L'ennesima mutazione
Conte leader bifronte, dribbla il Pd e vira a destra: su migranti e patrimoniale torna al populismo di un tempo
L’avvocato del popolo, surclassato a sinistra da Schlein, torna al populismo di un tempo nella speranza di rubare voti a Meloni & soci
Politica - di David Romoli
Chi si rivede: Giuseppe Conte versione 1, quello del sodalizio con Salvini e del governo con la Lega. Non che fosse mai uscito del tutto di scena. In materia d’immigrazione il Conte prima maniera è sempre rimasto padrone del campo, smarcandosi appena possibile dal Pd e figurarsi da Avs: “L’Italia non può diventare l’hub d’Europa”. L’intervista pubblicata ieri da La Stampa, però, è qualcosa in più di una semplice presa di distanza su un punto specifico. È una discesa in campo a partire da una critica di fatto alla linea del Pd e della sua segretaria mossa però, a sorpresa, da destra.
Il no alla patrimoniale di Landini e Schlein è tassativo: “Quando ero a Palazzo Chigi convocai gli uffici del Mef e chiesi loro di simulare una super-tassazione sui redditi più elevati. Ebbene, constatai che sul piano dei costi-benefici è un vuoto a perdere perché si ottengono poche risorse ma grande allarme. Col rischio di far scappare investitori e impoverire il Paese”. La strategia che propone il leader dei 5S mira invece alle banche, al web e alle aziende dell’energia: sono quelli gli extraprofitti che vanno bersagliati. Ma è soprattutto sul terreno della sicurezza che il pentastellato si smarca: “Si tocca con mano che le persone si sentono sempre più insicure: con questo governo sono aumentati furti, scippi, rapine. Da padre sono allarmato dalle baby gang e dagli spari che uccidono i giovani dell’età del mio ragazzo”. Come Salvini, Conte parla “da padre” e in queste vesti chiede il pugno duro contro la microcriminalità, a partire dalla procedibilità d’ufficio “per lo scippo e altri reati odiosi”.
La sterzata è brusca ma Conte in queste manovre spericolate è abile ed esperto. L’esperienza delle regionali in Calabria e Toscana non è stata inutile: il leader dei 5S ha realizzato che sul fronte sinistro del Campo largo la competizione è impossibile. Per quanto sia stato in una certa misura lui a spingere il partito di Elly verso la radicalizzazione, tanto da far gridare i riformisti del Pd all’ “egemonia 5S”, i proventi elettorali finiscono poi al partito maggiore e in parte ad Avs. Quindi cerca spazio recuperando l’impostazione della destra populista, tanto più che si tratta di un territorio libero. Giorgia Meloni può avere adoperato quella retorica per dare la scalata al governo ma la sua visione è molto più vicina a quella di una destra nazionalista e liberista che non a quella della destra sociale. Quanto a Salvini, non ha la forza di indirizzare la premier e il ministro dell’Economia: il governo della destra è il più rigorista che ci sia stato in Italia dai tempi di Mario Monti e l’ “avvocato del popolo” mira a occupare la postazione vacante di un populismo antibanche ma anche securitario e rigido sull’immigrazione.
Però non c’è solo questo. Proprio mentre il gran capo dei 5S proponeva la sua nuova immagine, il suo ex portavoce, Rocco Casalino, si presentava in tv nelle nuove vesti di direttore di un quotidiano on line sul punto di vedere la luce. L’editore è Antonio Iervolino, produttore cinematografico non certo vicino a posizioni di sinistra e sospetto di simpatie travolgenti per il trumpismo d’oltre oceano. Il direttore Casalino non la manda a dire: “Schlein è capace ma ha spostato il partito troppo a sinistra e ormai è arrivata al massimo: non cresce più”. Conte invece può portare i 5S oltre il 13% e ha ottime possibilità di giocarsela con Giorgia Meloni. Dunque la partita per la guida del centrosinistra e la candidatura a premier è “tra lui e Schlein”. È sin troppo facile immaginare che il nuovo quotidiano, diretto dall’uomo che ai tempi dei governi Conte era riuscito a costruire intorno all’allora sconosciuto avvocato un vastissimo consenso popolare, serva a spingerlo nella sfida con Schlein e a rimodellarne l’immagine guardando alla destra populista.
Il diretto interessato si smarca. Figurarsi se lui sarà mai “un ostacolo nella scelta del candidato migliore”. Al contrario è “disponibile a discutere sui vari criteri per scegliere la candidata o il candidato più competitivo”. Il messaggio può sembrare rassicurante ma in realtà somiglia di più a un guanto di sfida. L’ex premier è deciso a contendere la candidatura alla pur molto più forte alleata. Sta mettendo a punto le armi e la mira.