Il libro di Gabriella Nucci

Lettere di una professoressa di Gabriella Nucci, rimandate a scuola i genitori

Alle soglie della pensione, l’insegnante di inglese di una periferia romana prende carta e penna e traccia in una serie di missive la foto dello stato odierno dei nostri istituti e dei mali che li affliggono

Cultura - di Graziella Balestrieri

7 Gennaio 2026 alle 16:30

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Photo credits: Leonardo Puccini/Imagoeconomica
Photo credits: Leonardo Puccini/Imagoeconomica

Lettere di una professoressa di Gabriella Nucci, è una fotografia contemporanea e istantanea della scuola di oggi. Romana, 65 anni, 2 figli, l’autrice insegna inglese in una scuola secondaria inferiore e lo fa con il piglio di chi provenendo da un altro ambiente cerca di portare esperienza e migliorie in una realtà, quella della scuola italiana, che attraversa una crisi senza precedenti. Sarebbe tuttavia riduttivo imputare la decadenza del nostro sistema alla tecnologia imperante, che certo alcuni credono non a torto indispensabile come mezzo per trovare scorciatoie nella vita. Ma si tratta anche, e soprattutto di politiche governative miopi da una parte, e della presenza quasi “soffocante” dei genitori.

Un tempo schierati senza cedimenti al fianco dei professori, degli insegnanti, dei Maestri, quelli con la M maiuscola che hanno segnato la via di moltissimi ragazzi, oggi non lo sono più. Anzi sfiancano i professori, li aggrediscono, li intimidiscono, come se si trattasse di nemici che stanno portando i loro figli chissà su quale strada. In altre parole, coloro che sono per mestiere votati al ruolo di educatori, vengono percepiti dai genitori come comoda valvola di sgogo nelle quali soffiare la propria impotenza e nascondere i propri insuccessi genitoriali. Così che la professoressa Gabriella Nucci racconta in maniera lucida, romantica sì, a tratti, ma anche cruda, l’amara realtà che ha sperimentato sul campo, rappresentata da quelle classi di liceo della periferia romana, che alcuni conoscono solo tramite film, ma che dal vivo non sono esattamente come vengono traslate sul grande schermo.

L’autrice però non si limita a fotografare l’esistente, auspicando invece un cambiamento di paradigma che possa riportare al centro la scuola, e le figure che la sostengono in questi tempi così impervi. E si parte proprio da lì, da quelle che la prof. di inglese chiama senza mezzi termini “trincee”, ovvero quelle scuole che sono periferie delle periferie, nelle quali l’insegnante romana ha cercato per ben dieci anni di resistere. Un’esperienza durissima, che l’ha messa alla prova fisicamente e mentalmente, di fronte ad alunni provenienti da famiglie affette da tossicodipendenze, spesso strappati al loro doloroso destino. E ancora figli di immigrati, ossia i figli della guerra civile dell’ex Jugoslavia.

Lettere di una Professoressa non è solo una riflessione illuminante, ma è anche una preghiera rivolta alla scuola futura, di chi con un po’ di rammarico sta per lasciarla ormai vicina alla pensione. Le lettere sono indirizzate ai personaggi pubblici che Nucci ha incontrato o a quelli a cui le sarebbe piaciuto porre alcune domande o solo esporre alcuni pensieri. Alle amicizie, ai colleghi con i quali ha condiviso questo mondo della scuola che sembra senza via d’uscita ma che forse ha solo bisogno di far sentire gli insegnanti di nuovo a casa loro, senza timori, senza avere paura del giorno dopo, Colpisce in particolare le lettera ad Elodie, che dalla periferia viene, quel “Quartaccio”, periferia nord ovest della Capitale, che per un soffio non è stata alunna di Gabriella.

L’autrice immagina che l’icona di oggi (Elodie) sia stata salvata non solo “dalla mano di Dio” ma anche da una presenza benefica. Nucci suppone e vuole credere che forse sulla strada della cantante ci sia stata un’insegnante, che abbia saputo capirla e ascoltarla, in una periferia dove le strade intitolate agli scrittori stranieri sembrano quasi una presa in giro per la gente che ci vive, ignari del mondo che quei nomi rappresentano. Ed è poi da ricordare la lettera alla Cgil, nella quale affiora il ricordo delle tante battaglie, dei diritti perduti anche, perché queste lettere rappresentano e raccontano anche storie di fallimenti, di rinascite e viceversa.

La lettera senza remore scritta e indirizzata al filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, che non ha mai risparmiato la classe docente da critiche aspre ma sempre costruttive. E poi ci sono i sogni dai quali l’autrice si risveglia presto, ci sono le lettere indirizzate a Sonia, a Dario, al cantante famoso che, quando diede l’esame con lei famoso non lo era ancora, a Deborah, Irina, ed anche una lettera scritta con totale rispetto a don Milani. E poi c’è una missiva indirizzata al regista Paolo Sorrentino, che forse più di tutte fa comprendere quale sia lo stato della scuola oggi, e il senso di questo libro scritto da un insegnante che sta per andare in pensione e che prende spunto da un’ironica e profondissima riflessione del regista che dialoga con un suo collaboratore, su una terrazza romana. La riportiamo brevemente.

Paolo Sorrentino: “Vittorio vieni devo raccontarti una cosa. Sabato i genitori lavoravano, allora io ho portato mio nipote all’incontro trimestrale genitori figli”.
Vittorio: “sono belli questi incontri “
Sorrentino “sono la cosa più prossima alla morte. Perché puoi trovare nella scuola il sentimento più orrendo dell’essere umano: l’entusiasmo immotivato. Ha cominciato un genitore che suonava la batteria, ha detto -io posso fare un corso pomeridiano di batteria per tutti i bambini- e c’è stata un’ola dei genitori e a quel punto la moglie che insegna la Macarena ha detto – facciamo un corso di macarena, la macarena è importantissima, sprigiona la creatività- e giù applausi e ovazioni. Un altro genitore tracagnotto, uno di quelli che ha un sacco di tempo libero, ha detto – ma io guardo ciclismo in tv dalla mattina alla sera, io posso fare un corso di ciclismo- c’è stato un entusiasmo generale come in preda ad una droga più o meno sconosciuta… A quel punto la maestra mi guardava, e io lo sapevo, stava arrivando a me e mi ha detto – Sorrentino lei potrebbe prendere una telecamera e filmare tutti i corsi che ci sono, però il consenso lì è stato più moderato… e poi io un po’ imbarazzato ho balbettato e ho detto, guardate i miei figli ormai sono grandi però quando erano piccoli andavano semplicemente a scuola e poi il pomeriggio giocavano per i fatti loro, anche in vacanza sono andati molto di rado, perché io e mia moglie lavoravamo, e tutto sommato mi sembrano felici sti ragazzi. Tutti hanno fatto scender su di me un silenzio che si tributa solo agli ergastolani, un nonno ex hippie ha detto con la mascella serrata “delinquente” e un’altra signora madre di un figlio unico mi ha puntato il dito e ha detto “assassino”. A quel punto io ho scritto una lettera a Dio…gli ho scritto – Dio occupati tu dell’educazione… dei genitori”.

7 Gennaio 2026

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