Parla l'ambasciatore

Intervista a Pasquale Ferrara: “Stanno cancellando l’identità palestinese, serve un’insurrezione diplomatica”

«Mi riferisco ai Governi, alle Organizzazioni multilaterali. Più si allontana la possibilità dell’edificazione di uno Stato palestinese sul terreno, più si fa necessaria la voce politica per uno Stato palestinese»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

19 Settembre 2025 alle 07:00

Condividi l'articolo

Photo credits: Giulia Palmigiani/Imagoeconomica
Photo credits: Giulia Palmigiani/Imagoeconomica

È stato tra i promotori dell’appello di diplomatici italiani per il riconoscimento dello Stato palestinese. L’ambasciatore Pasquale Ferrara, una vita in diplomazia.

Ambasciatore Ferrara, Israele ha invaso e sta occupando Gaza City, e il mondo ancora s’interroga se è tempo di riconoscere lo Stato palestinese.
L’invasione terrestre di Gaza toglie ogni dubbio sul carattere dell’azione militare israeliana. Dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta di un’operazione antiterrorismo, come era stata raccontata all’inizio, ma è una operazione di pulizia etnica per spingere i palestinesi fuori dalla Striscia e anche fuori dalla Cisgiordania. A mio avviso questa era fin dall’inizio l’intenzione di questa operazione e di chi l’aveva congegnata. Non solo perché, come ha detto Netanyahu, non ci sarà nessuno Stato palestinese e quindi si cancella la prospettiva politica di uno Stato palestinese, ma anche perché si sta cancellando l’identità stessa palestinese. A maggior ragione, è il momento di una sorta di “insurrezione diplomatica” per rimettere al centro del dibattito il tema dell’autodeterminazione dei palestinesi. Paradossalmente, più si allontana la possibilità dell’edificazione di uno Stato palestinese sul terreno, più si fa necessaria la voce politica per uno Stato palestinese. Non c’è nessun’altra possibilità. E questa è anche una risposta politica alla cancellazione da parte degli Stati Uniti della stessa rappresentanza palestinese alla quale è stata negata anche la possibilità di recarsi alle Nazioni Unite in vista del segmento di alto livello dell’Assemblea generale. C’erano tantissime ragioni anche prima, ma adesso, rispetto a questo atto di forza finale che rivela le vere intenzioni di questo Governo israeliano nei confronti dei palestinesi, è fondamentale alzare il livello dell’intervento internazionale e far sentire le voci di quanti pensano che la soluzione debba essere politica non quella della cancellazione di un popolo.

“L’Italia non riconoscerà lo Stato palestinese’’, ma durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà a New York ‘’discuteremo della soluzione a due Stati che è quella giusta’’. Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani intervenendo a Start su Sky Tg24. ‘’Siamo favorevoli allo Stato palestinese, ma prima bisogna riunificarlo’’, ha aggiunto. Come la mettiamo, ambasciatore Ferrara?
Diciamo che c’è una coerenza nella posizione del governo italiano che fin dall’inizio ha chiarito che non intendeva procedere, in questa fase e per una serie di ragioni, al riconoscimento dello Stato palestinese. In realtà, poi, quando si va alle Nazioni Unite, come è avvenuto recentemente in occasione di una conferenza per l’attuazione della soluzione a due Stati che si è svolta alla fine di luglio a New York, si è detta pronta ad assumersi delle responsabilità importanti, non da sola ma insieme ad un grande Paese come l’Indonesia. Mi riferisco alla responsabilità di coordinare il “giorno dopo” a Gaza, ammesso che ci sia, la sicurezza, che è una delle questioni fondamentali della statualità.
Detto questo, io credo che non si possa continuare a ripetere il ritornello della fedeltà a questa idea dei due Stati, se non si mette sulla mappa politica, concettuale, e non ancora purtroppo sulla mappa geografica per le condizioni che sappiamo, lo Stato palestinese. C’è bisogno che vi sia una bilateralità. Non so quali saranno le dinamiche del dibattito alle Nazioni Unite, ma sicuramente, anche alla luce di quello che sta succedendo in queste ore a Gaza, questo tema è più urgente e necessario che mai.

A dare il via libera all’invasione di Gaza è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Non mi pare una grande sorpresa. Fin dall’inizio di questo conflitto, è molto chiaro da che parte si siano schierati gli Stati Uniti. C’è però una cosa che mi sfugge…

Quale, ambasciatore Ferrara?
Il fatto che l’intelligence degli Stati Uniti e le risorse intellettuali che ci sono nelle varie agenzie americane, a cominciare dal National Security Council, non si pongono il problema di quale sia il punto finale. Qual è il cosiddetto “end game” di Gaza? Una volta sfollate queste centinaia di migliaia di persone che rimangono a Gaza, c’è il tema di cosa accadrà dopo. Io credo che siamo in una situazione molto pericolosa per la sicurezza regionale. Fin dall’inizio, mi ricordo che il mantra, anche di noi europei, era che bisogna evitare una regionalizzazione del conflitto. Mi pare che più o meno due anni dopo, il conflitto altro che regionalizzato, rischia di internazionalizzarsi, per la polarizzazione che si sta creando anche in seno alle stesse Nazioni Unite su questo tema. Abbiamo visto le operazioni militari israeliani in Siria, in Libano, in Iraq, nello Yemen, in Iran e ora addirittura in Qatar. Chi sta regionalizzando il conflitto è Israele, nell’illusione che questo possa portare a una egemonia in quell’area. Non so chi faccia i conti a Tel Aviv, chi metta in fila i costi e i benefici, perché finora i costi mi sembrano più elevati rispetto ai benefici. Basti pensare al fatto che nella recente riunione del vertice della Lega araba e della Organizzazione della cooperazione islamica a Doha, è emerso per la prima volta che Israele è percepito come una minaccia per la stessa stabilità e sicurezza di questi Paesi, cosa impensabile due anni fa quando la reale minaccia, soprattutto per i Paesi del Golfo arabico, era percepita venire dall’Iran. Non so chi a Tel Aviv abbia fatto questo “capolavoro “politico, di certo è qualcuno che non pensa nel medio e lungo periodo ma si accontenta di vittorie tattiche e di corto respiro.

In questo scenario devastato, non si pone con forza anche la “questione israeliana”. Insomma, cosa è oggi Israele?
Verrà il momento in cui la società israeliana dovrà fare i conti con questa vicenda, soprattutto dal punto di vista della leadership politica. Ci sarà un momento in cui le elezioni torneranno in Israele e allora vedremo quali saranno gli schieramenti delle forze politiche.
Il tema che mi sembra abbastanza strutturale in questo momento è che Israele sia passato da una idea di sicurezza di tipo difensivo – non a caso le forze armate si sono sempre chiamate “Israel Defense Forces” – a una idea della difesa in termini offensivi. È cambiata sostanzialmente la cultura politico-strategica di Israele in questo momento. Credo che in realtà sia una illusione poter pensare di ottenere sicurezza attraverso il predominio militare, in un’ottica marziale, invece che riprendere il filo dei vari discorsi politici che sono rimasti appesi, in primis il processo di pace che ormai sembra molto lontano. I processi politico-diplomatici possono terminare, esaurirsi, insabbiarsi, ma lo stesso non si può dire per le questioni per cui sono nati. La questione israelo-palestinese è destinata a restare con noi ancora per molti decenni.

In precedenza, lei ha parlato di “insurrezione diplomatica”. In queste settimane ci sono stati importanti, in quantità e qualità, pronunciamenti di ex ambasciatori, diplomatici, sia in Italia che in Europa. C’è una sordità anche rispetto a questo tipo di prese di posizione?
Su questo noi non ci siamo fatte soverchie illusioni. Il tema è quantomeno rimarcare il fatto che c’è una diplomazia riflessiva e non solo la diplomazia reattiva, che non rinuncia. A mettere in campo il suo potere propositivo. Mi lasci aggiungere che quando io parlo di “insurrezione diplomatica”, non mi riferisco ovviamente ai diplomatici. Mi riferisco ai Governi, alle Organizzazioni multilaterali. Sappiamo bene qual è la condizione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma non c’è stato alcun pronunciamento serio per quanto riguarda Israele, né ci sarà per la posizione di veto assoluto posta dagli Stati Uniti. C’è qualche timido risveglio a livello europeo, con la risoluzione approvata dall’Europarlamento, e le dichiarazioni della presidente della Commissione europea von der Leyen. Ed è comunque positivo che a tali dichiarazioni abbiano fatto seguito proposte concrete sanzionatorie che comunque dovranno passare al vaglio degli Stati membri. C’è la risoluzione licenziata dall’Assemblea generale dell’Onu. Sono segni molto importanti, non per la loro efficacia, che non esiste perché sono i Governi quelli che poi prendono le decisioni, ma perlomeno denotano dove sta andando la coscienza dell’umanità rispetto a questo conflitto. E di questo bisognerà tenere conto. Quanti non si rendono conto di quanto sia profonda la ferita che ciò che sta avvenendo a Gaza sta provocando nell’opinione pubblica mondiale, e che non si tratta soltanto di un problema umanitario, prima o poi dovranno rendere conto alla Storia del loro silenzio e della loro inazione.

Di fronte alla distruzione di Gaza, in Italia c’è ancora chi discute e pontifica sulla parola “genocidio”.
In questo modo s’intende sviare il discorso dalla sostanza. La mia personale convinzione è che c’è un fenomeno tragico, quello della Shoah, che è avvenuto una volta e che rimarrà una ferita indelebile nella storia dell’umanità. Un unicum che tutti riconosciamo e che non dovrà ripetersi mai più. Altra cosa, però, è il fenomeno del genocidio, che è codificato nel diritto internazionale e che è stato riconosciuto anche in altre situazioni, come in Ruanda, nella ex Jugoslavia, per non parlare, se andiamo più indietro nel tempo, del genocidio armeno.
La parola genocidio, in quanto tale, si applica a tutte quelle situazioni in cui un intero popolo, addirittura la sua identità viene messa in discussione. Vede, c’è un grande politologo, Johan Galtung, che qualche anno fa aveva coniato un nuovo termine: sociocidio. L’annichilamento totale di una intera società, per dire quando si elimina tutta la prospettiva futura di una società. Quando si eliminano sistematicamente, oltre che le persone, anche le università, le scuole, le moschee, gli ospedali, qualunque tipo di organizzazione della società, si colpiscono gli intellettuali, i giornalisti, questo è un sociocidio , la cancellazione dei gangli vitali di una società. Ed è quello che si sta compiendo a Gaza e in Cisgiordania.

19 Settembre 2025

Condividi l'articolo