Musica
Cos’è il Neapolitan Power, più di un genere: quella rivoluzione in musica di James Senese, Mario Musella e Pino Daniele che ispira ancora oggi
Quando i napoletani-americani, spesso figli della guerra, cambiarono tutto: dalle prove interminabili nelle cave di tufo ai 200mila in Piazza Plebiscito. Un movimento di ragazzi nati umili, spesso poveri, e diventati miti. Rappresentanti della Napoli meno provinciale
Cultura - di Antonio Lamorte
A cambiare tutto fu anche la guerra: i vinili arrivati con le tavolette di cioccolato regalate ai bambini. E le prove infinite nella cave di tufo, l’ossessione di fare musica, di farne di nuova e diversa, ispirata non solo a quella che già conoscevano e masticavano ma anche a quella che arrivava da oltre oceano. “È nat nu criatur, è nat nir”, cantava la Tammurriata Nera della Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone. È così che è nato il Neapolitan Power, un movimento che ha ispirato oltremodo, anche oltre Napoli, che ha rivoluzionato la musica italiana: un movimento di ragazzi umili diventati miti, nati in povertà ma rappresentanti della Napoli meno provinciale.
Quei bambini nati neri, qualche anno dopo, avrebbero preso a cantare e a suonare pure loro. Jmsiè era nato il 6 gennaio 1945, un giorno vide la madre Anna Senese tornare a casa con un 78 giri di John Coltrane. “Jè guarda quest’uomo, è come tuo padre …”. Aveva 8 anni. “Forse inconsciamente da quel momento ho identificato quell’immagine con quella di mio padre, che avrei visto per la prima volta in foto molti anni dopo, da adolescente”, ha raccontato James Senese nell’autobiografia Je sto ccà (Guida) scritta dal giornalista Carmine Aymone.
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È una genesi epica, con tutto il suo immaginario e il suo lascito. Quel sassofono che il bambino tanto aveva desiderato, la madre lo aveva comprato in via San Sebastiano, in pieno Centro Storico, alle spalle di Piazza Dante, tra Spaccanapoli e Piazza Bellini, a due passi dal Conservatorio di San Pietro a Majella. Quella che era conosciuta come la strada dei musicisti, dei negozi di strumenti, prima che venisse anche questa invasa da bar e friggitorie in pieno boom turistico.
Senese divenne “O jammo base”, titolo onorario che gli venne riconosciuto subito: lo “jammo” o “jammone” nella parlesia, la lingua segreta dei musicisti napoletani parlata all’epoca, era un membro del movimento di quegli anni cui attribuire rispetto e cui riconoscere appartenenza, Era “o’jammo base”, capostipite del Neapolitan Power che senza disconoscere e abbandonare la tradizione della musica e della canzone napoletana l’aveva contaminata, declinata e miscelata con la grande musica americana e afroamericana. Blues, jazz, rock and roll, fusion. Quella grande musica che i soldati alleati avevano portato con loro dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre 1943: James Smith era originario della North Carolina, militare di stanza a Napoli, soldato della 92nd Infantry Division.
A James Senese venne attribuito il titolo di “jammo base” anche in virtù della sua visionarietà: fondò numerosi complessi come Gigi e i suoi Aster e Vito Russo e i 4 Conny prima degli Showmen e dei Napoli Centrale. Nei primi tre c’era anche Mario Musella da Piscinola, anche lui figlio della guerra, di madre napoletana e di Russel B. Locklear, soldato statunitense di sangue cherokee. Erano cresciuti insieme, come fratelli, accomunati da quell’identità per metà napoletana e per metà americana. “Mario era nato americano e lo si vedeva da come si comportava, da come si vestiva, da come pensava e da come cantava. Io invece, mi sentivo più napoletano”, raccontava Senese nella sua autobiografia.
Con gli Showmen arrivò il successo: la vittoria al Cantagiro con Un’ora sola ti vorrei e la partecipazione al Festival di Sanremo con Tu sei bella come sei nel 1969. Musella però morì a soli 34 anni nel 1979. È lui il Nero a Metà cui Pino Daniele dedicò l’omonimo album del 1980, il suo terzo disco, quello della consacrazione definitiva. “Pinotto” non aveva origini americane, era cresciuto nel quartiere Porto, a Santa Maria La Nova, a scuola era andato con Enzo Gragnaniello, aveva cominciato tra le altre cose in una cava nel Rione Sanità con i Batracomiomachia in cui suonava con Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile ed Enzo Cervio. Soltanto alcuni nomi che di quel movimento sarebbero diventati protagonisti.
“Noi veniamo dalle prove infinite delle caverne in gioventù, immagina. Jam interminabili. Con lui ci siamo sempre sentiti compagni di classe. La medesima generazione, i nuovi emergenti della scena napoletana che non mi piace neppure definire Neapolitan Power perché sa di scatola inutile. Nessuno di noi fa musica per corteggiare le donne. C’è la musica, punto, al di là di ogni narcisismo”, ha raccontato Avitabile in FEELING di Gianni Valentino (Colonnese). E intanto quella definizione coniata dalla critica fece strada, divenne mitica e imprescindibile. Pino Daniele divenne il volto più noto e la vetta più alta di quel movimento: con i suoi testi in napoletano appoggiati sulle trame blues, con i suoi assoli di chitarra che si intrecciavano ai racconti di selvaticità e drammi della vita quotidiana della sua città.
A Piazza del Plebiscito, il 19 settembre 1981, ultima tappa del “Vai mò tour”, oltre 200mila persone secondo le testimonianze dell’epoca: così tante da impedire alla Rai di registrare interamente e perbene quel concerto che può essere considerato la Woodstock del Neapolitan Power. E un dream team, una band da recitare a memoria come le formazioni delle grandi squadre di calcio: Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito, James Senese e ovviamente Pino Daniele. L’anno prima avevano aperto lo storico concerto di Bob Marley allo stadio San Siro di Milano. “Eravamo come un satellite – ci raccontava Senese in un’intervista – Qualcosa che non si poteva toccare, irraggiungibile. Vedevamo la nostra realtà e la raccontavamo: dedicavamo tutti noi stessi alle nostre idee, al nostro cuore. Veniva tutto fuori da lì”.
Se però fu James Senese a diventare per tutti “o jammo base” fu perché alla versatilità applicata allo schema canzone aggiunse una discografia eclettica e sperimentale, che si lasciava ispirare più dai grandi del jazz, da Coltrane, Miles Davis, Weather Report, più che dalla classifica e dalle mode. Con i Napoli Centrale alzò ulteriormente l’asticella. “A te, te piace a musica o o’fummo?”, diceva a un improvvisato giornalista interpretato da Lello Arena in una scena diventata iconica nel film cult No, grazie il caffè mi rende nervoso. Ecco, appunto: la musica, non o’fummo. Riuscì comunque ad arrivare a un pubblico più ampio della sola nicchia anche con quella band e con il suo progetto solista. Chi lo ha conosciuto ne ha sempre parlato come di una persona autentica, dalla personalità anche molto forte, poco incline ai compromessi.
Anche per questo era O’Jammo Base . Gli è stato riconosciuto uno status di mito, un’aura da leggenda mentre era ancora in vita, come succede ai più grandi. Ha suonato fino all’ultimo, fino a che ha potuto. “Altrimenti qua si muore. E non per un fatto economico: è un fatto fisico. Senza musica io morirei”. L’ultimo suo disco, Chest nun è a terra mia, è stato pubblicato quest’anno. L’eredità sua e del movimento che ha alimentato se non fondato ha ispirato molta musica ed è destinata a durare: nel 1993 gli Almamegretta intitolavano Figli di Annibale il loro primo EP che inaugurava un’altra era. Anche rapper e protagonisti della nuova scena napoletana, definita spesso New Neapolitan Power, hanno espresso cordoglio e riconosciuto il grande ascendente di quella stagione impareggiabile.