L'autocandidatura di Draghi

Draghi presidente della Commissione europea: Schlein ci sta, il centro esulta ma Meloni frena

Il banchiere era per Giorgia una carta coperta. Ma in prima battuta dovrà sostenere Ursula, e se mai andasse male Tajani o Fitto

Politica - di David Romoli - 18 Aprile 2024

CONDIVIDI

Draghi presidente della Commissione europea: Schlein ci sta, il centro esulta ma Meloni frena

“Attenzione: chi entra papa esce cardinale”: Tommaso Foti, che nel gotha di FdI non è l’ultimo arrivato ma il presidente dei deputati frena gli entusiasmi suscitati dalla discesa in campo di fatto di Mario Draghi. “I partiti europei hanno i loro candidati. Ipotizzare chi presiederà la Commissione prima ancora dei risultati elettorali è dannoso”, prosegue il capogruppo.

Non è l’unico a ritenere che Mario Draghi sia uscito (quasi) allo scoperto troppo presto, offrendo così tempo e modo per azzopparlo ai moltissimi che in Europa di una sua presidenza non vogliono saperne.

I problemi sono parecchi sia sul piano delle manovre a breve che su quello dell’impostazione strategica. Il Ppe, che sarà di nuovo il partito più forte nel Parlamento europeo non ha alcuna intenzione, almeno per ora, di sacrificare quel posto.

Se, come è probabile, Ursula von der Leyen dovesse mancare la rielezione potrebbe puntare sulla maltese Roberta Metsola, il cui handicap è guidare uno dei Paesi più piccoli dell’Unione, o su Antonio Tajani.

Se dovesse essere indicato quest’ultimo Draghi perderebbe anche la possibilità di essere nominato presidente del Consiglio europeo: non è neppure contemplata la possibilità di affidare le posizioni europee più importanti a due italiani.

In prima battuta Meloni non abbandonerà l’alleata von der Leyen. Se la presidente mancherà la rielezione dovrà decidere se provare a spingere Tajani, tagliando così la strada a Draghi due volte ma anche sacrificando il commissario targato FdI a cui mira, probabilmente Raffaele Fitto, oppure appoggiare Draghi.

I rapporti tra i due erano ottimi, nonostante FdI fosse all’opposizione, ai tempi del governo di SuperMario, e sono rimasti tali. I due hanno continuato a sentirsi al telefono periodicamente, la stima dell’ex premier per la donna che lo ha sostituito è nota e ricambiata.

Ma la rottura con la Lega, sempre che la Lega rimanga quella di Salvini, sarebbe profonda e buona parte del gruppo europeo dei Conservatori non la seguirebbe. È dunque indicativo che il ministro Urso, pur affermando di “ritrovarsi nelle parole di Draghi che sono le stesse di Meloni”, glissi poi sulla eventuale candidatura: “Preferisco esprimermi sui contenuti”.

La posizione italiana avrà un peso notevole, anche se determinante sarà soprattutto la scelta del Ppe: se a indicare Draghi, rinunciando alla presidenza, fosse proprio il Ppe le cose per l’ex premier italiano diventerebbero molto più facili e in in effetti a questo ambizioso risultato mirano quanti a Bruxelles e Strasburgo stanno cercando di tessere la tela per l’ex presidente della Bce.

Macron, pur non potendo ancora dirlo apertamente, è il più convinto sostenitore della carta Draghi. I liberali usciranno prevedibilmente indeboliti dalle urne del 9 giugno ma la Francia resta uno dei due Paesi guida dell’Unione.

L’asso nella manica sarebbe il supporto del polacco Tusk, che non solo è popolare ma guida uno dei Paesi strategicamente più importanti oggi nell’Unione e nella famiglia del Ppe. I socialisti appoggeranno Draghi.

La segretaria del Pd non si è esposta e non la ha fatto nessuno del suo gruppo dirigente. Ha provveduto, dopo Fassino a botta calda, il commissario uscente Gentiloni, e senza perifrasi: “Draghi ha ragione. Il cambiamento radicale che chiede è necessario”.

Sui centristi, poi, non è mai esistito il benché minimo dubbio, che si parli della linea Calenda o di quella Renzi, senza contare il tifo scatenato di Emma Bonino che ha già indicato Draghi come miglior nuovo presidente del Consiglio europeo e in effetti, con gli interessi dei vari partiti e soprattutto del Ppe in ballo, quella postazione appare per Draghi forse più abbordabile della Commissione.

Ma questi sono ragionamenti che prescindono dal merito e il vero nodo principale è quello. Ieri Enrico Letta ha anticipato i contenuti del suo report sul mercato comune, parallelo a quello di Draghi sulla competitività, che sarà discusso oggi. Le due analisi sono convergenti.

Non possiamo più permetterci di aspettare. Siamo a un bivio per la nostra economia”, dice l’ex segretario del Pd. “Anche noi europei siamo capaci di mettere insieme una cassetta di strumenti in grado di reagire alle sfide e finanziare la transizione verde e digitale”, prosegue. Ma per farlo bisogna muoversi in modo integrato: “L’integrazione dei mercati interni, con l’unificazione dei mercati finanziari, può essere il game changer”.

Il nodo è nella resistenza strategica che a una visione come quella proposta da Draghi e Letta, di fatto una vera e propria rifondazione delle logiche dell’Unione, oppongono i frugali e che si somma a quella dei capi di governo a piazzare nei posti chiave figure tanto forti da poter incarnare una vera leadership europea. L’ostacolo che Draghi deve superare, molto meno sormontabile degli eterni giochi tattici di corto respiro, è questo. Ma non è uno scoglio. È una montagna.

18 Aprile 2024

Condividi l'articolo