65 anni fa
Il sanguinoso luglio del 1960: 11 morti e centinaia di feriti contro il governo reazionario di Dc e Msi
La rivolta iniziò a Genova. Poi insorse Reggio Emilia e la polizia, su ordine del presidente del Consiglio, Tambroni, abbattè 5 giovani. Poi altri 5 in Sicilia. Alla fine il governo cadde
Politica - di Piero Sansonetti
Il luglio del 1960 è stato un mese cruciale nella storia della Repubblica. In particolare furono importanti quei tre giorni di fuoco: mercoledì, giovedì e venerdì. E cioè il 6, il 7 e l’8 luglio di 65 anni fa. Giorni di sangue, di lotte, di eroismo, di malvagità della polizia e del governo. Alla fine si contarono 11 morti e centinaia di feriti. Il prezzo altissimo per mandare a casa un governo reazionario messo insieme dalla Democrazia Cristiana con il sostegno dei fascisti del Msi. Il capo del governo si chiamava Fernando Tambroni, era un fanfaniano abbastanza anonimo ma aveva accettato di guidare un governo di svolta a destra, dopo il rifiuto dello stesso Fanfani e di Giovanni Leone. Fu il suo governo a dare al Msi di Almirante e Michelini il permesso di svolgere a Genova il congresso nazionale. Che sarebbe stato presieduto dal gerarca e barone Carlo Emanuele Basile, condannato a morte nel ‘47 per collaborazionismo e poi amnistiato.
I portuali di Genova si ribellarono. Scesero in piazza. Il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, tenne un comizio infuocato invitando alla rivolta. Il 30 giugno la polizia di Tambroni caricò i manifestanti, i camalli resistettero, si rifugiarono in piazza de Ferrari e respinsero la polizia. La tensione era altissima in tutto il paese. Scendevano in piazza i vecchi partigiani insieme a una giovane generazione di ragazzi nati subito prima della guerra. I giornali li chiamavano le magliette a strisce, perché in quegli anni quasi tutti i ragazzi, non solo in Italia, indossavano spessissimo delle magliette a giro collo, di tela, a righe orizzontali di vari colori. Tra loro anche molti nomi noti. Per esempio Achille Occhetto, e Petruccioli, e Bertinotti. Molti erano comunisti. Ma c’erano anche i socialisti e i radicali. Furono loro l’anima, e in parte anche il braccio, di quella rivolta che metteva una pietra sopra agli anni Cinquanta e apriva le finestre al nuovo decennio.
Il 6 luglio tocca a Roma. La sinistra, guidata dal Pci, organizza una manifestazione a Porta San Paolo, cioè alla Piramide, il luogo dove il 10 settembre di 17 anni prima un gruppo di giovani comunisti, e socialisti, e democristiani, e azionisti, insieme a sparuti rappresentanti dell’esercito guidati dal colonnello Montezemolo, avevano tentato di resistere all’avanzata dei nazisti dopo l’armistizio con gli alleati annunciato due giorni prima. Nello scritto di Marisa Rodano, allora dirigente del Pci, ex partigiana, racconta quella lunghissima giornata, e le cariche dei carabinieri a cavallo guidati da Raimondo D’Inzeo, che due mesi dopo avrebbe vinto la medaglia d’oro nel concorso ippico alle Olimpiadi di Roma. Il giorno successivo, il 7, è il giorno della strage. A Reggio Emilia la Cgil ha dichiarato lo sciopero generale. Il prefetto, su ordine di Tambroni, ha proibito la manifestazione, ha imposto un comizio al chiuso alla sala Verdi del teatro Ariosto, e ha ricevuto dal presidente del Consiglio l’ordine di usare, se necessario, le armi da fuoco. Alle 4 e mezzo del pomeriggio la sala Verdi, che contiene 600 persone, è stracolma. Ci sono 20mila persone che si accalcano all’uscita. 300 operai delle “officine meccaniche reggiane” si staccano dalla folla e si dirigono verso il centro della città. In modo pacifico. La polizia li attacca. Prima coi lacrimogeni, poi con i fucili e i mitra.
Il primo a cadere è Afro Tondelli. Si trova isolato al centro della piazza, dopo una carica. Un poliziotto si inginocchia, prende la mira con la pistola e l’abbatte. Tondelli ha 35 anni, è il quinto di otto fratelli, otto come i fratelli Cervi. Cade. Grida ai compagni che lo soccorrono: “Mi hanno voluto ammazzare. Mi hanno mirato come si fa a caccia”. Poi silenzio. Sbarra gli occhi. È morto. Lauro Farioli ha 22 anni. È in piazza San Francesco. Vede un compagno ferito, cerca di soccorrerlo ma non fa in tempo. Una sventagliata di mitra. Lo chiamavano Modugno, credo per i baffi e una certa somiglianza. Marino Serri, 41 anni, ex partigiano, da ragazzo pascolava le pecore coi suoi sei fratelli. Vede la polizia che spara ad altezza d’uomo. Grida: “Assassini!”. Loro rispondono col piombo. Muore sul colpo. Ovidio Franchi è una ragazzino. Ha 19 anni, sta lì col fratello più piccolo. Anche lui sta aiutando un compagno ferito quando lo uccidono con un proiettile alla testa. L’ultimo a morire, quella sera, è l’operaio Emilio Reverberi. Aveva 39 anni. Tutti e cinque erano iscritti al Pci.
Alla fine della giornata si calcola che la polizia, guidata dal vice questore Giulio Cavani Panico, ha sparato 182 colpi di mitra, 14 colpi di fucile e 39 di pistola. Sarà processato e assolto. La sinistra insorge. Il giorno dopo ci sono manifestazioni in tutt’Italia. A Palermo e Catania la polizia spara ancora e uccide altre cinque persone. Un altro contadino era stato ucciso a Licata il 5 luglio. Il nove luglio tutta l’Italia è in piazza. A Reggio 100mila persone partecipano ai funerali dei cinque. Il presidente della Camera, Cesare Merzagora, chiede che la polizia e i carabinieri si ritirino nelle caserme. E supplica i sindacati di interrompere le manifestazioni. Il 16 luglio ‘60 intellettuali cattolici, vicini alla Dc, chiedono che Tambroni sia cacciato. Il 18 luglio Tambroni si dimette. Il congresso del Msi era stato vietato.
La battaglia è vinta. ma a che prezzo, a che prezzo. Il cantautore Fausto Amodei scrive una bellissima canzone che pubblichiamo. E si conclude con quei versi famosi: “Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi bandiera rossa”. Tutt’Italia la canta. Anche Pasolini scrive su quelle giornate. Indignato.
In quei giorni tragici iniziano gli anni Sessanta, è vero, e per vent’anni l’Italia sarà un paese che cresce, conquista diritti, realizza riforme. Prima dell’inverno degli anni Ottanta, che è durato quasi mezzo secolo, che dura ancora, e ha portato il gelo di un governo guidato dagli eredi del Msi di Almirante sconfitto a Genova. Ci vorrebbe un’altra generazione di magliette a strisce. E quegli ideali, quel coraggio, quella classe operaia fatta di pensiero e ferro.