Il terremoto della Liguria

Toti scaricato dalla destra, i pm festeggiano: l’obiettivo dei magistrati è proibire la politica

Al governatore si contestano le sue scelte. Discutibilissime: ma non sono reati. Lui resiste però la destra lo ha già abbandonato. Resisterà ai ricatti?

Editoriali - di Piero Sansonetti - 25 Maggio 2024

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Toti scaricato dalla destra, i pm festeggiano: l’obiettivo dei magistrati è proibire la politica

Da quello che abbiamo potuto sapere, l’interrogatorio del governatore Giovanni Toti è stato un punto a favore dell’imputato.

Conosciamo abbastanza la magistratura per capire che se non sono uscite indiscrezioni sull’interrogatorio neanche dai giornali (diciamo così) dell’Anm (Repubblica, Il Fatto e altri), vuol dire che i Pm non sono riusciti né a far confessare niente all’imputato (seppure col ricatto solito della detenzione) né a farlo cadere in contraddizione o ad ottenere spunti per ulteriori indagini.

Anche dalla lettura del memoriale che Toti ha presentato a sua difesa risulta che tra finanziamenti (modesti) alla sua lista elettorale e attività della Regione non c’è mai stata mai una relazione automatica. E dunque che le due cose sono andate avanti in modo assolutamente indipendente.

La Regione, a maggioranza – mai per scelta individuale del suo presidente – ha preso le sue decisioni, su una linea politica ed economica forse discutibilissima (probabilmente discutibilissima) ma che non aveva niente a che fare col codice penale; e parallelamente sono andati avanti i finanziamenti da parte dei privati, e in particolare dell’imprenditore Spinelli che è risultato essere uno dei principali finanziatori di quasi tutti i partiti politici della Liguria.

Allora il problema è questo. A due facce, e ogni faccia contiene una domanda. Prima faccia: la magistratura ha voce in capitolo sulle scelte politiche ed economiche e sociali delle istituzioni elette con voto democratico? Seconda faccia e seconda domanda: è vietato finanziare i partiti, da parte degli imprenditori privati?

Non sono domande provocatorie. Sono serie. Possiamo immaginare un sistema delle decisioni nelle quali anche le decisioni politiche democraticamente assunte siano sottoposte ad un giudizio dei magistrati.

Ne avremo tre conseguenze: un aumento, probabile, dell’indice di legalità; una diminuzione, prevedibile, del tasso di sviluppo e della crescita economica; una riduzione – sicura – del tasso di democrazia.

Cioè ci troveremmo dentro un sistema politico misto – democratico edoligarchico – nel quale il potere del popolo è ridotto più o meno del 50 per cento, e l’altro 50 per cento è ceduto ad una cerchia di saggi, auto selezionata, di natura fortemente oligarchica.

La risposta alla seconda domanda è più semplice. I magistrati non contestano la donazione finanziaria del cittadino, ma chiedono che questa donazione avvenga per ragioni ideali e non di interesse. E ritengono che la donazione di un imprenditore sia eseguita per ragioni di interesse, e dunque non sia legale, e vada stroncata, proibita, punita.

È ragionevole? Ci sono almeno due obiezioni. La prima è di principio: si configura in questo modo una specie di Stato etico nel quale una sua istituzione – appunto, la magistratura – ha il potere di distinguere tra idealità e interesse.

E scegliere l’idealità. E su questa base potrebbe un giorno decidere quali siano i voti popolari espressi per ragioni ideali e quali invece siano voti di interesse o di scambio e perciò non abbiano valore e forse siano addirittura reato.

La seconda obiezione è di sistema. Visto che è stato praticamente abolito il finanziamento pubblico, e visto che tenere in piedi un partito politico è un’impresa molto costosa, se cancelliamo anche il finanziamento privato, come l’inchiesta di Genova lascia intendere, è chiaro che si decide la morte dei partiti.

E la morte dei partiti ha un fortissimo costo in termini di democrazia. Cancella definitivamente la dimensione di massa della politica, che è stato, per decenni, il punto forte dell’elaborazione politica soprattutto – ma non solo – della sinistra e dei cattolici. L’ultimo esperimento di abolizione dei partiti che fu fatto in Italia risale al 1926, durante il governo Mussolini.

Se dovessimo mettere insieme tutte le idee che sono alla base dell’inchiesta di Genova (potere di veto della magistratura sulle scelte politiche, stato etico, abolizione dei partiti, controllo sulle motivazioni del voto) ci troveremmo ad ipotizzare uno Stato che non ha niente a che vedere con le Costituzioni e con gli Stati europei degli ultimi 200 anni (escluse le eccezioni dell’Italia e della Germania negli anni 30 e nella prima metà degli anni 40).

Per questo è apprezzabile l’atteggiamento del governatore Toti. Che pure in una condizione di grande isolamento politico – dal momento che anche lo schieramento di centrodestra del quale fa parte si è mostrato molto timido nel fronteggiare l’attacco della Procura – non si è lasciato intimidire dai Pm, ha reagito, ha controbattuto, e finora ha evitato di arrendersi e di offrire le dimissioni.

Speriamo che non ceda. Per la prima volta un leader politico reagisce all’offensiva della magistratura. E offre anche ai partiti l’occasione per scendere in campo. Se però non lo faranno vincerà la magistratura, perderà il diritto, sarà seppellita la Costituzione di De Gasperi, Togliatti ed Einaudi.

25 Maggio 2024

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