Le riflessioni dello scrittore
Quel potere terribile dei giudici: sono tutti colpevoli, giustizia e potere nel pensiero di Sciascia
Quando un potere diventa cieco e astratto, e dimentica l’empatia per l’uomo, diventa mostruoso e disumano: così ragionava il padre del garantismo, rileggendo le pagine dell’Ivan Ilic di Tolstoj
Giustizia - di Filippo La Porta
All’inizio di un celebre saggio su Gandhi Orwell scrisse che tutti i santi sono colpevoli, fino a prova contraria. Si potrebbe parafrasarlo per definire la posizione di Leonardo Sciascia sui giudici: tutti i giudici sono colpevoli, fino a prova contraria. Per la ragione che si trovano a disporre di un potere “terribile” (Montesquieu), che li eleva – realmente ma anche illusoriamente – al di sopra di tutti gli altri uomini. Un giudice dovrebbe non tanto “godere” il potere che ha quanto “soffrirlo”.
La giustizia non è uno dei temi di Sciascia, ma il “suo” tema, così come il tema – poniamo – di Pasolini era il genocidio culturale degli italiani a seguito della modernizzazione. E intendo la giustizia in una sua accezione strutturale, la giustizia cioè impegnata a soprattutto a nascondere o rimuovere la propria perversa origine dalla vendetta. Sciascia ha affrontato questo tema come romanziere, come saggista, come direttore editoriale (diresse una collana Sellerio a ciò rivolta), come opinionista ed editorialista. In una pagina di Cruciverba (1983) dedicata alla Morte di Ivan Ilic di Tolstoj leggiamo che di una “mirabile, ‘avveniristica intuizione dello scrittore russo: si tratta del paragone che sorge in Ivan Ilic, ormai sul punto di morte, tra il giudice, cioè se stesso, e il medico. In che senso? “La faccia che lui faceva all’accusato, la stessa precisa faccia fece a lui il celebre medico”. Il medico lo guardava severo, e come il giudice imperscrutabile “non tenuto a render conto di nulla”.
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Da un lato il giudice fa astrazione dal torto e dalla ragione, gli preme solo l’affermazione della giustizia, dall’altro il medico fa astrazione dalla malattia e dalla salute poiché quello che conta è l’affermazione della medicina. L’astratto domina sul concreto. Medicalizzazione della vita e giustizialismo cancellano la concreta relazione tra gli esseri umani. Per umanizzare la cura si sono introdotte 50 anni fa negli Stati Uniti le “medical humanities”, ossia un campo interdisciplinare che unisce la pratica medica alla cosiddette scienze umane. Il loro obiettivo è sviluppare empatia, comunicazione, ascolto, oltre una visione puramente tecnica della cura: curare non solo il corpo ma la persona nella sua interezza. Si potrebbe pensare anche a delle legal humanities per dare un respiro umanistico alla formazione dei giudici, oltre ogni deriva burocratica e tecnicistica del loro ruolo, e come momento di forte responsabilizzazione. Senza empatia, comprensione ed ascolto la giustizia è vendetta legalizzata e burocrazia cieca. L’analogia tra i due diversi mestieri potrebbe continuare a lungo. Se Sciascia in una lettera inascoltata a Pertini raccomandava che i futuri giudici trascorressero tre giorni in un carcere, si potrebbe ipotizzare, analogamente, un periodo di eguale estensione per i futuri medici, da passare in un ospedale pubblico come pazienti.
Sciascia, che era uno spirito laico, benché più pascaliano e giansenista .- come il suo Manzoni – che volterriano (si autodefiniva “un ateo incoerente” e leggeva ogni giorno i Vangeli accanto ai suoi illuministi), sa che qualsiasi giustizia terrena, non temperata dalla pietà e dall’amore, è solo una maschera della vendetta. Perciò deve essere amministrata non solo con equilibrio e prudenza, ma soprattutto con una capacità di empatia, con un senso del tragico della condizione umana, con la consapevolezza che la verità è sempre pirandellianamente sfaccettata, e che mettere paura a un essere umano – solitario, del tutto inerme – è la cosa peggiore che si possa fargli. Il peccato più grave per Sciascia è spaventare qualcuno, intimidirlo: quello che hanno fatto i giudici con Tortora, o anche i giudici del Tribunale del popolo con Moro (aggiungo: quello che fanno spesso i medici annunciando – impassibili, in modo gelidamente neutro – diagnosi pesanti e prognosi infauste).
Ora, sentimenti come l’amore o la carità cristiana non potranno mai essere formalizzati, né inseriti in un master di specializzazione. Però quel senso del tragico, quella capacità di empatia e immedesimazione nell’altro, quella consapevolezza della infermità della condizione umana, si acquisiscono attraverso una assidua frequentazione della letteratura. Per chiarire questo aspetto della riflessione di Sciascia suggerisco un accostamento a Dante, autore non estraneo al suo orizzonte. Dall’Inferno al Purgatorio avviene il passaggio dall’etica aristotelica, del mondo pagano, per la quale il valore più alto è la giustizia, e l’etica cristiana, che invece assegna un primato all’amore. La giustizia si fonda su una proporzionalità (bilancia, razionalità), l’amore – almeno inteso in senso cristiano – su una dismisura (gratuità, paradosso). Nel regno della giustizia troviamo criteri ragionevolmente proporzionali, equivalenze, diritti, pene e compensazioni, procedure. Nel regno dell’amore abita invece la misericordia, che implica una “esagerazione”, o, nelle parole di papa Francesco, “un inaudito straripamento”. I due termini – giustizia e amore – restano in Dante non del tutto conciliati tra loro, e certamente la giustizia divina, che a volte punisce chi in Terra aveva pur agito bene, avrà sempre per noi qualcosa di insondabile. Ma certo abbiamo l’obbligo di mantenere una dialettica tra i due termini. Diceva Martin Luther King che “la giustizia è amore che si organizza”.
Il tema della giustizia in Sciascia si intreccia con quello del potere, il quale è sempre in qualche misura arbitrario (perciò ha bisogno di continui contrappesi), così come la giustizia è sempre inquisizione. Il che rimanda al tema squisitamente canettiano del potere e della sopravvivenza. Il potere inquisisce, è obbligato a inquisire, perché finché lo fa si sente al riparo, deve incessantemente colpevolizzare, mettere paura per non avere paura lui, interrogare per non essere interrogato nemmeno dalle proprie angosce, e dispone di cose e persone perché così si illude di essere al di sopra della vita e della morte. Il tiranno si vuole e si crede immortale. Per Sciascia mettere paura a qualcuno – lo abbiamo visto – è la cosa più abietta che si possa fare. Peggio che opprimerlo e sfruttarlo. La paura era per Hobbes la passione umana più forte: nasce da essa la necessità di un patto che fonda la convivenza civile. Attraverso questo patto si toglie la paura di essere uccisi (lo stato di natura è una guerra civile cosmica) però sostituendola con un’altra paura, quella dell’autorità costituita. Va bene, si tratta di una autorità democratica, di una sovranità non più assoluta e dinastica: ma a volte viene il dubbio che giudici e medici, nei rispettivi ambiti professionali, riescano a sottrarsi a quel patto.