La storia

La storia di Fiore, detenuto modello in cella fino alla fine: “La morte in carcere è un problema solo dei familiari”

A Fiore mancavano solo 18 mesi alla totale espiazione della pena di trent’anni. Aveva avuto un percorso carcerario esemplare fatto anche di lavoro e di buona condotta: un detenuto modello insomma che per legge aveva diritto a qualche misura alternativa che il signor magistrato non gli concesse

Giustizia - di Raffaele Stolder - 7 Aprile 2024

CONDIVIDI

La storia di Fiore, detenuto modello in cella fino alla fine: “La morte in carcere è un problema solo dei familiari”

Sono un detenuto napoletano e scrivo anche come “giornalista diversamente libero” di Cronisti in Opera, il periodico che viene realizzato nella Casa di Reclusione di Opera. Partecipo mensilmente ai laboratori di Nessuno tocchi Caino.

Nell’ultimo del mese scorso è intervenuto anche il mio ex compagno di cella Alfredo Petrosino, anch’egli napoletano e come me cresciuto senza un padre. Era stato condannato a trent’anni quando Alfredo era poco più che un bambino.

Da allora non è riuscito più a vederlo. È stato come un rincorressi, cercarsi, desiderarsi. Più volte era stato richiesto il ricongiungimento familiare in carcere quando anche Alfredo nel frattempo più volte vi era finito … Si sa, “senza guida sovente si sbanda”.

Il ricongiungimento tra parenti detenuti è consentito dalla legge, ma evidentemente non si doveva dare. Il trasferimento del papà di Alfredo c’è poi stato, ma dal carcere all’obitorio. Il 20 febbraio scorso Fiore Petrosino moriva infatti a soli 65 anni in una cella di Rebibbia “per cause ancora da accertare”, per cui è stato depositato in una cella frigorifera dell’ospedale La Sapienza di Roma in attesa di stabilire le cause del decesso.

A Fiore mancavano solo 18 mesi alla totale espiazione della pena di trent’anni. Qualche anno fa il magistrato di sorveglianza di Roma gli aveva concesso un differimento pena per motivi di salute, ovviamente, dopo le previste perizie mediche che ne stabilivano l’urgenza.

In un ospedale romano gli fu diagnosticato un male e venne sottoposto a un delicato intervento chirurgico con 50 punti interni e 50 esterni all’addome. Inspiegabilmente, lo stesso magistrato decise che Fiore avrebbe potuto continuare le cure presso l’infermeria del carcere di Rebibbia dove quelle ottimistiche possibilità terapeutiche sono naufragate con la sua morte prematura.

Fiore Petrosino aveva avuto un percorso carcerario esemplare fatto anche di lavoro e di buona condotta: un detenuto modello insomma che per legge aveva diritto a qualche misura alternativa che il signor magistrato non gli concesse; anzi, arrivò addirittura a revocare la sospensione della pena per gravi motivi di salute.

Come ben detto a Radio Radicale da Gian Domenico Caiazza “se le carceri rappresentano l’unità di misura del livello di civiltà di uno Stato, le nostre ci restituiscono una fotografia impietosa”. Come impietosa è stata anche la decisione del magistrato di rimandare in carcere il povero Fiore.

Come si dice in questi casi, si spera che la giustizia trionfi, almeno per una pace postuma di Fiore Petrosino e dei suoi congiunti e anche dei morti che continuano a cadere nelle italiche galere, vuoi perché si suicidano, vuoi perché muoiono di malattie non diagnosticate in tempo per esser poi curate adeguatamente, vuoi perché i soccorsi non arrivano per il ritardo burocratico del carcere.

Perché, solitamente, dal malore si deve attendere di rintracciare il dottore di turno magari già impegnato in altri soccorsi, dottore che a sua volta deve rintracciare un’infermiera sempre se libera e che giunta alla cella provveda a prendere i parametri vitali e a sua volta trasmetterli via cavo al dottore che decide sul da farsi.

Se la situazione si presenta complessa bisogna chiamare un’ambulanza per il ricovero in ospedale e poi applicare burocraticamente le norme di sicurezza. Calcolato tutto questo tempo, è impossibile curare un detenuto da un male letale in cui anche un minuto può salvare una vita.

Scrivo alla luce di esperienze vissute in tanti anni di detenzione e per aver perso anche prematuramente miei cari che erano in custodia cautelare a cura dello Stato. L’ultimo, mio fratello Ciro di 54 anni, è morto l’11 marzo 2021 nella Casa di Reclusione di Parma.

Una storia, la sua, simile a quella di Fiore. Aveva già espiato 17 anni sui 18 dovuti allo Stato. Come Fiore era severamente ammalato da tempo e invalido al 100%. Ma il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia e il tribunale di sorveglianza di Bologna non vollero scarcerarlo. Come Fiore, mio fratello Ciro è finito nel frigorifero dell’ospedale, come lui è stato poi cremato e messo in un barattolo. Ecco, è come se mio fratello fosse morto di nuovo.

Per questo ho scritto di questa ennesima tragedia. Perché si comprenda bene chi siamo, il grado di civiltà del nostro Paese. Come si pubblicano gli elenchi dei morti suicidi, perché non si aggiornano anche gli elenchi dei morti in carcere per cause naturali o presunte tali?

Noi detenuti dovremmo avere uguali diritti; anzi, visto che siamo sotto custodia dello Stato, la cura dovrebbe essere maggiore come leggi vigenti e carte costituzionali prevedono. La morte in carcere di una persona è un problema solo dei suoi cari. In un Paese normale dovrebbe essere invece un problema di tutti.

7 Aprile 2024

Condividi l'articolo