Calcio
Modric: “Mio nonno ucciso dai serbi durante la guerra, Mourinho l’allenatore più duro: fece piangere Cristiano Ronaldo”
L'intervista del campione del Milan al Corriere della Sera: "Ero milanista per l'eroe della mia infanzia, Boban. Ancora oggi con la Serbia la guerra si sente. Credo sarà sempre così"
Sport - di Redazione Web
Luka Modric ha raccontato che da bambino era milanista: oggi gioca nel Milan, dove è arrivato a inizio stagione e dove sta contribuendo attivamente ai rossoneri in lotta al vertice della classifica. “Ero milanista per via dell’eroe della mia infanzia: Zvonimir Boban, capitano della Croazia che sfiorò l’impresa al Mondiale di Francia del 1998”, ha raccontato il calciatore croato, uno dei campioni più forti al mondo degli ultimi anni, in una lunga e bella intervista a Il Corriere della Sera.
Modric vanta un palmarés con sei Champions League, un Pallone d’Oro – piuttosto raro, essendo un centrocampista -, miglior giocatore 2018, 194 partite con la Nazionale Croata. Fa parte di quella classe di fuoriclasse che negli ultimi anni di carriera ha deciso di arrivare in Italia, campionato ancora competitivo ma non all’altezza di Premier League inglese e di Liga spagnola, nessuna squadra al livello del Paris Saint Germain campione in carica della Champions League. A 40 anni non è un calciatore bollito, fa ancora la differenza: al Milan gioca più arretrato, Massimiliano Allegri lo ha spostato davanti alla difesa. Suo idolo, oltre a Boban, è stato Francesco Totti.
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Quella Nazionale che incredibilmente riuscì ad arrivare in semifinale ai Mondiali in Francia ’98, che sembrava inarrivabile per un Paese di appena quattro milioni di abitanti, è stata superata proprio dalla Croazia di Modric che nel 2018 è riuscita ad arrivare in finale nei Mondiali in Russia: una finale persa ancora una volta contro la Francia. “Nel calcio devi pensare partita per partita. Se cominci a programmare a distanza di mesi, ti perdi”.
Figlio di Stipe e Radojka, operaio e sarta. Nome in onore del nonno Luka, che aveva in manutenzione la casa dei cantonieri ai piedi del monte Velebit, in Dalmazia. “Mi ha insegnato a spalare la neve, ad accatastare il fieno, a portare il gregge al pascolo. Sono cresciuto con gli animali, mi divertivo a tirare la coda alle caprette, credo di aver imparato a giocare a calcio lì, fra le pecore e le pietre”. Fu assassinato dai cetnici serbi. “Era il dicembre del 1991, avevo sei anni. Una sera il nonno non tornò a casa. Andarono a cercarlo. Gli avevano sparato in un prato ai margini della strada. Aveva sessantasei anni. Non aveva fatto nulla di male a nessuno. Ricordo il funerale. Papà che mi porta davanti alla bara e mi dice: ‘Figlio mio, da’ un bacio al nonno’. Ancora oggi mi chiedo: come si fa a uccidere un uomo buono, un uomo giusto? Perché?”.
Anche il padre di Modric partì volontario per la guerra, la famiglia si rifugio nel campo profughi di Makarska e a Zara all’Hotel Kolovare. Quella casa cantoniera vorrebbe comprarla, anche se oggi appartiene allo Stato. Ancora oggi quando ha giocato contro la Serbia, la tensione era alta. “Ambienti difficilissimi, in entrambi i casi. Non erano sfide normali, la guerra si sentiva ancora, si sente ancora. Credo che sarà sempre così”.
Modric si è raccontato anche come un modello di normalità. “Se non avessi fatto il calciatore, mi sarebbe piaciuto fare il cameriere”. Ha studiato all’istituto alberghiero di Borik. E pensare che gli dissero che non avrebbe potuto fare il giocatore professionista “perché ero troppo piccolino, troppo fragile”. Prima di arrivare al Milan una stagione incredibile al Real Madrid, dove arrivò grazie a José Mourinho, tecnico durissimo. “L’ho visto fare piangere negli spogliatoi Cristiano Ronaldo, uno che in campo dà tutto, perché per una volta non aveva rincorso il terzino avversario. Mourinho è molto diretto con i giocatori, ma è onesto”.