Il popolo iraniano in piazza

Iran, le rivolte tra liberazione e ritorno al passato: la speranza è che non torni lo Scià

C’è un moto di popolo. C’è la macchina feroce della repressione. Ci sono le voglie imperialiste di Trump. La libertà è a portata di mano o è un miraggio?

Esteri - di Michele Prospero

13 Gennaio 2026 alle 07:00

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AP Photo/Michel Euler
AP Photo/Michel Euler

Ci sarà davvero spazio per il negoziato, che pare sia stato richiesto a Trump dagli stessi leader iraniani, oppure prevarrà l’altra opzione, quella “molto forte”, evocata proprio dal tycoon a bordo dell’Air Force One?

Non c’è bisogno della tragica contabilità dei morti accumulati lungo la strada della protesta per certificare una crisi strutturale del regime di mobilitazione a base sciita. Al malessere economico, nato nei bazar per via della insostenibile follia dei prezzi, il governo replica con la chiusura di internet e con il comando di aprire il fuoco contro “i vandali”. La risposta efficace alla caduta di legittimità di un potere sfidato dalla piazza, però, non può trovarsi nei disegni colorati di oro nero abbozzati dalla Casa Bianca con le imbeccate sanguinolente di Netanyahu. È ancora troppo fresca la memoria dell’affronto inflitto agli appetiti pre-nucleari di Teheran nella guerra dei dodici giorni per reperire il necessario consenso ad un nuovo chirurgico attacco esterno. I residui impulsi patriottici, cui può aggrapparsi l’apparato dei Pasdaran non più granitico ma rimasto sinora in piedi, per così dire, a prova di bomba, consigliano ai frequentatori di Mar-a-Lago di tramare con una qualche cautela per decretare un regolamento dei conti con i vertici della Repubblica islamica.

Non si prevedono impegni su larga scala, la portaerei Ford è infatti schierata nei Caraibi per completare in loco l’altra missione per la libertà: l’appropriazione violenta dei pozzi di greggio appartenenti al Venezuela. Al Pentagono non rimangono che attacchi mirati, e magari, vera specialità della Casa, qualche esecuzione lampo studiata ad hoc per far cadere la testa di un Guardiano della rivoluzione o addirittura della Guida Suprema. Il comandante in capo al momento esclude un’avventura massiccia dei marines con “gli stivali sul terreno” piantati per arginare la disintegrazione della statualità iraniana. In tal modo allontana la tattica americana dal pantano di un cambiamento di regime accompagnato dalla occupazione militare. Questa collaudata strategia pare troppo costosa, viziata anche da tempi imponderabili nella gestione operativa e nella circolazione della catena di comando. Preferibile sembra pertanto la scorciatoia offerta da un surrogato del tirannicidio quale mirabile chiusura delle crepe di una macchina patriarcale e fondamentalista. A modici prezzi, un atto di terrore individuale rivolto contro il despota occasionale garantisce allo Stato-impero, ormai gestito da un esecutivo formato famiglia, il controllo di un’altra area di cruciale valenza geopolitica e per giunta densa di risorse.

Nella triste stagione chiamata del “riflusso democratico”, è poco probabile che la imponente dilatazione di un ciclo di protesta dai caratteri di massa e le crepe di un’autorità con radici indebolite approdino in maniera automatica ad una forma di governo liberale. Più realistico, in questo tempo definito della “terza ondata di autocratizzazione”, è che dal cilindro la potenza imperiale estragga la figurina fantoccio del figlio dello Scià, per tramutare le sue mediatiche rivendicazioni del trono in una cerimonia di vera incoronazione che lo renda un viceré grato ed obbediente. Sarebbe una colossale beffa se a ratificare il congedo dagli agenti della polizia morale a presidio di una teocrazia immobile fosse l’immorale ritorno in sella dell’erede fuggiasco issato ai vertici di un protettorato a stelle e strisce. Il più classico scherzo del destino, dopo il riaccendersi delle lunghe sommosse del 2022, porterebbe a una riedizione minore del tragico colpo di Stato che nel 1953 depose il primo ministro Mossadeq, protagonista democraticamente eletto della nazionalizzazione del petrolio, per incoronare Reza Pahlavi, garante affidabile delle pretese delle potenze del libero Occidente. In questo caso di nostalgia per una canaglia, si può ben dire, le colpe dei padri dovrebbero accompagnare, come una maledizione inestirpabile, le ambizioni di ritorno al palazzo coltivate dai figli sull’onda della stabilità e del sogno di una nuova Dubai.

Una parabola simile a quella delle primavere arabe potrebbe presentarsi anche in Iran qualora i movimenti civici delle città, le reti di “Donna, vita, libertà” insorte contro le prescrizioni sul velo, i risvegli etnici dei sobborghi, le rivendicazioni economiche dei commercianti, le piattaforme dei sindacati dei trasporti non convergano nella loro rivolta in un’agenda condivisa per avviare un largo e solido governo della transizione. Nel crollo del diritto internazionale, sfuma ogni dialogo costruttivo tra le grandi potenze incapaci di convergere persino nelle misure immediate da adottare per tamponare le emergenze umanitarie più eclatanti. Il sangue dei “nemici di Dio”, che abbondante scorre ai piedi dei monti Elburz, nel vuoto odierno della politica diventa il macabro pretesto per delle (neanche tanto) oscure esercitazioni al fine di impiantare redditizie macchine neocoloniali. Lo scenario – Caracas insegna – è quello di tagliare qualche testa e poi convivere con la microfisica del potere disintegrato, con molteplici armate etniche e capitani delle periferie che si azzannano mentre in mani sicure cade il flusso del petrolio.

Sia Khamenei, che calcolava di sopravvivere al flusso delle contestazioni nonché alla spinta della secolarizzazione in virtù della deterrenza garantita dal fantomatico scudo atomico, sia Trump, che con qualche raid immagina di modellare il futuro regime come castello per controllare il traffico degli affari, dovrebbero meditare sulle pagine di chi della forza aveva compreso la genealogia e le funzioni. Dinanzi alla ossessiva cura delle armi, Machiavelli notava che “la migliore fortezza che sia, è non essere odiato dal populo”. Il consenso, e non la pura violenza, governa gli eventi nel lungo periodo, per cui tra i politici “coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono”.

13 Gennaio 2026

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