che dura ormai da quasi quattro anni senza produrre altro esito che una lunga scia di morti e distruzioni.
Un tempo tutto questo si sarebbe chiamato imperialismo. Oggi, invece, basta attribuire l’etichetta di terrorismo a un intero Stato perché la sua aggressione appaia non solo giustificata, ma addirittura necessaria. Il diritto internazionale arretra, sostituito da una narrazione d’emergenza permanente, nella quale chi colpisce è sempre costretto a farlo e chi subisce è, in qualche modo, colpevole. Caso vuole – ma il caso, qui, è fin troppo costante – che dietro la guerra al “narco-terrorismo” venezuelano si trovino imponenti giacimenti petroliferi; che la lotta al terrorismo islamista coincida con l’espansione dei territori destinati ai coloni; e che i depositi di uranio ucraino segnino il perimetro materiale dell’operazione russa. Le parole si fanno più caute – la vergogna per i quasi cento milioni di morti delle due guerre mondiali non si è ancora del tutto esaurita – ma la sostanza resta identica: la forza continua a presentarsi come necessità morale, e la conquista come autodifesa. Il problema, comunque, non sono i paladini del nuovo ordine internazionale, ma chi – votandoli a più riprese – li ha messi a compiere il loro sporco lavoro.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha voluto rassicurarci: gli Stati Uniti non intendono invadere la Groenlandia, semmai comprarla. Così l’allarme si scioglie e la vicenda assume i contorni di una tranquilla giornata al mercato: in giro fra i banchi ognuno loda, ognuno taglia, ognuno col suo grave fascio va. Importa poco che l’oggetto della compravendita siano un popolo e una nazione: parola quest’ultima che, anche con lieve calata romanesca, si accompagna a squilli di tromba e suoni di campane. Interessano ancor meno le regole del diritto internazionale e perfino l’ultimo appello del Papa al rispetto della sovranità dei popoli. Un precedente tentativo di acquisto dell’isola più grande del mondo risale al 1946, ma gli Stati Uniti – allora in gran segreto, oggi le porcherie si fanno senza troppi scrupoli – che avevano avanzato un’offerta di cento milioni di dollari, furono rimandati a quel Paese. La trattativa non sarebbe affatto libera, il presidente Donald Trump intenderebbe costringere la Danimarca a vendere (gli strumenti di pressione non gli mancano). Falliti i nuovi tentativi di compera, non è escluso l’intervento militare, stante la denunciata presenza, nelle acque groenlandesi, di unità navali russe e cinesi. Sullo sfondo, i “minerali critici” di cui è ricca l’Isola artica. Meglio pensarci prima, come ha fatto Vladimir Putin in Ucraina.
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«I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei non solo del male che commettono, ma del pervertimento cui conducono l’animo degli offesi». Manzoni parlava già di quella zona grigia senza la quale nessun potere riesce a durare. Primo Levi, citandolo, sapeva quanto sia difficile giudicarla: una platea contaminata dalle responsabilità del dittatore, del capomafia, del capo terrorista. Vi stanno dentro i compromessi per ruolo e i compromessi per paura. Gli ingranaggi e le vittime. Spesso le stesse persone. Oggi quella zona grigia si allarga mentre arretrano la democrazia e il diritto. Si guarda con ammirazione allo stravolgimento della diplomazia: colpi di Stato “esogeni”, arrembaggi in acque internazionali, minacce di aggressione o di annessione.
Non agisce più il diritto, ma il più forte che si autoproclama legge. Sarà il caso di studiare la zona grigia degli ammiratori, più che l’etichetta dei nostri governi. Trump – arroganza fatta potere, dileggio, minaccia, spettacolo – è forte, ma non abbastanza da fare a meno di una larga zona grigia. Ed è lì che il nostro governo ha preso posto, con quel misto di fervore e servilismo che distingue i cortigiani. “Omini curvi”, li avrebbe chiamati Camilleri. Servi volontari che coinvolgono a sé altri servi. E quando la malattia si diffonde, il potere – in alto come in basso – assume ovunque lo stesso volto. La zona grigia, pericolo di ogni democrazia, cresce. Sempre.