Sprofondo rosso
Stellantis, il 2025 è un disastro: solo 213mila auto prodotte in Italia, mai così poche dal 1955
È uno sprofondo rosso dal quale non si vede la possibilità di una risalita, di invertire un trend pericoloso. Per Stellantis, il gruppo italo-francese che comprende l’ormai ex Fiat, la produzione industriale in Italia continua ad indicare incessantemente il segno “meno”.
Lo stato dell’automotive in Italia è quello di un disastro che rischia di polverizzare migliaia di posti di lavoro. Lo spiega senza mezzi termini, con numeri freddi, l’ultimo report della Fim-Cisl sullo stato di salute delle fabbriche di Stellantis nel Belpaese.
La produzione Stellantis dimezzata in due anni
Numeri che evidenziano in particolare come le promesse del management Stellantis rilanciate nel 2023 dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, ovvero di sfornare un milione di veicoli all’anno, sono una chimera. Negli impianti del gruppo automobilistico nato dalla fusione tra Fca e i francesi di Psa, e che vede come azionista di maggioranza la Exor della famiglia Elkann-Agnelli, la produzione si è addirittura dimezzata in due anni.
Un salto indietro nel tempo di 70 anni, perché nel 2025 le fabbriche Stellantis in Italia hanno prodotto meno di 380mila unità totale, con le auto ferme addirittura a 213-706 veicoli sfornati dalle catene di montaggio. Numeri, appunto, mai così bassi dal 1955 ad oggi e più che dimezzati rispetto a quelli già non esaltanti del 2023.
“Le produzioni si sono dimezzate rispetto al 2023, quando si attestavano a 751.384 veicoli, nonostante nei tavoli ministeriali fosse stato indicato l’obiettivo di un milione di unità. Questa flessione particolarmente significativa ha portato quasi la metà della forza lavoro del gruppo a essere interessata da ammortizzatori sociali”, spiegano dalla Fim-Cisl, sottolineando il contraccolpo occupazionale per la crisi del gruppo.
Un risultato che avrebbe potuto essere ancora peggiore ma che è stato “ritoccato” dal provvidenziale lancio nell’ultimo trimestre del 2023 della “nuova” Fiat 500 ibrida, prodotta nell’impianto torinese di Mirafiori, e della nuova Jeep Compass realizzata a Melfi.
Il parco auto da rinnovare e la crisi degli impianti
Il problema, come non manca di far notare il sindacato, sono i modelli. “È necessario anticipare i tempi del nuovo piano industriale, servono investimenti e modelli”, avvisa il segretario generale della Fim-Cisl Ferdinando Uliano.
Anche perché il modello di punta di Fiat, che resta incredibilmente la vecchia Fiat Panda, ora ribattezzata Pandina, che con 112mila unità copre il 54% della produzione nazionale, sta iniziando a sentire il peso degli anni e della concorrenza interna. Anche su questo modello (prodotto a Pomigliano d’Arco), spiega la Fim-Cisl, “si registra una flessione del 14%, un dato che desta forte preoccupazione in prospettiva futura”.
Crisi della produzione che ovviamente si ripercuote sugli impianti che restano perlopiù fermi. Unico in controtendenza è Mirafiori, che fa segnare un +16,5% nella produzione rispetto al 2024 grazie al lancio della Fiat 500 ibrida, chiamata al non facile obiettivo da parte del management Stellantis di una produzione da 100mila unità.
Tutti gli altri stabilimenti sono invece in decisa sofferenza: si va dal -13,5% di Atessa al -47,2% di Melfi, con l’impianto lucano che ha visto uscire di produzione tre modelli quest’anno in attesa dell’avvio delle linee per la nuova Jeep Compass. L’altro grande “malato” del gruppo è Cassino: nell’impianto laziale il 2025 ha fatto segnare un pesante -27,9% nella produzione, pari a sole 19mila auto, con la crisi peggiorata dal rinvio delle produzioni delle nuove Alfa Romeo Stelvio e Giulia.