Il ddl Valditara
Educazione affettiva, la destra fa dietrofront ma la guerra non è finita
Governo e Lega costretti a ritirare la norma che vietava percorsi di educazione sessuale alle scuole medie: troppe le voci contrarie
Politica - di Irene Manzi
La destra, dopo settimane di scontri, ha dovuto fare marcia indietro. Il governo e la Lega hanno ritirato la norma che di fatto vietava alle scuole medie di proporre percorsi di educazione sessuale. Un emendamento che sembrava fatto apposta per cancellare un tema fondamentale per la crescita dei ragazzi e delle ragazze, trasformandolo in un tabù da censurare.
La pressione del mondo della scuola, delle associazioni, di psicologi, famiglie ed insegnanti ha avuto effetto: non si poteva ignorare un coro tanto ampio di voci contrarie. Quel divieto non solo era ideologico e privo di senso, ma rischiava di far fare alla scuola italiana un salto indietro di decenni. Oggi possiamo dire che quel pericolo, almeno in parte, è stato scongiurato. È una retromarcia politica evidente per la Lega e per il ministro Valditara, che fino all’ultimo avevano difeso la scelta di escludere dalle medie ogni riferimento all’educazione sessuale. Una linea oscurantista che negava ai più giovani la possibilità di acquisire conoscenze e strumenti indispensabili per affrontare con consapevolezza la propria crescita, i cambiamenti del corpo, le relazioni, la prevenzione.
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Ma questa non è una vittoria definitiva. Il ddl Valditara resta un testo sbagliato nella sua impostazione di fondo: continua a escludere l’infanzia e la primaria dai percorsi di educazione alla sessualità ed introduce l’obbligo del consenso scritto preventivo dei genitori per i percorsi alle medie e alle superiori. Una norma che, sotto la maschera della libertà di scelta, crea in realtà nuovi ostacoli burocratici e disuguaglianze tra gli studenti. Che divide la comunità scolastica. Quel consenso “informato” rischia di trasformarsi in una barriera vera e propria. Le famiglie sono già coinvolte attraverso il patto educativo e i consigli di istituto: chiedere un’ulteriore autorizzazione significa mettere in discussione il lavoro di docenti e dirigenti e, soprattutto, privare proprio quei ragazzi che avrebbero più bisogno di formazione e confronto perché manca in famiglia. In un momento in cui aumentano i casi di violenza di genere, il bullismo e il cyberbullismo, in cui crescono i contagi da malattie sessualmente trasmissibili, la risposta non può essere la chiusura o la paura.
Il ministro sostiene che le “indicazioni nazionali” già prevedano contenuti adeguati. Ma chi conosce la scuola sa che si tratta di nozioni minime, limitate alla biologia. L’educazione sessuo-affettiva, come ricordano l’Oms e l’Unesco, è ben altro: significa promuovere il rispetto, comprendere i limiti, parlare di consenso, affrontare le differenze e costruire relazioni sane e consapevoli. Eppure la destra continua ad agitare il fantasma dell’“ideologia gender”, un’invenzione che serve solo ad alimentare paure e discriminazioni, prendendo di mira la comunità Lgbtq+ e chi lavora nella scuola con serietà e competenza. Una bufala che serve a comprimere le possibilità di aprirsi alla conoscenza dell’altro in una scuola che vuole dirsi davvero inclusiva e democratica.
L’educazione affettiva non è una bandiera ideologica: è prevenzione, è cultura del rispetto, è tutela. È la scuola che forma, non che censura.
Per questo continueremo a dare battaglia dentro e fuori le aule parlamentari: perché ogni ragazza e ogni ragazzo, a qualunque età, abbia il diritto di crescere in un ambiente educativo che insegni a conoscere sé stessi e a rispettare gli altri. Senza barriere.
*Responsabile nazionale scuola Pd