Il co-fondatore del Manifesto
Luigi Pintor, il “più bravo di tutti”: l’Unità, il Manifesto, la militanza a sinistra e la battaglia contro lo scioglimento del PCI
Combattuta con la sua penna che tagliava a fondo anche la battaglia contro lo scioglimento del Pci, proposta che bollò così: “È l’8 settembre”. Lui e la sua “forma originale della politica”
Politica - di David Romoli
Luigi Pintor, forse il principale giornalista politico di sinistra italiana e secondo Enrico Berlinguer il migliore in assoluto del suo tempo, non aveva progettato, da ragazzo, di fare il giornalista e neppure di interessarsi troppo attivamente alla politica. Era un musicista e nel suo futuro vedeva la musica.
A modificare il suo destino fu una mina, quella sulla quale saltò in aria il ventiquattrenne fratello Giaime, di sei anni più grande, già considerato a soli 24 anni uno dei più brillanti germanisti e intellettuali italiani. Morì dilaniato mentre cercava di passare clandestinamente le linee tedesche per combattere con la Resistenza. Due giorni prima aveva inviato al fratello minore una lettera-testamento: “Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti”. Il diciottenne Luigi considerò quella lettera postuma un obbligo etico che cambiò per intero la sua vita: si arruolò nei Gap romani, combattè con loro fino a quando, tradito fu arrestato e torturato nella sede della sinistra “Banda Koch”, la ex pensione Jaccarino. Condannato a morte, fu salvato prima dall’intervento del Vaticano, che riuscì a far rinviare l’esecuzione, poi dalla liberazione della Capitale a opera delle truppe alleate, il 4 giugno 1944. La musica, a cui aveva dovuto rinunciare per una battaglia che non terminò con la sconfitta dei nazisti ma proseguì con la militanza nelle file del Pci, si riprese però parte di quel che doveva essere suo.
La scrittura di Pintor è forse la più musicale che il giornalismo italiano, non solo di sinistra, abbia mai conosciuto. Uno stile che puntava tutto sul ritmo, ridotto all’essenziale con meticolosa cura. Pintor, che non si arrese mai al computer, continuò a battere a macchina fino all’ultimo articolo, uscito sul manifesto il 24 aprile 2003, meno di un mese prima della morte. Scriveva rapidamente, poi però passava ora a rileggere, cancellare, asciugare sino a raggiungere la musicalità e l’essenzialità, sia nello stile che nel contenuto, che erano il suo marchio inconfondibile. I Pintor erano una famiglia nobile e antifascista con all’interno intellettuali e militari importanti, ma certo non comunista. Il primo a sconfinare e a scegliere di proseguire l’esperienza della Resistenza a fianco delle classi popolari e del partito che le rappresentava fu Luigi e, come tutti gli intellettuali borghesi che aderivano al Pci in quel dopoguerra, dovette fare una lunga gavetta, sia come militante che come redattore politico dell’Unità di cui arrivò a essere condirettore.
Cronaca nera, conflitti sociali, costume, resoconto degli interventi dei dirigenti, Togliatti incluso: il suo stile Pintor lo mise a punto nel fuoco della cronaca quotidiana a tutto campo prima di passare al giornalismo politico e alla condirezione del quotidiano del Pci, milioni di copie vendute, in competizione diretta solo col Corriere della Sera. Il 7 febbraio 1965 una scarna nota in prima pagina annunciava la dipartita del codirettore dal giornale, in quel momento diretto da Mario Alicata: “Mutamenti nella direzione dell’Unità: Pintor va all’ufficio di segreteria del Comitato centrale”. Ulteriori spiegazioni non erano considerate necessarie e nemmeno opportune. In caso contrario la spiegazione del passo grave deciso da Pintor avrebbe dovuto citare i contrasti con l’imperioso Alicata ma soprattutto uno scontro politico che, partendo dalla critica dei cosiddetti “ingraiani” all’esperienza del primo centrosinistra sarebbe arrivata allo scontro frontale dell’XI Congresso, il primo dopo la morte di Togliatti, l’arena in cui si confrontarono la sinistra di Ingrao, ma anche di Pintor, Rossanda e Natoli, dirigente popolarissimo a Roma, e la destra di Giorgio Amendola.
La sinistra fu sconfitta. Ma già da allora, anzi sin dalla scelta sofferta di lasciare l’Unità, Pintor aveva in mente il miraggio di un nuovo quotidiano, un giornale capace di affermarsi come “forma originale della politica”, secondo la formula che avrebbe ripetuto infinite volte nei decenni seguenti. Non solo ci pensava ma aveva addirittura già in mente testata e grafica: li illustrò a Mario Alicata, altro dirigente del Pci, in una trattoria romana, disegnando direttamente sulla allora tipica tovaglia di carta, in quello stesso 1965. Ma perché quel giornale diventasse realtà, diventasse il Manifesto, per la prima volta in edicola il 28 aprile 1971, ci volle un terremoto storico e politico: il ‘68, la nascita imprevista di un poderoso movimento alla sinistra del Pci, il tentativo di incidere sulla linea di quel partito con una rivista uscita nell’estate del 1969, il manifesto, che costò ai suoi redattori la radiazione dal Pci.
Il casus belli fu la posizione fortemente critica della rivista sull’invasione della Cecoslovacchia: un articolo, Praga è sola firmato da Lucio Magri, destinato a fare storia e a essere ripreso, modificando solo il nome della città abbandonata da tutti, infinite volte. Ma il dissidio era molto più profondo. Riguardava il posizionamento del partito a fronte di un movimento di massa che nella primavera di quel 1969 aveva smesso di essere essenzialmente studentesco per trasformarsi in una insurrezione operaia che avrebbe segnato tutto il decennio seguente. Era quella la colpa imperdonabile che giustificava l’accusa di frazionismo mossa in sede di comitato centrale da Alessandro Natta nell’intervento introduttivo e da Enrico Berlinguer in quello finale, la requisitoria che portò alla radiazione con tre voti contrari, quelli dei diretti interessati Natoli, Pintor e Rossanda, e tre astenuti.
Prima del quotidiano ci fu il tentativo di dar vita a un gruppo politico, battezzato col nome della rivista, che avrebbe dovuto tra le altre cose fare da ponte tra la sinistra del Pci e il movimento. Per alcuni mesi fu tentata una improbabile unificazione con Potere Operaio, poi non se ne fece niente. Pintor aveva già fisso in mente il quotidiano. Nacque davvero nel 1971, il primo di molti quotidiani partoriti dal Movimento in quegli anni. L’unico a essere sopravvissuto a quello stesso Movimento e ancora oggi vivo e vegeto. Del quotidiano il manifesto Luigi Pintor è stato solo in alcune fasi il direttore di nome. In compenso lo è stato quasi sempre di fatto. La celebre battuta ricorrente in quella redazione, sempre uguale di anno in anno e di decennio in decennio, è nota: “Che dice Rossana? Dov’è Valentino? Scrive Luigi?”. Luigi qualche volta scriveva e qualche volta no ma indirizzava sempre nel corso delle lunghissime riunioni di redazione in cui si parlava più di politica, non della distribuzione dei pezzi da scrivere come usava altrove, nei giornali che non erano “forme originali della politica”.
Tra le molte battaglie combattute da Pintor con una penna che tagliava più a fondo di un rasoio forse quelle che lo coinvolsero di più furono l’opposizione allo scioglimento del Pci, proposta che bollò subito con una sentenza definitiva, “È l’8 settembre”, e il pacifismo, che lo coinvolgeva anche personalmente. Aveva sparato, aveva fatto la guerra non solo sulla carta, ne avvertiva il peso. Pintor non è stato solo giornalista e musicista tanto ispirato che una volta, mentre suonava il piano, la sua casa prese fuoco e lui non se ne accorse. È stato parlamentare, prima negli anni ‘60 come dirigente del Pci, poi, negli ‘80, come indipendente nelle liste dello stesso partito. Ha scritto quattro romanzi tanto asciutti musicali ed essenziali quanto i suoi editoriali. Nel primo, Servabo, titolo ripreso dal motto di famiglia, racconta in meno di 100 pagine la sua intera biografia.
Luigi Pintor non ha avuto una vita facile né fortunata. La tragedia lo ha seguito per tutta l’esistenza: la morte traumatica del fratello, poi quella della moglie ancora giovane, la scomparsa a breve distanza l’uno dall’altra di entrambi i figli. Con la sigaretta sempre in mano e il bicchierino di whisky quasi altrettanto spesso era ironico, a volte sarcastico, quasi mai davvero allegro. Ma, come promesso dal titolo del suo primo libro, teneva duro. Senza cedere di un millimetro. Senza arrendersi.