La Francia collaborazionista

Cosa era il governo di Vichy, Pétain e la vergogna della collaborazione con Hitler

Nato a seguito dell’invasione tedesca del ‘40, il regime di Vichy sottomise il Paese a Hitler, grazie al vecchio maresciallo reazionario. Che rastrellò per conto delle SS ebrei e dissidenti

Editoriali - di David Romoli - 2 Luglio 2024 alle 17:30

Condividi l'articolo

Cosa era il governo di Vichy, Pétain e la vergogna della collaborazione con Hitler

Il “governo della vergogna”, destinato a guidare per conto della Germania la Francia nella fase più oscura della sua storia, nacque accompagnato da vasto consenso popolare. Su questo, oggi, gli storici sono concordi: nella sua fase iniziale il governo di Vichy, guidato dal maresciallo Philippe Pétain, eroe della prima guerra mondiale, vincitore della battaglia di Verdun, fu salutato con sollievo e approvazione dai francesi vinti, umiliati, messi in ginocchio. Lo shock della sconfitta a opera della Germania era stato terribile. La potente Francia era stata sconfitta in sei settimane. L’inespugnabile linea Maginot, il vallo considerato invalicabile, era stato aggirato e le difese francesi travolte.

L’offensiva tedesca era stata lanciata il 10 maggio 1940. Il 14 giugno le truppe della Wehrmacht entravano a Parigi. Quattro giorni prima, considerando la guerra ormai vinta, anche l’Italia di Mussolini aveva attaccato la Francia. La popolazione fuggì disordinatamente verso il sud, in un crollo del Paese che non fu solo militare ma complessivo e generale. Fuggì anche il governo. Il primo ministro Paul Reynaud avrebbe voluto lasciare la Francia metropolitana per rifugiarsi nelle colonie del Nord Africa. Il suo vice premier, lo stesso Pétain, si oppose, insistendo invece per chiedere un armistizio. Il dibattito si svolse nel corso di una fuga precipitosa. Incalzato dalla truppe tedesche che avanzavano il governo era costretto a spostare continuamente la sua sede, sempre più a sud, fino a Bordeaux. Reynaud avrebbe voluto continuare la guerra: fu messo in minoranza. Il 17 giugno si dimise e il presidente della Repubblica Lebrun nominò al suo posto, su consiglio dello stesso premier dimissionario, Pétain.

Il maresciallo aveva 84 anni ma era ancora lucido e vigoroso. Non era un fascista nel senso proprio del termine e molti storici, oggi, esitano nel definire quello di Vichy un regime fascista. Pétain era piuttosto un reazionario totale e integralista, convinto che tutti i mali della Francia derivassero dalla democrazia e dall’abbandono delle tradizioni. Riteneva che la sua missione fosse riscattare la Francia dalla “decadenza” che la aveva portata alla durissima sconfitta e individuava le origini di quella decadenza non solo nella Terza Repubblica ma anche, anzi soprattutto nella Rivoluzione del 1789. Il suo progetto era riportare l’orologio della storia a prima della presa della Bastiglia. Pétain si aspettava l’incarico: quando gli fu conferito aveva già in tasca la lista dei ministri. Tra questi c’era Pierre Laval, indicato inizialmente come ministro della Giustizia. Laval era stato un leader socialista e come, avvocato, spesso difensore di operai processati per reati politici. Negli anni 20 si era progressivamente spostato a destra. Era stato più volte ministro e anche primo ministro.

Come uomo di governo aveva accumulato una notevole fortuna, era proprietario di numerosi giornali e pertanto in grado di influenzare come pochi l’opinione pubblica. Ferocemente antitedesco negli anni 30, aveva iniziato a simpatizzare per il nazional-socialismo solo nell’ultima fase della guerra ma era deciso ad avvicinare la Francia alla Germania di Hitler. Considerava il ministero della Giustizia inutile a questo scopo. Riuscì a ottenere da Pétain gli Esteri e l’incarico di vicepremier. Il 22 giugno fu firmato l’armistizio tra la Germania e la Francia sconfitta. L’Alsazia-Lorena fu annessa al Reich, formalmente il resto della Francia rimase indipendente. In realtà il Paese fu diviso in due zone: il nord e la costa atlantica occupate dai tedeschi, il resto sotto il comando di Pétain alla testa di un governo che collaborava attivamente con la Germania pur senza entrare in guerra contro l’Inghilterra come pure Hitler chiedeva. Il governo si insediò nella città di Vichy, non lontana da Parigi, dove Pétain e i ministri pensavano di spostarsi presto e che rimase invece sempre occupata dai tedeschi. Alla Francia era lasciato un esercito non di leva, molto ridotto nel numero degli effettivi e negli armamenti Due milioni di soldati prgionieri di guerra furono spediti nei campi di lavoro in Germania.

Il 10 luglio il Parlamento francese, con Camera e Senato in seduta congiunta, votò l’assegnazione dei pieni poteri al maresciallo Pétain. La proposta fu approvata con 569 voti contro 80 e 20 astenuti. Grazie a quel voto il maresciallo ottenne poteri assoluti su tutti i settori, abbattendo ogni forma di distinzione e bilanciamento tra poteri dello Stato come non accadeva in Francia dai tempi di Luigi XIV, il re Sole. Il maresciallo diventò subito oggetto di un vero culto della personalità basato sul rapporto tra il capo, che si rivolgeva direttamente al Paese con frequenti discorsi alla radio, e una popolazione che almeno nella prima fase di Vichy lo vedeva davvero come salvatore e redentore. Il governo di Vichy fu riconosciuto da moltissime nazioni, tra cui gli Stati Uniti. Vichy non fu solo un regime collaborazionista. Aveva una sua specifica ideologia, riassunta nella formula Révolution National, che peraltro Pétain non apprezzava proprio perché il solo uso del termine Rivoluzione gli pareva sospetto. La Francia non era più Repubblica francese ma solo uno Stato con a capo Pétain. Le parole della Rivoluzione, “Liberté, Egalité, Fraternité” furono sostituite da “Travail, Famille, Patrie”, “Lavoro, Famiglia, Patria”. Marianne, il simbolo della Rivoluzione del 1789, fu sostituita da Jeanna d’Arc, l’eroina cattolica.

Il regime era fondato sul ritorno integralista ai valori cattolici, l’opposizione a qualsiasi forma di modernismo, il primato della gerarchia in ogni settore. Sindacati e diritto di sciopero furono aboliti. Gli uomini di Vichy non avevano aspettato la Germania per professare un radicale e violento antisemitismo, anche se Pétain, pur fortemente antisemita, non era stato antidreyfusardo nella principale crisi che aveva dilaniato la Terza Repubblica. A partire dal 3 ottobre furono varate una serie di leggi contro gli ebrei. A quelli che erano stati naturalizzati dopo essersi rifugiati in Francia sfuggendo alle persecuzioni degli anni 30 fu tolta la cittadinanza, a tutti fu imposta la stella gialla sugli abiti e vietato l’esercizio di moltissime professioni. Gli stranieri furono rinchiusi in campi di concentramento sparsi nel Paese da dove venivano poi inviati nel centro di smistamento di Darcy e di lì nei campi di sterminio. La deportazione riguardò all’inizio solo gli stranieri, circa la metà degli ebrei presenti in Francia, poi, dalla fine del 1942, si estese a tutta la popolazione ebrea. La grande maggioranza degli ebrei francesi, a differenza degli stranieri, riuscì comunque a salvarsi. Molti ebrei si rifugiarono nella piccola zona a sud occupata dall’Italia, che rifiutava le deportazioni. La persecuzione non colpì solo gli ebrei ma tutti i 4 gruppi che il leader fascista Charles Maurras definiva “l’anti-Francia”: oltre agli ebrei, gli stranieri in generale, i massoni e i comunisti. Queste misure non furono imposte e spesso neppure chieste a Pétain dalla Germania. La Révolution National prescindeva dal collaborazionismo: era l’intera cultura reazionaria, integralista, autoritaria e antisemita, onnipresente lungo l’intera parabola della Terza Repubblica, vera culla del fascismo europeo, arrivata infine, dopo la sconfitta e grazie alla sconfitta, a impadronirsi della Francia.

Il capitolo più vergognoso e infame nella parabola di Vichy fu la razzia del Vel d’Hiv, il velodromo d’inverno di Parigi, del 16 e 17 luglio 1942, pianificata dal capitano delle SS Theodor Dannecker, braccio destro di Eichmann nella deportazione degli ebrei dalla Francia, il capo della polizia di Vichy René Bosquet dal commissario generale per gli affari ebraici di Vichy, Luois Darquier. Le SS chiedevano di intensificare le deportazioni. I funzionari di Vichy proposero di deportare gli ebrei non francesi e misero a disposizione le forze di polizia francesi che si occuparono degli arresti e della concentrazioni nel velodromo d’Inverno. I nazisti avevano dispensato dalla deportazione i minori di 16 anni. Fu Laval, allora primo ministro, a volere la deportazione anche dei minori. Nella razzia furono deportati e poi smistati nei campi di sterminio poco più di 13mila ebrei, oltre 4mila dei quali erano bambini. Pétain, irritato soprattutto per lo scarso rispetto per le forme gerarchice, aveva provato a liberarsi di Laval nel dicembre 1940: lo aveva messo fuori dal governo e agli arresti domiciliari. Liberato e protetto dai tedeschi era tornato al potere, come primo ministro, nell’aprile 1942 e quando nel 1943 fu creata la Milizia, organizzazione paramilitare incaricata di dare la caccia ai partigiani ne fu nominato comandante anche se il comando reale era nelle mani del collaborazionista fascista Joseph Dornand.

La Francia di Vichy cessò di esistere nel novembre 1942. Subito dopo lo sbarco degli Alleati nel nord Africa francese dell’8 novembre, Hitler ordinò l’invasione della Corsica e subito dopo dell’intera Francia ancora formalmente indipendente. Il regime di Vichy, privato anche delle forze armate residue, restò in carica come regime fantoccio senza più alcuna indipendenza.
Pétain fu processato e condannato a morte per tradimento nell’estate del 1945. La sentenza capitale fu però commutata subito in carcere a vita in ragione dell’età. Nonostante le richieste di grazia avanzate da molti Paesi tra cui gli Usa, il maresciallo rimase in carcere fino all’8 giugno 1951, quando il presidente francese Auriol accettò di scarcerare un moribondo Pétain. Sopravvisse poco più di un mese. Laval, condannato a morte, fu fucilato il 15 ottobre. Per i crimini di Vichy furono processati 108 funzionari del regime. Le condanne a morte furono 8, incluse quelle di Pétain e Laval, quelle effettivamente eseguite furono 3: oltre a Laval, destinato a diventare nei decenni successivi unico capro espiatorio per l’intera vicenda del collaborazionismo francese, furono giustiziati il marchese Fernand de Brinon, figura chiave della collaborazione con i nazisti, ufficialmente ambasciatore di Vichy presso le autorità tedesche a Parigi, e il capo della Milizia Joseph Darnand.

2 Luglio 2024

Condividi l'articolo