Tra presente e futuro
Leader del Campo largo con le primarie: la proposta di Franceschini per blindare l’asse coi 5 stelle
L’ex ministro della Cultura difende l’operato di Schlein e lancia i gazebo per scegliere il candidato premier e cementare l’asse coi 5s. Tra rischi e benefici...
Politica - di David Romoli
Franceschini, uno degli ultimissimi tra i padri storici del Pd ancora in campo e sulla breccia, invoca le primarie per designare il candidato del campo largo alle prossime elezioni e nessuno gli risponde. I contendenti sarebbero solo due, come sanno tutti, e infatti l’ex ministro della Cultura li nomina senza girarci intorno: Schlein e Conte. Se la sfida, per ora, non viene raccolta né dall’uno, che peraltro si è già detto pronto, né soprattutto dall’altra è perché i diretti interessati sono impegnati nel calcolo dei vantaggi e dei rischi.
L’obiettivo di Dario Franceschini è evidente e comunque esplicito. Un’alleanza tra Pd e M5s non può rifarsi alle radici affondate nel passato ulivista e affini. Sono forse diverse, a lungo confliggenti, e Conte non perde occasione per segnalare che non si tratta ancora neppure di una vera alleanza, se non per battere la destra, figurarsi se stabile. Perché un fronte radicalmente nuovo rispetto allo storico centrosinistra si saldi davvero è necessario un “momento formativo”, un rito iniziatico: le primarie tra i due principali leader si prestano perfettamente a svolgere quel compito. Una volta impegnatosi nello scontro diretto come leader della coalizione, fuori i secondi e la parola agli elettori, non potrebbe più tirarsi indietro. L’alleanza stabile dai legacci della quale continua a sgusciare si imporrebbe da sé come dato di fatto.
Certo, in quell’arena si cementerebbe un polo politico molto distante da quelli ai quali il Pd prima dell’era Elly e dunque anche lo stesso Franceschini erano abituati. Un polo e un Pd sbilanciati, non più sedotti dalla chimera di conquistare il voto moderato. “È cambiato il sistema”: in quello di oggi, segnato dall’astensionismo di massa, si vince non togliendo voti all’avversario ma convincendo i propri a non astenersi. Dunque premendo a tavoletta sul pedale dell’identitarismo. Nell’ultimo anno sono state ricorrenti le voci che volevano Franceschini, forse il principale regista dell’operazione che ha portato Elly Schlein alla segreteria del partito, deluso dalla sua “creatura”. Il quadro che disegna, però, sembra invece confermare la scommessa su una leader che da quando è in sella ha messo da parte ogni tentazione centrista, anche a costo di apparire – a torto – subalterna al M5s e al suo leader.
Per Conte le primarie sarebbero l’unica via percorribile per raggiungere il suo palese obiettivo, essere lui il leader in campo per sfidare Giorgia Meloni. L’altra strada, cioè la regola attuale in base alla quale è il partito con più voti nella coalizione a esprimere il premier, è proibitiva. Neppure nei sogni più vertiginosi Conte può sperare oggi di superare nelle urne il partito di Elly. In uno scontro diretto e personalizzato qualche chance in più l’ “avvocato del popolo” ce l’avrebbe. È stato popolarissimo e anche se distante dai livelli raggiunti quando era premier. Lo è ancora.
Tra i leader dell’opposizione è certamente il più baciato dal consenso popolare. La partita sarebbe comunque per lui difficilissima: nelle urne la fedeltà al partito fa di solito premio per molti elettori sull’apprezzamento del singolo leader. Quanto ai voti che non devono rispondere ad alcuna “disciplina di partito”, sono proprio quelli che hanno incoronato Elly segretaria e le scelte dell’outsider non hanno deluso quella base. Probabilmente punterebbero ancora sulla segretaria che ha saputo spostare il Pd dal suo tradizionale centrismo appena camuffato. Ma quella partita è l’unica che Conte possa sperare di vincere e dunque si capisce perfettamente perché non esiti ad accettare l’idea delle primarie.
Per Schlein il conto è meno facile. Partirebbe favorita, certo, ma la popolarità personale di Conte non è un fattore trascurabile e soprattutto la segretaria sa di doversi guardare dalle coltellate alle spalle. La competizione non potrebbe essere limitata ai due soli papabili: correrebbero anche candidati senza possibilità di vittoria, come è sempre avvenuto. Se i centristi presentassero Pina Picierno come propria candidata, e quasi certamente lo farebbero, potrebbero sottrarre alla segretaria voti forse determinanti e una sconfitta nelle primarie sarebbe per lei persino più tombale di quella, eventuale, nelle politiche. Dunque Elly esita, rinvia la decisione a quando ci sarà una vera nuova legge elettorale. Ma il nodo indicato da Franceschini resta: Pd e M5s restano elementi per nulla amalgamati e senza un passaggio chiave come le primarie, per quanto rischiose possano essere, tali resteranno a lungo.