La recensione

Ambientalista, pacifista, femminista: quel Berlinguer eretico, oltre il leader dolce dell’eurocomunismo

La raccolta di contributi a cura di David Tozzo e Mattia Gambilonghi è una riflessione collettiva che rifugge dal ritratto ricorrente, e quasi oleografico, del Segretario del Pci

Politica - di Riccardo Cavallo

12 Novembre 2025 alle 10:00

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Foto LaPresse Archivio storico Politica
Foto LaPresse Archivio storico Politica

Altro che Dimenticare Berlinguer, come recita il titolo di un noto volumetto scritto da una storica dirigente del PCI, la giornalista Miriam Mafai e pubblicato all’indomani della vittoria dell’Ulivo capeggiato da Romano Prodi alle elezioni politiche del 1996. Si trattava di una sorta di j’accuse nei confronti di Berlinguer, reo di essere stato prigioniero di una cultura politica, come quella comunista, ormai del tutto superata storicamente.

Oggi più che mai bisognerebbe, al contrario, ritornare a interrogarsi sulla straordinaria attualità della figura del Segretario del PCI, in quanto, come scrive Nicola Fratoianni nella Prefazione al recente volume curato da David Tozzo e Mattia Gambilonghi e intitolato Berlinguer, nostalgia del futuro (Mimesis, 2025): “nessun leader incarna più di Enrico Berlinguer, agli occhi delle giovani generazioni (e non solo di quelle), la promessa, la possibilità e anche la nostalgia per una sinistra capace di costituire un’alternativa complessiva, politica – ma per molti versi persino antropologica – allo stato presente delle cose”. L’intentio che muove gli autori dei diversi contributi consiste nel tessere un grande arazzo, la cui trama vista da vicino sembra solo un insieme di fili diversi intrecciati tra loro, ma allontanandosene progressivamente sembra prendere forma e vigore restituendoci un’immagine ben nitida e unitaria, ma al tempo stesso, inusuale ed eretica di un Berlinguer ambientalista, pacifista, antiliberista, o meglio che riesce a percepire, sin da subito, “la multi-centralità che deve accompagnarsi e innervarsi sulla contraddizione capitale-lavoro” (Peppe De Cristofaro).

Il tentativo è quello di elaborare una riflessione collettiva che rifugge dal ritratto ormai ricorrente e quasi oleografico del “dolce Berlinguer” o del “Berlinguer brava persona” e che si snoda in un arco temporale di dodici anni (1972-1984) – i più convulsi anni della storia politica italiana – soffermandosi su due distinte fasi della sua azione politica: il compromesso storico e l’alternativa democratica. All’interno di questo difficile percorso, Michele Prospero ritiene che la modernità dell’ultimo Berlinguer consista nella sua capacità di aver prospettato soluzioni nuove a problemi antichi che, ieri come oggi, hanno sempre minacciato le democrazie, mentre Aldo Tortorella documenta il passaggio dal compromesso all’alternativa che inizia con un gesto antico, ma dall’alto valore simbolico: la visita di Berlinguer agli operai della Fiat che lottavano contro i licenziamenti. In altre parole, la strenua e caparbia difesa degli operai, anche in situazioni alquanto problematiche, come il referendum sulla scala mobile, l’aveva reso inviso a buona parte dei suoi compagni di partito che spesso l’hanno relegato nella scomoda posizione di “segretario di minoranza”, come rammenta con estremo rammarico, nel Saluto, sua figlia Bianca Berlinguer.

Ai ricordi vividi di Luciana Castellina (la sola “persona vivente che ha conosciuto prima di ogni altra Berlinguer”) che tratteggia il tormentato iter politico di Berlinguer che, in alcuni casi, incrocia e in altri, diverge dal suo, si affianca l’appassionato intervento di Nichi Vendola, il quale ricorrendo a una prosa a tratti poetica riesce a mescolare sapientemente la vita politica e la biografia intellettuale di questo “sardo esile e tenace”, con “gli occhi tristi e le spalle strette”, taciturno e silenzioso in pubblico, quanto cordiale e loquace in privato. Nadia Urbinati, invece, in un intervento dal taglio squisitamente politologico, ragiona a partire dal fatto che Berlinguer sia stato l’ultimo segretario di un Partito molto diverso rispetto al passato e già segnato da un differente modo di fare politica muovendosi su un difficile e pericoloso crinale: il non più del partito di massa e il non ancora del partito del leader.

Accanto alla tragica figura e complessa personalità di Berlinguer, occorre non dimenticare altresì il substrato filosofico dei suoi meditati interventi politici (in particolare i frequenti richiami ai Manoscritti del giovane Marx) che dimostrano, ove ce ne fosse bisogno, che Berlinguer leggeva, studiava, non improvvisava. Lo si evince da quella bellissima immagine tratta dal film La grande ambizione di Andrea Segre che lo ritrae chino sulla scrivania intento a prendere appunti con lo sguardo assorto nei suoi pensieri lunghi (David Tozzo). Forse proprio questa sua capacità di pensare oltre la fortezza Bastiani del Partito permette a Berlinguer di dialogare, con molto anticipo, con i nascenti movimenti ambientalisti, pacifisti e femministi, considerati, per molti aspetti, eretici agli occhi della vulgata marxista. A Berlinguer non interessava intercettare in maniera strumentale i voti dei seguaci di tali movimenti, ma voleva capire i fermenti che si muovevano all’interno di una società in divenire e pertanto rimaneva in ascolto delle loro istanze critiche ricambiato, da molti leader di quei movimenti che lo ritenevano anch’essi un attento uditore.

Basti pensare ad Alex Langer, uno dei pionieri dell’ambientalismo italiano nonché uno dei fondatori del movimento dei Verdi, il quale aveva subito intuito “il potenziale rivoluzionario delle idee di Enrico Berlinguer” tant’è che, a distanza di alcuni anni, quest’ultimo, profondamente colpito dalla proposta berlingueriana di austerità (da intendersi non come un mero contenimento quantitativo dei consumi, bensì come un loro mutamento qualitativo, ovvero come puntualizza, Massimo Amato, si trattava di ridurre il consumo improduttivo allo scopo di indirizzare maggiori risorse verso i beni pubblici, come per esempio, l’istruzione e la sanità) e dalla sua coraggiosa presa di posizione sulla questione morale decide sia pur provocatoriamente, di indirizzare una lettera aperta, in cui invita, i dirigenti dell’allora PDS, a compiere un gesto rivoluzionario: affidarsi a una guida esterna non ostile per militanza e cultura politica (Luana Zanella).

Alcuni mesi, prima della sua prematura scomparsa – come sottolinea nel suo contributo Fiamma Lussana – Berlinguer interviene a Padova nella giornata conclusiva alla VII Conferenza delle donne comuniste e, oltre a condividere le critiche pungenti avanzate dalle femministe nei confronti del gruppo dirigente del PCI, per molti aspetti, rimasto ancorato a “un modello maschilista di partito”, riporta un significativo passaggio, laddove egli dichiara in maniera tranchant: “la rivoluzione in Occidente può esserci solo se ci sarà anche la rivoluzione femminile”. Sul fronte pacifista, Berlinguer decide non solo di impegnarsi in prima persona, ma di porre la questione del disarmo e dell’installazione dei missili Cruise a Comiso all’attenzione dei dirigenti del PCI, ma senza condizionamenti di sorta e, dunque, nel pieno rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza del variegato e composito movimento per la pace (Giulio Marcon).

Il pacifismo di Berlinguer, comunque, non assume mai toni estremi e radicali, ma consiste in un prudente atteggiamento che non comportava affatto una forma di subalternità nei confronti della Nato, ma la costruzione di una diversa idea di Europa (né antiamericana, né tanto antisovietica) e che può essere riassunta in un’idea ben precisa: l’eurocomunismo. Tale idea, però, non rimane lettera morta in quanto Berlinguer cerca, sia pur faticosamente, di metterla in pratica in “un rapporto inedito con il federalismo, mettendo al centro la costruzione di uno sviluppo più equo basato sulla pace e il disarmo” e che l’ha visto protagonista di un dialogo a volte aspro con Altiero Spinelli e il suo modello di Europa (Pasqualina Napoletano).

In ultima analisi, i contributi raccolti in questo volume, per quanto ricchi e articolati, non ci restituiscono che una minima parte del prisma Berlinguer, poiché come aveva ammonito – lo ricorda Gianni Cuperlo – in maniera lucida Mario Tronti “Si conoscono bene solamente le persone che non sono nulla di diverso da ciò che appaiono. Per chi ha un più di interiorità e di profondità, la comprensione è lenta, faticosa e soprattutto postuma”.

*Filosofo del diritto – Università di Catania

12 Novembre 2025

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