Cent'anni dalla nascita
Bruno Trentin e la sua idea libertaria di sindacato e di lotta operaia
È stato forse il maggior pensatore nella storia del sindacato del dopoguerra. Non si riduce tutto al salario e alla redistribuzione, quello che è in gioco è il potere e la libertà
In questi mesi sono molti gli appuntamenti dedicati al contributo di azione e pensiero che Bruno Trentin ha dato al movimento sindacale italiano e internazionale e alla sinistra tutta, a 100 anni dalla sua nascita che ricorderemo da ultimo il 9 dicembre. Il 29 scorso a Torino si è ricostruito il filo rosso della democrazia integrale che collega le stagioni dei consigli di fabbrica e del grande ciclo di lotta sociale che li ha accompagnati alla pratica quotidiana della rappresentanza sindacale al tempo presente; domani alla facoltà di Lettere e filosofia di Roma Sapienza un seminario dal titolo evocativo: “Bruno Trentin e i socialismi eterodossi, tra liberazione e democratizzazione del lavoro”.
Tiziano Rinaldini che ci ha lasciati da poco e vogliamo ricordare non a caso in questo nostro contributo, introducendo una importante iniziativa che nel 2019 la fondazione Sabattini e la Camera del Lavoro di Bologna dedicarono al pensiero e all’opera di Bruno Trentin, disse che per Trentin la stagione dei consigli di fabbrica fu quella in cui, più che in ogni altro momento, riuscì a saldare la sua prodigiosa elaborazione teorica, con la pratica di un movimento in azione. Il retroterra teorico di Trentin è quello che lui stesso espliciterà compiutamente ne “La città del lavoro”, summa del suo pensiero e della sua storia politica del 1997 (se ne potrà cogliere compiutamente la precocità dell’elaborazione nei suoi diari 1977 – 1988 in corso di pubblicazione), nel capitolo intitolato “Le altre strade”, in cui mette in fila gli “eretici” rispetto al marxismo ufficiale del Novecento, quello che sarà alla base del leninismo come delle socialdemocrazie. Quelli perdenti, ma per lui più carichi di futuro. Rosa Luxemburg, e Karl Korsch, Otto Bauer e Karl Polanyi, Cole e il socialismo sindacale delle gilde, e la stessa Simon Weil.
In realtà per Bruno la vera eresia era quella del marxismo vincente che aveva separato l’alienazione dal plusvalore, concentrandosi solo sul secondo e abbandonando l’analisi dell’oppressione dentro il lavoro, e la lotta per aprire dentro il lavoro spazi di autonomia e di libertà. Le contraddizioni interne ai rapporti di produzione che avrebbero offerto nelle lotte collettive che le avevano fatte esplodere la possibilità di un progetto politico di trasformazione della società non subalterno al taylorismo e alle sue varianti. Un progetto che i partiti e il movimento sindacale non hanno saputo o voluto interpretare e portare avanti. Nel migliore dei casi la sinistra nelle sue varie forme rimandando “la questione “a dopo la conquista del potere statuale per via rivoluzionaria o democratica. Nel peggiore assumendo il fordismo e il taylorismo stessi come elementi di una organizzazione razionale della produzione, buona anche per il socialismo. In questa chiave recuperava anche parti importanti della sua cultura famigliare e giovanile, quella del partito d’azione e del socialismo liberale di Gobetti e Rosselli, e l’insegnamento del padre Silvio. Le figure che popolano le altre strade, pur così diverse tra loro, avevano una cosa in comune. L’idea cioè che la liberazione degli oppressi dovesse avvenire per opera degli oppressi stessi. Che non c’era nessuna avanguardia esterna alla classe a cui demandare il suo futuro, e nessun potere statuale che potesse, in quanto tale, liberarla dall’oppressione.
La pratica era quella che stava assumendo la lotta dei lavoratori nelle più importanti fabbriche italiane. Non una lotta puramente redistributiva, per un salario che compensasse la perdita di libertà e di dignità dentro il processo lavorativo, ma una contestazione puntuale, dura ed intelligente, dell’ organizzazione del lavoro fordista, sui tempi e i ritmi, sulla sicurezza da infortuni e malattie, per conquistare margini di autonomia e di libertà, personale e collettiva, dentro il lavoro. I consigli di fabbrica, dei quali come segretario della Fiom, fu tra i promotori e il più ardente dei sostenitori, erano l’inveramento della sua idea di conflitto e di cambiamento sociale che erano alla base della sua formazione intellettuale. Si battè (vincendo) per trasformarli in organo di base del sindacato. Se il sindacato metteva al centro della sua azione non solo l’istanza salariale e redistributiva, ma la questione del potere e del controllo nei luoghi della prodizione, i protagonisti non potevano essere che i lavoratori stessi, quelli che il ciclo produttivo, le sue potenzialità e le sue miserie, lo conoscevano perché lo vivevano. E allora non ha nessun dubbio insieme ad una leva di quadri e dirigenti operai di grandissimo valore, a sostenere una rappresentanza sindacale unitaria come quella dei consigli, in cui i delegati non potevano essere che eletti reparto per reparto, tra gli iscritti e i non iscritti al sindacato, su scheda rigorosamente bianca, e revocabili se il reparto che li aveva eletti, non si sentiva adeguatamente rappresentato. Non più quindi le vecchie Commissioni Interne, in cui i rappresentanti venivano sostanzialmente scelti, in maniera più o meno democratica, dalle organizzazioni sindacali, e che ben poco potere contrattuale avevano.
Trentin, nel dibattito che attraversò allora il sindacato e la stessa sinistra politica, affermò che se la funzione del sindacato fosse stata solamente redistributiva, per contrattare la quota di profitto aziendale da dare ai lavoratori, le commissioni interne erano più che sufficienti, ma se bisognava rispondere alla spinta alla libertà e all’autonomia nei luoghi di lavoro, che era la caratteristica fondamentale del ‘68 nelle fabbriche, occorreva dar vita ad una organizzazione coerente con questa spinta alla libertà, che non poteva che essere diretta dai protagonisti in carne ed ossa di queste lotte. La tensione libertaria era per Bruno la caratteristica fondamentale del ‘68, in Occidente e nel mondo. A partire dagli studenti che rifiutavano una scuola e un’Università autoritaria e nozionistica, che tendeva a riprodurre la diseguaglianze e le gerarchie della società capitalistica, e dalle lotte per l’indipendenza dai colonizzatori occidentale dei popoli dell’Africa e dell’Asia. La lotta degli studenti affermò con decisione anche il rifiuto di una democrazia delegante, e di una idea di rappresentanza che spesso toglieva ogni potere decisionale ai rappresentati.
Le assemblee degli studenti divennero, per lo meno nella fase nascente del movimento, i luoghi fondamentali della discussione politica e della decisione. In gioco non c’era solo l’autoritarismo nei luoghi del sapere, ma anche la burocrazia e la mancanza di trasparenza nella gestione della Stato e nella stessa politica, e sotto accusa finirono anche la burocrazia e il verticismo degli stessi sindacati. L’incontro fra studenti ed operai concorse a superare anche in fabbrica l’idea di una gestione delle piattaforme rivendicative e delle lotte delegata alle strutture esterne del sindacato. Il primato dell’Assemblea divenne anche la modalità per la gestione del conflitto e della trattativa nei luoghi di lavoro. E i Consigli erano la struttura organizzativa naturale di questa nuova democrazia di base.
Fine prima parte – Continua