Il regista all'82esima edizione
Paolo Sorrentino in stato di grazia a Venezia: il nuovo film tra politica, eutanasia e dubbio
Il film prende spunto dalla grazia concessa da Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. Una scintilla che ha spinto il cineasta a realizzare il ritratto di un presidente che incarna le virtù perdute da una politica muscolare a caccia di consenso
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
Torna a Venezia per aprire l’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Paolo Sorrentino, a 4 anni da È stata la mano di Dio, con La Grazia, film che gli fa ritrovare il suo amico fraterno Toni Servillo e introduce al suo cinema Anna Ferzetti. Tutta una sorpresa questa apertura, dato che del terzo film di Sorrentino al Lido (se non si conta la serie Young Pope) si sapeva pochissimo.
A visione completata, come succede per tutti i film del regista napoletano, risulta quasi ridurlo a un ritratto di un presidente della Repubblica, Mariano De Santis, nel semestre bianco del suo mandato, posto davanti a due dilemmi morali ed anche, ovviamente politici: concedere la grazia a due richiedenti e firmare la legge sul diritto alla eutanasia in Italia. Unisce l’ispirazione data dal cinema di Kieslowski su questo tipo di conflitti etici con un fatto realmente accaduto. “Il film – racconta Sorrentino – nasce da uno spunto di cronaca, la notizia che Mattarella aveva concesso la grazia ad un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer e mi è sembrato subito un dilemma morale interessante da raccontare. È un formidabile motore narrativo, più di qualsiasi altro strumento che di solito si usa al cinema e da lì poi è venuta veramente l’idea di incentrare il film su un presidente della Repubblica”.
“Visto che il titolo era La grazia – prosegue – che non è solamente uno strumento giuridico a disposizione del presidente della Repubblica, ma è una sorta di atteggiamento nei confronti del mondo e della vita, ho pensato che questo Presidente fosse in realtà, dietro il suo aspetto rigoroso, serio, come dice lui stesso a volte, noioso, una persona innamorata non solo della moglie che non c’è più e della figlia, ma anche proprio del diritto e di tutta una serie di valori che secondo me la politica dovrebbe incarnare e che invece sempre più raramente si intravedono. Fortunatamente ci sono nel nostro presidente della Repubblica, però in altri uomini di potere sembra un po’ latitare a favore di una costante ricerca delle certezze rispetto invece a frequentare il dubbio”.
Non è solo un film sulla grazia come la bellezza del dubbio, dunque, ma soprattutto un film sull’amore, anche quello tra un regista e il suo amico, fratello, attore feticcio: “Il mio amore per Toni è incondizionato, non ha mai conosciuto crisi, a memoria mia non abbiamo mai litigato né siamo arrivati all’idea di litigare”, rivela Sorrentino. Per lasciare la parola all’amico Servillo: “Nella vita non è facile spiegare le ragioni di un’amicizia, quello che posso dire è che non mi aspettavo, al settimo film, di rilanciare così tanto con un personaggio di una prismaticità, una complessità di sensazioni che lo muovono, con la sua umana sincerità, un bellissimo regalo, non me l’aspettavo. Abbiamo fatto dei personaggi belli in passato e che il settimo rilanci in termini di bellezza, significa che non ci si appoggia su quello che si è già fatto”.
Anna Ferzetti, alla sua prima volta con Sorrentino e per lui la scelta migliore per il personaggio di Dorotea, la figlia del Presidente, rivela: “Mi accomuna al personaggio un rapporto molto particolare che ho avuto con mio padre, una presenza importante nella mia vita che ha influito molto sulla mia scelta di intraprendere il suo mestiere. Poi ci sono tanti lati diversi da me che ho amato molto”. Il tema dell’eutanasia è tra i quesiti più struggenti e controversi che La Grazia si pone. Perché toccarlo? “Dato che il gancio narrativo del film era il dilemma morale – spiega Sorrentino – l’eutanasia cosi come l’istituto della concessione della grazia lo acuiscono. L’eutanasia è uno di quei temi in cui la scelta è particolarmente difficile perché sfumata, non è la scelta tra bene e male, ma spesso tra un male minore e un altro tipo di male, tra un piccolo bene e un altro tipo di bene. Visto che io da spettatore detesto quei film che vanno giù con l’accetta e vogliono chiaramente stabilire dove sta il bene e dove sta il male, il tema dell’eutanasia mi sembrava mi desse la possibilità di sfuggire a questo clichè”.
Come si pone l’uomo Paolo Sorrentino rispetto all’introduzione del diritto all’eutanasia? “II mio parere lo dico nel film. Ad un certo punto il personaggio di Anna fa una domanda chiara per lei, al padre: “Di chi sono i nostri giorni?”. Toni risponde: “i giorni sono nostri” ma il problema è che tra questa domanda così semplice e questa risposta così scontata, esiste il grande muro della vita che ti impedisce di arrivare facilmente a questa risposta, per questo forse, non si è arrivati ancora ad una legge sull’eutanasia in Italia”.