Il sindacato sta con i manifestanti
Crisi in Francia, per il movimento Blocchiamo tutto il responsabile è Macron
Il colpevole della situazione è Macron. Il caos è lui. Non fa il minimo sforzo per dimostrare di ascoltare i messaggi che gli arrivano dall’Assemblea Nazionale e dal paese. Se ne andrà perché non ha alcun mezzo politico per rimanere, né lui, né nessuno dei suoi cloni, né nessuno degli opportunisti che recitano la commedia della “stabilità” aggravando la confusione
Esteri - di Jean-Luc Mélenchon
Quel che è accaduto il 10 settembre in Francia, la protesta strada, è un evento estremamente rivelatore del momento politico. Lo sappiamo come è stata annunciata dai media la mobilitazione: è una protesta sotto l’influenza russa. Oppure: è una protesta sotto l’influenza dell’estrema sinistra (questo l’hanno detto i centristi di estrema destra). In Tv, su France 2, Léa Salamé l’8 settembre mi aveva già chiesto di condannare le violenze del 10, prima ancora che avessero luogo. Supremo e caricaturale riflesso della propaganda tipica della buona società dei gavés. Poi, la mattina stessa del 10 settembre, mentre si schieravano in strada gli 80.000 poliziotti annunciati da Retailleau (ministro degli Interni ndr), il movimento Blocchiamo tutto realizzava in maniera del tutto pacifica alcuni blocchi, senza alcuna violenza, e veniva selvaggiamente aggredito per ordine del centro ministeriale.
Ma a Brétigny, sono i poliziotti che accendono l’incendio del terrapieno. A Parigi, l’incendio di una facciata potrebbe essere dovuto a loro… In ogni caso, i manifestanti non c’entrano nulla, nonostante le chiacchiere dei canali di informazione in ginocchio davanti a ogni gabbia in fiamme quando ce ne trovano una. Ben presto, le contabilità delle persone arrestate piovevano sui canali di notizie che le ripetevano senza verifica né spiegazione per aiutare il lavoro di intimidazione dei manifestanti e di induzione al panico degli spettatori. Sulle reti, Retailleau ha raddoppiato gli insulti e le accuse degli Insoumis (i melenchonisti ndr). Ha così acceso un’ondata di commenti deliranti su questo tema. La competizione di Retailleau con Wauquiez (Republicains, ex ministro di Sarkozy) ha portato quest’ultimo a dire: “Dietro tutti questi volti nascosti, c’è l’ombra della France Insoumise, è la mano di Jean-Luc Mélenchon. È lui che alimenta il caos perché spera nella rivoluzione”. Questa musica è stata la costruzione mediatica della giornata. Nella vita reale, in ciò che è concretamente successo il 10 settembre in Francia, le proteste di questa giornata di mobilitazione sono state soltanto il chiaro sintomo dell’esasperazione sociale diffusa nelle profondità del paese.
Tutto ciò è stato notevolmente incoraggiato dal crollo del governo Bayrou. E la nomina di Lecornu il giorno dopo (cade del governo Bayrou, Macron nomina premier a tempo di record il ministro della Difesa uscente: 39 anni, è un esponente dello stesso partito del presidente e ha fatto parte di tutti i governi che si sono succeduti dal 2017 a oggi ndr) ha reso più intensa la sensazione della provocazione. La richiesta di impeachment di Macron è ormai un tema dominante ed è stata gridata ovunque. Sulla richiestad i impeachmenti concordano già più di due terzi degli intervistati! Come sempre in questo tipo di circostanze, la copertura mediatica dei fatti è un sintomo aggiuntivo. È il segnale del blocco dall’alto che i proprietari di questi giornali sperano di mantenere sulle menti degli individui, contro ogni previsione. La casta sente bene che il blocco delle menti non funziona. Due governi sono già caduti. Con un buon piano d’azione, abbiamo fornito una semplice spinta per raggiungere questo obiettivo. Il risultato è sproporzionato rispetto ai mezzi impiegati. Il 10 settembre si è visto in azione il secondo movimento venuto dal basso sotto il regime macronista. “In alto, non si può più, in basso, non si vuole più”. Dirlo, mostrarlo, analizzarlo e sposarlo, sarebbe essere “un esteta della violenza” come ha ruttato il ministro Retailleau. Sarebbe essere un supporto del caos come ripetono in loop tutti i supplenti macronisti e simili. Inutile stancarsi di farne di più. Si accecano e dimostrano di essere incapaci di affrontare la realtà che si delinea sotto i loro occhi. La rivoluzione cittadina che matura nelle menti è più simile a una forza elementare della natura che a qualsiasi complotto immaginato da vecchi borghesi che tremano davanti alla loro Tv. Il punto forte di giornate di protesta di strada come questa sono gli apprendimenti di massa che rendono possibili.
L’auto-organizzazione, come sappiamo, è il percorso privilegiato dalla visione Insoumise dell’azione di massa. Da parte loro, i fascisti hanno addestramenti nei boschi e si allenano in bande impunite contro i neri e gli arabi. Il silenzio, l’impunità e persino la complicità del sistema li incoraggiano. Per noi, è un’altra cosa, totalmente. I cinquecento membri del servizio d’ordine nazionale degli Insoumis non hanno alcun piano paragonabile. Sono esclusivamente impegnati a rendere possibile lo svolgimento in tranquillità delle nostre riunioni e proteggono la sicurezza dei nostri portavoce. Questo determina che non crediamo in nient’altro che nelle capacità di auto-organizzazione popolare per tutta l’azione politica popolare a carattere di massa. Giorni come questo sono momenti formidabili di apprendimento e creazione. Le innumerevoli iniziative locali lo attestano. La cultura locale dell’azione se ne nutre e forma quindi una tradizione, che si tratti delle forme dell’azione come dei luoghi in cui si concentra. Anche questa volta, l’immaginazione non è stata da meno. In questo senso, ognuno di questi momenti è una sorta di “prova generale” di massa. Tutto ciò che viene appreso tornerà utile nei momenti decisivi. E questa strategia spontanea costituisce di per sé una strategia di lotta. Questo 10 settembre è stata la più grande manifestazione auto-organizzata da quella dei Gilet Gialli del 17 novembre. Retailleau, il ministro illegittimo e suo fratello gemello, il presidente del gruppo Les Republicains, si sono rotti i denti su qualcosa di cui non capiscono le molle e i modi di agire. L’incapacità di comprendere li obbliga a immaginare un complotto che non possono sconfiggere per il semplice motivo che non esiste. Finché non capiscono le molle dell’auto-organizzazione, l’autoorganizzazione avrà le mani libere. Il meccanismo delle rivoluzioni cittadine si riproduce in Francia attraverso passaggi ormai classici.(…) Ancora una volta, penso a questa formula di Pierre Bayle, filosofo dell’Illuminismo: “è ridicolo discutere gli effetti di una causa che non esiste”.
Questo non risolve tutti i problemi posti dalla rottura mantenuta tra l’azione sindacale e l’azione popolare di massa. Il rapido coinvolgimento di Solidaires nell’azione del 10, subito rafforzato da diverse federazioni Cgt determinanti e da numerosissime Unioni locali e Unioni dipartimentali, ha ovviamente ridotto la frattura scavata durante il fenomeno dei Gilet gialli. Erano peggiorate durante la lotta contro la pensione a 64 anni, persa per mancanza di coerenza tra l’azione politica e nelle aziende e nelle strade. Questa volta, la Cgt ha sostenuto il 10 settembre. Con l’errore di proporre in alternativa un’altra data, il 18. Abbiamo fatto la scelta, noi Insoumis, di leggere questo appuntamento del 18 come una tappa dopo il 10. Per rendere positivo il calendario e rendere possibili le convergenze. Ma è ovvio che siamo prima interamente al servizio del movimento del 10 settembre. Ciò significa che accompagneremo ovunque le decisioni delle assemblee dei cittadini. Allo stesso tempo, riapriamo la nostra cassa di sciopero sotto l’autorità di Alma Dufour per accompagnare l’azione dei sindacalisti che entrano in lotta. La nostra linea d’azione è quella dell’unità popolare. Questo differisce dal Nuovo Fronte Popolare di ieri. In effetti, il partito socialista e forse altri scelgono la cogestione della presunta crisi del debito con il governo Lecornu di Macron. L’hanno già fatto con Bayrou in un accordo di non censura. Il programma dell’Unità Popolare è quello delle rivendicazioni di questo movimento di settembre. Nessuno dei punti che esprime è diverso da quelli contenuti nel nostro “L’Avenir en commun”. Tutti conoscono il nostro punto di vista: il colpevole della situazione è Macron. Il caos è lui e le sue decisioni. Non fa il minimo sforzo per dimostrare di ricevere o ascoltare i messaggi che gli arrivano dall’Assemblea Nazionale o dal paese. Al contrario, forza la sua postura politica per spavalderia per dimostrare che rimane il padrone dei suoi strani piani assurdi. Se ne deve andare. Se ne andrà perché non ha alcun mezzo politico per rimanere, né lui, né nessuno dei suoi cloni, né nessuno degli opportunisti che recitano la commedia della “stabilità” aggravando la confusione per trarne meglio profitto personale negli incarichi e nelle posizioni. Macron deve andarsene e il potere del popolo deve essere ripristinato per prendere le decisioni di cui la rifondazione della Francia ha bisogno.