Parla il senatore dem

Intervista ad Antonio Misiani: “Meloni in ginocchio da Trump, i dazi saranno pesanti per l’Italia”

«L’arrendevolezza con il presidente Usa è controproducente: serve risposta ferma dell’Ue. Occupazione? In Italia cresce in quantità, non in qualità. Le Regionali? L’occasione per costruire una proposta di governo forte»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

22 Luglio 2025 alle 08:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Antonio Misiani, senatore, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture nella Segreteria nazionale del Partito Democratico. Trump è alla guerra dei dazi contro l’Europa. Ma la presidente del Consiglio invita alla calma e alla moderazione nella risposta.
Giorgia Meloni sbaglia approccio. Di fronte a un’aggressione economica come quella messa in campo da Trump, non si risponde con l’equidistanza. I dazi americani sono un colpo durissimo per l’industria europea e in particolare per quella italiana, già in sofferenza da più di due anni. L’arrendevolezza con il presidente USA è controproducente. Serve una risposta ferma, unitaria e compatta da parte dell’Unione Europea. E serve che il governo italiano stia dalla parte dell’Europa, non che continui a tenere il piede in due staffe per non dispiacere agli amici di Washington.

La stampa mainstream fa da megafono alle narrazioni di Palazzo Chigi. Fuor di propaganda, che impatto avranno i dazi di Trump sulla nostra economia?
L’impatto sarà pesante. Parliamo di dazi universali al 30 per cento, ulteriormente maggiorati per alcuni prodotti. Nel 2024 abbiamo esportato negli USA merci per 65 miliardi, con un surplus commerciale enorme, di quasi 39 miliardi. L’interscambio con gli Stati Uniti riguarda settori strategici: agroalimentare, auto, meccanica, ceramica. Settori dove l’Italia esporta eccellenze. Per un Paese con un’economia a vocazione manifatturiera come la nostra, azzoppare le esportazioni significa colpire duramente l’occupazione e la crescita. Altro che “tempesta in un bicchiere d’acqua”, come qualcuno dalle parti di Palazzo Chigi prova a far credere. Quanto sta avvenendo sui dazi mette in evidenza la fragilità del nostro modello di sviluppo, fortemente basato sui mercati esteri, e l’incapacità del governo di costruire una risposta all’altezza. Sono passati più di tre mesi ma il piano di sostegno da 25 miliardi promesso da Giorgia Meloni è scomparso dai radar.

A proposito di narrazione. Meloni e i suoi aedi vantano successi sull’occupazione e sui salari.
I numeri vanno letti fino in fondo. L’occupazione cresce in quantità ma non in qualità. Aumentano i posti di lavoro ma in settori a bassa produttività e bassi salari. Le retribuzioni reali non hanno ancora recuperato la fiammata inflazionistica del 2022-2023 e restano tra le più basse d’Europa. Il lavoro povero continua ad aumentare e l’Italia è l’unico Paese OCSE in cui i salari hanno perso potere d’acquisto rispetto al 1990. La verità è che la politica economica del governo Meloni non rilancia lo sviluppo, non contrasta la precarietà, non tutela il lavoro. È una politica regressiva, che difende le rendite di posizione, scoraggia l’innovazione e lascia indietro chi sta peggio. Così, però, l’Italia è condannata alla stagnazione e alla crescita delle disuguaglianze.

A proposito di questo. Secondo il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze del 2025, in Italia, a metà del 2024, il 10% più ricco dei nuclei familiari (titolare di quasi tre quinti della ricchezza netta del Paese) possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie. Il rapporto era pari a 6,3 appena quattordici anni fa. Sempre secondo il rapporto, nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 2.000 miliardi di dollari, pari a 5,7 miliardi al giorno, un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Contemporaneamente la percentuale mondiale che vive con meno di 6,85 dollari al giorno rimane pressoché invariata rispetto al 1990, con oltre 3,5 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione globale, in questa condizione. Questa “simmetria perversa” evidenzia come l’1% più ricco detenga una quota di ricchezza simile a quella posseduta dal restante 44% dell’umanità. In particolare, il patrimonio di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, ha superato i 330 miliardi di dollari nel 2024. I più ricchi lo sono sempre di più e i più poveri aumentano. Esiste una enorme e irrisolta questione sociale. La sinistra ne è consapevole?
La sinistra seria, quella che guarda la realtà negli occhi e non si rifugia nelle scorciatoie identitarie, è pienamente consapevole che oggi la questione sociale è la vera emergenza democratica. Non basta denunciare le disuguaglianze: bisogna affrontarle con politiche coraggiose. Serve un’agenda nuova: redistribuzione ma anche predistribuzione, salario minimo e equo compenso, un nuovo statuto dei lavori, un fisco più giusto e più funzionale ad uno sviluppo inclusivo e sostenibile, il rilancio degli investimenti pubblici e privati dopo il PNRR, un welfare adeguato alle sfide del XXI secolo. Il PD ha il dovere di essere il partito che rimette al centro questi temi e queste priorità.

Dalla politica estera a quella sociale e fiscale. L’Europa non è assolutamente deficitaria?
L’Europa ha sicuramente dei limiti, ma definirla “assolutamente deficitaria” è fuorviante. Senza l’Unione Europea, avremmo affrontato da soli la pandemia, la crisi energetica, le crisi geopolitiche. Il problema è che oggi l’Europa è ancora troppo debole dove dovrebbe essere forte – sulla politica estera, sulla difesa comune, sulla fiscalità, temi che rimangono prerogativa dei governi nazionali – e troppo invadente dove dovrebbe lasciare spazio alla sovranità democratica degli Stati. La sinistra deve battersi per un’Europa diversa dall’Unione della tecnocrazia e dell’austerità. Bisogna superare il principio di unanimità, rafforzare le politiche comuni anche con forme di cooperazione rafforzata, potenziare il bilancio dell’Unione, che oggi equivale a un microscopico 1 per cento del PIL. I sovranisti li possiamo battere solo costruendo un’Europa più coesa, più giusta, più sociale.

A Gaza si continua a morire. Il governo con la presidente del Consiglio ha condannato l’attacco israeliano all’unica chiesa della Striscia, ma ha detto no alla sospensione del Memorandum militare con Israele.
Siamo davanti a una tragedia umanitaria che interroga profondamente le coscienze. Il diritto di Israele a difendersi non può tradursi in una punizione collettiva contro un intero popolo. La comunità internazionale – Italia compresa – ha il dovere di chiedere con forza l’immediato cessate il fuoco, la protezione dei civili palestinesi, la fine delle violazioni del diritto internazionale e il rilascio degli ostaggi ancora in mano ad Hamas. Davanti a evidenti crimini di guerra, non bastano le parole di condanna: servono atti coerenti. La sospensione del Memorandum militare con Israele sarebbe un segnale politico chiaro. Il governo Meloni, ancora una volta, ha preferito non disturbare l’alleato Netanyahu, anche a costo di ignorare i principi fondamentali del nostro ordinamento e del diritto internazionale.

Sui rapporti tra partiti e sindacati si discute da sempre. La segretaria del PD è stata tacciata di subalternità alla Cgil di Landini per il sostegno ai referendum.
Il PD ha sostenuto i referendum sul lavoro (e quello sulla cittadinanza) perché li riteneva giusti, non per fare un favore ai promotori. La precarietà è diffusa, i salari sono fermi, i diritti vengono messi in discussione: il mondo del lavoro ha bisogno di risposte concrete, non di polemiche strumentali. Eravamo consapevoli di quanto fosse difficile raggiungere il quorum, ma avevamo il dovere di esprimerci in modo netto, senza ambiguità. E ora continueremo a batterci per migliorare la condizione di chi lavora, per il salario minimo, per l’abolizione degli stage retribuiti e regole più stringenti per il tempo determinato, per il diritto alla formazione, contro il part time involontario. Chi parla di subalternità dimostra di non capire che un partito progressista ha il dovere di ascoltare e sostenere le istanze del lavoro.

Le elezioni regionali bussano alle porte. L’attenzione sembra concentrata sulle candidature, in una sorta di riedizione del “metodo Cencelli”. Siamo a questo?
Se ci riduciamo solo a contare le caselle, non andiamo lontano. Le candidature sono importanti, ma ancora più importante è il progetto. Le prossime elezioni regionali sono il passaggio politico più importante prima delle politiche. Devono essere l’occasione per costruire e far crescere una proposta di governo forte, credibile, radicata. L’alternativa non la si crea solo con gli accordi di vertice, ma dando battaglia tutti insieme sui temi che stanno a cuore ai cittadini. Dobbiamo parlare di sanità pubblica, trasporti, lavoro, scuola, ambiente. E dobbiamo dare voce ai territori. Abbiamo meno di due anni per trasformare una maggioranza aritmetica in un progetto politico strutturato e competitivo.

Intanto è esploso il caso Sala”. Il PD fa quadrato attorno al sindaco di Milano. Una difesa d’ufficio?
No, non è una difesa d’ufficio. È una difesa fondata. A Milano la magistratura farà il suo corso: se qualcuno ha commesso reati, è giusto che paghi. Ma vale per tutti il principio di presunzione di innocenza — anche per chi amministra una città complessa come Milano. Il Partito Democratico continua ad avere piena fiducia in Giuseppe Sala, nel suo operato e nella serietà della sua amministrazione. In questi anni le giunte di centrosinistra hanno rilanciato Milano, investendo su infrastrutture, coesione sociale e qualità della vita. Milano è diventata un punto di riferimento nazionale, dimostrando che l’Italia può reagire al declino e costruire futuro. Questo non significa che vada tutto bene. Servono correzioni di rotta, a partire dalla questione casa, che è oggi una delle grandi emergenze urbane. Ma chi oggi condanna in blocco l’esperienza del centrosinistra a Milano fa solo propaganda. E lo fa ignorando i fatti.

22 Luglio 2025

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