L'europarlamentare del Pd

“Italia più isolata di Orban in Europa, è il vero record di Meloni”, intervista a Brando Benifei

«Non è mai accaduto che si approvassero le proposte dei vertici comunitari senza il consenso dell’Italia. Dopo la figuraccia della nostra premier speriamo che von der Leyen, per il suo programma, sappia dove deve guardare e con chi deve parlare»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 29 Giugno 2024 alle 10:00

Condividi l'articolo

“Italia più isolata di Orban in Europa, è il vero record di Meloni”, intervista a Brando Benifei

Brando Benifei, europarlamentare rieletto del PD, quale Europa esce fuori dal voto dell’8-9 giugno?
Sicuramente un’Europa con una grande frammentazione politica, poiché abbiamo Paesi dove le forze di destra salgono a percentuali mai viste, come nel caso francese e tedesco, altri dove vengono sconfitte nettamente dalla sinistra e dagli ecologisti, come nei Paesi scandinavi, altri dove c’è un quadro più equilibrato e una tenuta dei progressisti come la Spagna o l’Italia, dove il successo del PD nel campo delle opposizioni controbilancia il fallimento del centro liberale e la caduta verticale del Movimento 5 Stelle. E’ un’Europa dove le persone sono preoccupate per o conflitti alle porte, l’aumento del costo della vita, le incertezze sul futuro, mentre il cambiamento climatico prosegue.
Se non ci diamo una forma politica adatta alle sfide che abbiamo davanti, è questa oggi la missione storica delle forze che vogliono credere nel progetto di integrazione, l’Unione vedrà messa a rischio la tenuta delle proprie democrazie, perché esse vivono e si legittimano solo se sono in grado di dare risposte ai problemi delle persone, vale per lo Stato e vale per l’Unione Europea. Altrimenti le persone inizieranno a pensare che è meglio affidarsi ad altri modelli istituzionali, alle autocrazie, alle democrature. Per questo siamo in una fase estremamente delicata per il futuro del nostro continente.

A preoccupare di più è la crisi delle due “locomotive” europee: Germania e Francia
La locomotiva francotedesca diventa ancora più centrale nel momento in cui l’Italia è governata da forze ultraconservatrici poco attente ai nostri reali interessi in gioco, tanto che vediamo la Meloni spalleggiare chi vuole mantenere il diritto di veto nel meccanismo decisionale comunitario quando si tratta di materie chiave come fiscalità e bilancio, di fatto facendo pienamente il gioco dei falchi dell’austerity e di coloro che vogliono tutelare l’esistenza di paradisi fiscali in Europa. Ma è una locomotiva come si diceva assolutamente inceppata: il governo di Scholz è purtroppo molto in difficoltà nella gestione di una coalizione dove i liberali svolgono una funzione interdittiva continua mettendo a dura prova la tenuta della relazione con socialdemocratici e verdi, mentre Macron ha scelto negli ultimi anni di consolidare un posizionamento di centrodestra che ha aperto la strada al successo di una sinistra socialista rinnovata con figure innovative e originali come Raphael Glucksmann, ma portando così a un indebolimento della capacità di iniziativa francese, con un Presidente impegnato a difendere il proprio fortino, arrivando anche all’azzardo delle elezioni anticipate. Un’Europa con l’Italia nelle mani dei nazionalisti, con una Francia per ora senza slancio nella speranza di una vittoria del Nuovo Fronte Popolare e una Germania con un governo bloccato è un’Europa che rischia di non funzionare per nulla bene di fronte a questioni enormi da affrontare, in questo modo facendo il gioco delle forze antieuropee.

Francia, Germania, Austria, Belgio…Un vento di destra imperversa in Europa. Come arginarlo?
Serve essere chiari su quello che si vuole fare: la transizione ecologica e digitale è essenziale e inevitabile ma la devono pagare quelli che possono farlo. Dunque, serve proseguire col debito comune e serve un fisco più giusto a livello nazionale e comunitario, raccogliendo risorse dai grandi patrimoni ultramiliardari così come dai grandi inquinatori che delocalizzano fuori Europa e poi rivendono nel nostro mercato facendo dumping alle nostre imprese. La questione dell’insicurezza economica di fronte all’inflazione e ai costi energetici mi pare decisiva, ma ovviamente queste risposte senza dare un orizzonte di senso non bastano, si può essere razzisti anche da ricchi, si può essere indifferenti a chi muore nel Mediterraneo anche se si sta bene. Dobbiamo perciò ricostruire un senso comune sulla necessità di uscire dai problemi del nostro tempo lavorando insieme e non come singoli individui, serve un nuovo concetto di comunità di intenti che unisca chi può portare un cambiamento progressivo nella nostra società, chi vive del proprio lavoro, chi porta avanti istanze di emancipazione, dando riconoscimento e ascolto a chi si sente dimenticato da istituzioni e politica. Io penso che si possa fare, anzi che si debba fare se si vuole iniziare a voltare pagina davvero.

Per venire all’Italia. Alla crescita del PD e all’inaspettato successo della Alleanza Verdi e Sinistra, fa da contraltare il flop del Movimento 5stelle di Conte. Una crisi irreversibile?
Io credo che per il M5s sia arrivato il momento della verità: deve decidere se essere parte organica, seppur con caratteristiche originali, in un progetto di alternativa alla destra o se essere una forza la cui natura rimane permanentemente ambigua. Mi auguro che in queste prime settimane di avvio dei lavori preparatori del nuovo Parlamento Europeo non vengano strane idee agli amici pentastellati, come aggregazioni “minestrone” che possano ricordare quando nel 2014 fondarono un nuovo gruppo parlamentare insieme a Nigel Farage, il teorico della Brexit. Credo che nel nuovo campo progressista, in Italia e in Europa, ci sia bisogno anche del Movimento 5 Stelle, ma credo che sia necessario che anche loro decidano davvero quale futuro vogliono costruire.

L’Italia è stata tagliata fuori dal “valzer” delle nomine che contano in Europa. Di chi la responsabilità?
La Presidente Meloni è riuscita a isolare il nostro Paese come mai prima d’ora: non è mai accaduto che si siano approvate le proposte dei vertici comunitari che ora saranno sottoposte al voto del Parlamento Europeo senza il consenso dell’Italia. Siamo finiti più ai margini di Orban! Le parole di circostanza sulla necessità di coinvolgere il governo italiano suonano davvero quasi una presa in giro. Una brutta immagine per il Paese, che continua a passare per inaffidabile, pensiamo al vergognoso balletto di impegni disattesi intorno alla riforma del MES, unico Paese dell’Unione che non ha rispettato quanto convenuto con gli altri governi, bloccando il processo. Ora come famiglie politiche dovremo discutere con von der Leyen del suo programma: dopo la figuraccia della nostra Presidente del Consiglio speriamo che la riproposta Presidente della Commissione sappia dove deve guardare e con chi deve parlare. Del resto, senza il nostro consenso, quello dei Socialisti e Democratici, Ursula von der Leyen non può avere i numeri per essere confermata e con il nostro coordinamento con le forze ecologiste dei Verdi diventiamo indubbiamente indispensabili. Faremo pesare tutto questo nella costruzione di un programma che metta le questioni sociali, ambientali e dei diritti al centro dell’azione comunitaria, coi compromessi necessari, ma lasciando ai margini la destra ultraconservatrice che oggi litiga e sembra destinata a dividersi ulteriormente, con la Meloni a rischio di perdere il suo ruolo anche dentro quella compagine che lei ha guidato finora e che è fatta perlopiù di nemici dichiarati degli interessi del nostro Paese, oltre che dei valori democratici, da Wilders a Zemmour.

Le elezioni passano, le guerre continuano, dall’Ucraina al Medio Oriente. Il risultato è che il mondo versa in un sempre più aggravato disordine globale.
Per questa ragione abbiamo bisogno di mettere insieme le forze che vogliono dare più autorevolezza e unità politica alla nostra Unione: serve un’Europa con una voce molto più forte per costruire percorsi di pace ai nostri confini. Una pace giusta ovviamente, perché non può passare neanche per un momento che chi ha le armi nucleari può cambiare con la forza i confini del mondo senza nessuna conseguenza, perché accettare questo principio vorrebbe dire rischiare di far piombare il mondo intero in una guerra permanente. Ma affinché una pace giusta sicura e sostenibile si realizzi nei vari scenari in cui oggi ciò non è avvenuto serve che ci sia una intensa iniziativa diplomatica europea e non l’attesa che altri trovino soluzioni al nostro posto, perché per varie ragioni oggi le due maggiori potenze, Stati Uniti e Cina, non sembrano in grado di arrivare bilateralmente a trovare soluzioni efficaci, anche volendo ragionare in maniera molto pragmatica. Pensiamo alla necessità di accelerare una soluzione a Gaza con il cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi, un percorso di pace con una conferenza internazionale e la definizione di uno Stato palestinese nel mutuo riconoscimento di due Stati per due popoli: tutto questo non si realizzerà con dichiarazioni d’intenti, l’Europa deve usare le leve che ha, non poche se usate con coraggio e determinazione, per condizionare i soggetti che nei vari scenari possono agire per cambiare l’attuale quadro drammatico di conflitto. Significa spingere la Cina a fare pressioni sulla Russia e significa chiarire al governo israeliano che la violazione di un ordine del Consiglio di Sicurezza sullo stop del conflitto a Rafah equivale a una rottura insanabile con la comunità internazionale, con conseguenze nei rapporti con l’Europa. Insomma, serve fare politica, quella vera, quella che le persone si aspettano da noi adesso.

29 Giugno 2024

Condividi l'articolo