I reportage della scrittrice

Educazione allo stupore: l’invito al viaggio di Dacia Maraini nei suoi abbaglianti reportage

Africa, America, Giappone: in continuità con l’eccellenza della narrativa itinerante italiana, da Serao ad Alvaro, l’autrice di “Bagheria” ci fa riscoprire le ragioni profonde che muovono al viaggio

Cultura - di Filippo La Porta

4 Gennaio 2026 alle 09:24

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Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Anzitutto: Dacia Maraini ci ricorda indirettamente in questi abbaglianti reportage di viaggio – Sguardo all’Africa, Sguardo a Oriente, Sguardo al Nuovo Mondo, a cura di M. La Luna, Marlin – ) – tutta la grandezza di questo genere letterario – il reportage narrativo – in cui l’Italia eccelle, da Serao e Gozzano e passando per Soldati e Alvaro fino a Piovene e Parise e Fallaci, e fino a Alessandro Leogrande.

Genere ibrido, tra giornalismo e letteratura, tra dovere di osservazione, di documentazione e soggettività dello sguardo, tra informazione e qualità dello sguardo. A volte, non è il caso di Maraini, nel reportage i nostri scrittori danno il meglio di sé: di Manganelli preferisco i reportage, perché la sua immaginazione straripante e manieristica, è come disciplinata dall’obbligo di raccontarci un cosa concreta. Il viaggio diventa qui un’educazione allo stupore. Viene citata in proposito la Yourcenar:scuola di stupefazione ”(oltre che di resistenza fisica, se non si va solo negli hotel a cinque stelle: ricordo che il grande scrittore-reporter polacco Kapuscinski in Africa dormiva nelle capanne e infatti si beccò la malaria). Certo dipende da come si viaggia. Il viaggio può essere anche solo un non pensare a se stessi, un surrogato dell’avventura, un consumo tra gli altri, più o meno eccitante, da esibire agli altri (allora meglio la “restanza” celebrata dall’antropologo Vito Teti), ma qui è in gioco il viaggio come scoperta dell’altro e di se stessi. Appunto come avventura conoscitiva ed esistenziale.
Per non perdermi in questa moltitudine di racconti, notazioni, memorie – da cui tra l’altro si impara tantissimo sui paesi da lei visitati – e provare a renderne conto minimamente, mi sono affidato a un metodo forse arbitrario ma inevitabile: da ciascuno dei tre volumi ho scelto un “pezzo” che mi ha particolarmente interessato o incantato, da commentare.

Aggiungo solo che l’autrice ci dà qui, di passaggio, una definizione concisa, quasi portatile di letteratura: lo scrittore si occupa di ciò che lo storico trascura, e cioè i particolari, che sono il sale della letteratura. Per l’Africa ho scelto il viaggio in cui lei e Moravia hanno accompagnato Pasolini, che faceva un sopralluogo per una Orestiade africana che non avrebbe mai realizzato (ce ne resta un documentario splendido, una delle cose pasoliniane più belle). Insieme si interrogano sulla trasformazione delle Erinni in Eumenidi dentro la tragedia di Eschilo: coincideva con il passaggio dell’Africa da una “antichità selvaggia e dionisiaca a una modernità apollinea”? O forse, come penso io, si tratta di un passaggio che avviene in ogni civiltà e non è mai garantito? Poi le Erinni Pasolini le vide incarnate non in donne africane ma negli alberi di quel continente! Mentre per Oreste aveva scelto un giovane bellissimo, alto, dinoccolato, “le grandi mani nere che si passava continuamente sulla faccia come per togliersi una maschera”. E andava in cerca di un “bel fumo”, che avrebbe dovuto avvertire l’arrivo di Agamennone: un fumo cilestrino, gonfio ma non troppo, leggero e pesante di significati, “rabbioso e tenace” un fumo che incuteva fiducia ingannevolmente, e che Pasolini non trovò mai

Dal volume sull’Oriente estraggo “Caro Giappone”, cui si rivolge Dacia: “mi sei stato padre e madre in un’età in cui gli odori e i sapori, le forme e le voci si stampano incancellabili nella memoria infantile” Lei è attratta dallo spirito collettivo di solidarietà di quel popolo. Non che manchino i prepotenti ma vi è “una educazione alla solidarietà”, una consapevolezza dei valori comunitari che rende i giapponesi sempre tesi verso l’altro, il vicino di casa, il vicino di treno, il vicino di banco…Ed è singolare che Dacia Maraini trovi la forma di convivenza più vicina a un suo ideale non in un paese del socialismo reale o dove è avvenuta una rivoluzione sociale, ma in quel paese arcaico e moderno.
Del libro che parla del continente americano molti sono i microreportage sugli studenti dei campus, dal Vermont a Harvard e Austin, ritratti con acume antropologico, e su quelli volevo soffermarmi. Però pensando all’attualità mi concentro su una pagina non di reportage ma di riflessione generale sull’odio-amore per l’America: “la cosa curiosa è che coloro che condannano gli americani sono i primi a inserire ogni due o tre parole una inglese…i primi ad ascoltare musica americana, a prediligere i film western…” Ecco, a parte i film western in declino presso le nuove generazioni Dacia fa benissimo a ricordarci quanto siamo debitori verso quella cultura nonostante Trump (una cultura che contiene i propri anticorpi).

Il collante dei reportage è in realtà una sensibilità tutta “politica” nell’accezione meno riduttiva del termine. Ovvero: attenzione alle situazioni di ingiustizia e discriminazione (e in specie alla questione femminile), empatia verso i più deboli, e soprattutto passione per la democrazia, “una meravigliosa conquista, ma fragile e pericolosa” (ad esempio in Sudan nota come in momenti di incertezza la gente regredisce e si rivolge al capo branco). Riprendo una osservazione, che trovo illuminante, fatta a proposito del Giappone. In quel paese – leggiamo – c’è una continua dialettica irrisolta, direi tragicamente irrisolta, tra fedeltà alle tradizioni e dovere politico di emancipazione. Ma è una dialettica “seria e concreta, che scava nel profondo”, e ciò salva il Giappone dalla volgarità, poiché, scrive Maraini, “un paese tragico non è mai volgare”. Ecco, ciò che manca al nostro paese, forse fin dal celebre saggio di Leopardi sul costume degli italiani, è esattamente il senso del tragico. Perciò è condannato alla volgarità.

4 Gennaio 2026

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