L'appello di Save the Children

A Gaza l’orrore continua: neonata sfollata dai militari israeliani muore di freddo, gli aiuti umanitari un miraggio

È successo a Khan Yunis. Aveva appena sei mesi, la famiglia era stata sfollata per le operazioni militari israeliane. La denuncia dell’Organizzazione umanitaria: “Le restrizioni sugli aiuti violano il piano di tregua”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

12 Dicembre 2025 alle 09:00

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AP Photo/Abdel Kareem Hana – Associate Press/ LaPresse
AP Photo/Abdel Kareem Hana – Associate Press/ LaPresse

Aveva 6 mesi. È morta di freddo nella Gaza “pacificata”. Una bambina di soli otto mesi è morta durante la scorsa notte per il freddo a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza che sta subendo piogge torrenziali, allagamenti e basse temperature a causa della tempesta Byron. Lo scrivono l’agenzia palestinese Wafa e Al Jazeera. Si tratta di una neonata la cui famiglia è stata sfollata per le operazioni militari israeliane.

«Continuava a piovere e il freddo stava peggiorando. Improvvisamente, ho trovato la mia bambina immobile, morta», ha detto la madre della bambina ad Al Jazeera. Almeno tre edifici, già danneggiati dalla guerra, sono crollati oggi a Gaza City a causa delle intense piogge e dei forti venti portati dalla tempesta Byron che sta investendo la regione. Lo riportano i media palestinesi, riferendo anche di campi sfollati allagati in tutta l’enclave palestinese. Secondo quanto precisato dall’agenzia Wafa, le squadre di protezione civile hanno condotto 32 operazioni nelle ultime 12 ore, intervenendo per l’allagamento di 17 tende, l’evacuazione di 14 persone e il pompaggio dell’acqua.

“Oggi sono tornate le tempeste a Gaza e i bambini non possono accedere ai necessari servizi di protezione e supporto psicosociale, mentre gli aiuti bloccati dalle restrizioni israeliane rendono ancora più duri i freddi invernali”. Lo dichiara Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro. “Quattro degli otto Spazi a misura di bambino dell’Organizzazione – prosegue il report – sono stati costretti a chiudere durante le violente tempeste del mese scorso, poiché i campi sono stati allagati o danneggiati da una combinazione di acqua piovana e liquami a causa della distruzione dei sistemi igienico-sanitari durante due anni di bombardamenti israeliani. Negli Spazi rimasti aperti, gli operatori hanno registrato un drastico calo delle presenze durante le tempeste, perché le cattive condizioni del terreno dopo le forti piogge, così come la mancanza di indumenti di base come giacche e scarpe, hanno costretto i bambini a rimanere nelle loro tende. La partecipazione dei minori più grandi, in particolare degli adolescenti, è diminuita perché hanno dovuto aiutare le loro famiglie a riparare le tende dopo la tempesta. Con le piogge torrenziali che tornano a colpire Gaza – dove quasi l’intera popolazione è stata costretta ad abbandonare le proprie case – è particolarmente importante che le autorità israeliane rimuovano le restrizioni sugli aiuti e consentano l’ingresso nella Striscia di beni essenziali attualmente vietati, come i pali delle tende, e di maggiori forniture invernali come tende, beni per ripararle, vestiti caldi e coperte. È straziante parlare con i genitori e i bambini qui. Le restrizioni impediscono qualsiasi ricostruzione e il ritorno a una parvenza di normalità per i più piccoli, come una casa e l’accesso all’istruzione formale. I nostri Spazi a misura di bambino e i centri di apprendimento temporanei offrono loro un po’ di tregua dagli orrori degli ultimi due anni. Ma ora non riescono nemmeno a ottenere questo. Il maltempo, sommato ai danni subiti negli ultimi due anni, rende impraticabili alcune delle “strade” rimanenti di Gaza, e i servizi offerti sono irraggiungibili per bambini e famiglie. Un genitore mi ha detto che non può comprare scarpe ai propri figli. Un altro bambino mi ha raccontato che passa la notte sveglio al freddo perché le sue lenzuola e coperte sono fradice dopo che la tenda si è allagata. Nonostante dall’annuncio della prima fase del piano di pace due mesi fa alcune tende e teloni siano entrati a Gaza, non sono ancora entrati legname, pali o attrezzi per montarle, a causa delle restrizioni su ciò che le autorità israeliane considerano articoli ‘a duplice uso’, ha raccontato Shurouq, responsabile stampa di Save the Children a Gaza. I piani annunciati dalle autorità israeliane la scorsa settimana per riaprire il valico di Rafah ai palestinesi in uscita da Gaza non prevedono l’ingresso di aiuti e non rispondono ai bisogni di sopravvivenza dei quasi due milioni di persone intrappolate all’interno della Striscia, che hanno vissuto difficoltà inimmaginabili in due anni di violenza incessante.

“Nessun bambino dovrebbe passare la notte sveglio, al freddo, su letti impregnati di liquami. È inaccettabile. I bambini di Gaza hanno bisogno subito di tende complete di supporti, ripari, vestiti caldi, coperte e biancheria da letto, nonché di investimenti urgenti per riparare il sistema igienico-sanitario danneggiato. Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo di garantire che i bisogni umanitari della popolazione occupata siano soddisfatti. Le autorità israeliane devono revocare l’assedio e garantire che tutti i valichi di frontiera siano aperti e pienamente operativi in entrambe le direzioni, che le restrizioni agli aiuti siano ridotte e i servizi ripristinati. Il piano di aprire il valico di Rafah in un’unica direzione è una cortina fumogena. Limitare gli aiuti e offrire un biglietto di sola andata significa spostare i palestinesi dalla loro terra, trasformando la loro sopravvivenza in un’arma contro di loro. È una violazione del diritto internazionale, della prima fase del piano di cessate il fuoco e dell’umanità” ha dichiarato Ahmad Alhendawi, Direttore Regionale di Save the Children per il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa Orientale.

Quella che segue è la testimonianza di Tess Ingram, Communication Manager Unicef durante la conferenza stampa al Palazzo delle Nazioni di Ginevra. “Durante la guerra, secondo le notizie, almeno 165 bambini sono morti in modo doloroso e prevenibile a causa della malnutrizione. Ma si è parlato molto meno della portata della malnutrizione tra le donne in gravidanza e in allattamento e sul devastante effetto domino che ha avuto su migliaia di neonati. Il quadro è chiaro: madri malnutrite danno alla luce bambini sottopeso o prematuri, che muoiono nelle unità di terapia intensiva neonatale di Gaza o sopravvivono, solo per affrontare a loro volta la malnutrizione o potenziali complicanze mediche permanenti. Nel 2022, a Gaza, prima degli orrori degli ultimi due anni, in media 250 bambini al mese – il 5% – nascevano con quello che i medici chiamano basso peso alla nascita, ovvero con un peso inferiore a 2,5 chilogrammi. Questo secondo i dati del Ministero della Salute locale. Nella prima metà del 2025, nonostante il calo delle nascite, il numero di bambini sottopeso è aumentato, raggiungendo il 10% di tutte le nascite, ovvero circa 300 bambini al mese. Nei tre mesi precedenti il cessate il fuoco, da luglio a settembre, questa cifra è salita a una media di 460 bambini al mese, ovvero 15 al giorno, quasi il doppio della media prebellica. Negli ospedali di Gaza ho incontrato diversi neonati che pesavano meno di 1 chilogrammo, con i loro piccoli petti che ansimavano nello sforzo di sopravvivere.

I neonati con basso peso alla nascita hanno una probabilità di morire circa 20 volte superiore rispetto ai neonati di peso normale. Hanno bisogno di cure speciali, che molti ospedali di Gaza hanno faticato a fornire a causa della distruzione e della morte e dello sfollamento del personale del sistema sanitario, ma anche degli ostacoli posti dalle autorità israeliane che hanno impedito l’ingresso nella Striscia di alcune forniture mediche essenziali. I dati mostrano che il numero di bambini morti nel loro primo giorno di vita è aumentato del 75%, passando da una media di 27 bambini al mese nel 2022 a 47 bambini al mese tra luglio e settembre 2025. Non tutti questi casi sono riconducibili alla prematurità o al basso peso alla nascita, ma, insieme all’aumento delle anomalie congenite, i medici mi dicono che si tratta di una condizione comune. Il basso peso alla nascita è generalmente causato da una cattiva alimentazione materna, da un aumento dello stress materno e da un’assistenza prenatale limitata. A Gaza assistiamo a tutte e tre queste condizioni, e la risposta non è abbastanza rapida né della portata necessaria. Tra luglio e settembre, a circa il 38% delle donne in gravidanza sottoposte a screening dall’Unicef e dai suoi partner è stata diagnosticata la malnutrizione acuta. E anche adesso continuiamo a curarne un numero elevato. Solo nel mese di ottobre abbiamo ricoverato 8.300 donne in gravidanza e in allattamento per curarle dalla malnutrizione acuta, circa 270 al giorno, in un luogo dove prima dell’ottobre 2023 non si riscontravano segni evidenti di malnutrizione in questo gruppo. Questo andamento è un grave campanello d’allarme e probabilmente porterà alla nascita di bambini sottopeso a Gaza nei prossimi mesi.

Ho trascorso molti mesi a Gaza negli ultimi due anni e vedo e sento quasi ogni giorno l’impatto generazionale del conflitto sulle madri e sui loro bambini; negli ospedali, nelle cliniche nutrizionali e nelle tende delle famiglie. È meno visibile del sangue o delle ferite, ma è onnipresente. È ovunque. Ho perso il conto del numero di genitori che hanno pianto mentre mi raccontavano ciò che era loro successo, distrutti dall’impotenza di non poter proteggere i propri figli di fronte alla distruzione e alla privazione indiscriminate. Generazioni di famiglie, comprese quelle nate durante il cessate il fuoco, sono state cambiate per sempre da ciò che è stato loro inflitto. L’Unicef sta rispondendo. Stiamo sostituendo le incubatrici, i ventilatori e altre attrezzature salvavita distrutte: alla fine di settembre l’Unicef ha consegnato 10 ventilatori a Gaza e, dopo il cessate il fuoco, altre 20 incubatrici, 20 ventilatori e 15 monitor per pazienti, oltre ad altre attrezzature. Dal cessate il fuoco, abbiamo fornito integratori a oltre 45.000 donne in gravidanza e in allattamento per prevenire la malnutrizione. Abbiamo sottoposto a screening oltre 150.000 bambini sotto i 5 anni per la malnutrizione acuta e ne abbiamo ammessi oltre 14.000 alle cure. Stiamo fornendo consulti sull’allattamento a oltre 14.000 persone che si prendono cura dei bambini, oltre a sostegno psicologico e psicosociale.

Stiamo facendo tutto il possibile per sostenere le famiglie. Tuttavia, per migliorare la risposta, è necessario che nella Striscia di Gaza arrivino più aiuti, in particolare quelli che rafforzano la salute delle donne in gravidanza e in allattamento e che forniscono agli ospedali tutto il necessario per salvare vite umane. A ciò devono aggiungersi beni commerciali che riforniscano i mercati locali con alimenti nutrienti in quantità sufficiente, in modo che i prezzi continuino a diminuire. E la paura deve finire. Questo cessate il fuoco dovrebbe garantire sicurezza alle famiglie, non ulteriori perdite. Più di 70 bambini sono stati uccisi nelle otto settimane trascorse dall’inizio del cessate il fuoco. Gli attacchi continui e l’uccisione di bambini devono cessare immediatamente. Questo effetto domino – dalla madre al bambino – si poteva evitare. Nessun bambino dovrebbe essere segnato dalla guerra prima ancora di aver fatto il suo primo respiro. A Gaza questa brutale realtà è stata causata dal conflitto ed esacerbata dalle restrizioni agli aiuti, che hanno svuotato gli ospedali e lasciato le madri affamate e stressate. Tanta sofferenza sarebbe potuta essere evitata, se fosse stato rispettato il diritto internazionale umanitario”, conclude Ingram. E la chiamano “pace”.

12 Dicembre 2025

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