Le vittime del massacro

Chi sono le 31mila vittime di Gaza: volti, storie e sogni spezzati raccontati da Gideon Levy su Haaretz

“I ritratti dei nostri morti e dei nostri ostaggi ci accompagnano sui media e sui social, le loro storie vengono raccontate ininterrottamente”, scrive Levy su Haaretz. “Ma bisogna guardare anche all’altro lato, quello che ci rifiutiamo di riconoscere e rispettare”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli - 26 Marzo 2024

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Chi sono le 31mila vittime di Gaza: volti, storie e sogni spezzati raccontati da Gideon Levy su Haaretz

Sono donne, uomini, bambini. Ognuno con la sua storia, i sogni, le speranze, le paure. Sono i morti di Gaza. Ai quali Gideon Levy da grande giornalista qual è porge un “fiore” alla loro memoria. Il “fiore” di uno scritto struggente.

“Una bella donna – scrive Levy su Haaretz descrivendo una foto – si fa fotografare con altri membri della sua famiglia. Appoggia la testa sulla mano e guarda dolcemente la macchina fotografi ca, con un sorriso sul viso, consapevole della sua bellezza.

La donna alla sua destra, forse sua sorella, fa il segno della V di vittoria con le dita e il sorriso della terza donna, forse la madre, è trattenuto. La foto è stata scattata durante una sorta di cerimonia di laurea. Si tratta dell’ultima cerimonia di laurea. La donna nella parte anteriore della foto è Jannat Iyad Abu Zbeada.

Sognava di insegnare all’Università di Gaza. All’inizio di questo mese il suo volto è apparso sulla prima pagina del New York Times. Aveva 21 anni. In una iniziativa alla quale è impossibile rimanere indifferenti, il giornale ha presentato alcuni dei volti dietro i numeri, alcune delle storie dietro i morti, alcune delle persone dietro i terroristi. Trentunomila morti della guerra nelle statistiche sono diventati 23 storie umane.

“Servivano cappuccini, riparavano automobili e recitavano sul palco. Hanno cresciuto bambini e si sono presi cura di genitori anziani. Hanno curato ferite, preparato pizze e messo troppo zucchero nel tè”.

A Gaza puoi anche sfuggire alle bombe di Israele, ma questo non significa che tu sia vivo Mentre i ritratti dei nostri ostaggi e dei nostri morti ci accompagnano sui media, sui social media, per le strade, mentre le loro storie vengono raccontate ininterrottamente, è necessario dare un’occhiata anche all’altro lato, ancora più oscuro, della realtà, quello che ci rifiutiamo di rispettare, riconoscere, sentire o osservare.

Heba Jourany era una fisioterapista che sognava di visitare l’Irlanda. Youssef Salama era stato ministro degli Affari religiosi dell’Autorità Palestinese. Jeries Sayegh apparteneva alla minoranza greco-ortodossa; decenni fa aveva lavorato come contabile in una banca in Israele. Secondo il Times, è morto a causa di una crisi di salute non diagnosticata dopo che i combattimenti gli hanno impedito di raggiungere un ospedale.

Farajallah Tarazi era anche un membro della minoranza greco-ortodossa e aveva “studiato ingegneria aeronautica in Egitto e lavorato per compagnie aeree in Libia e Uganda prima di tornare a Gaza e gestire un programma di aiuti per le Nazioni Unite”. Viveva vicino al mare e nuotava spesso quando il tempo era caldo. Durante la guerra si è rifugiato con altri cristiani in una chiesa ed è morto dopo che gli scontri gli hanno impedito di raggiungere un ospedale a causa della rottura della cistifellea.”

Sayel Al-Hinnawi, 22 anni, era uno studente di legge che aveva dato vita a una campagna con lo slogan “Vogliamo vivere”, rivolta contro il regime di Hamas a Gaza. Osama Al-Haddad allevava piccioni e capre.

Belal Abu Samaan era un insegnante di ginnastica presso l’American International School di Gaza. Faida Al-Krunz aveva 15 nipoti e stava per lasciare Gaza per la prima volta nella sua vita per recarsi in Turchia. Aveva già preparato la valigia e vi aveva infi lato olio d’oliva e za’atar.

Mahmoud Elian era il padre di Lubna. Aveva comprato un violino alla fi glia quattordicenne. Lei studiava al conservatorio e sognava di diventare una violinista. Il dottor Abdallah Shehada era un chirurgo e aveva diretto l’ospedale Abu Yousef Al-Najjar di Rafah fi no al suo pensionamento.

Ahmed Abu Shaeera, 39 anni, era un meccanico di un’offi cina. Aveva lasciato Gaza solo una volta, per la Coppa del Mondo in Qatar. Salah Abo Harbed è stato fotografato in un’incredibile acrobazia di parkour sulla spiaggia di Gaza e ha insegnato arti circensi ai bambini del Free Gaza Circus Center. Hedaya Hamad era un’infermiera di salute mentale.

Yousef Abu Moussa era un bambino di 7 anni con una zazzera di riccioli, sua madre lo chiamava “medaglione” e il padre sognava che diventasse un medico come lui. Farah Alkhatib aveva 12 anni; sua sorella gemella Marah sopravvisse al bombardamento. La sua sorellina, nata durante la guerra, è stata chiamata con il suo nome. Youmna Shaqalih aveva quattro mesi. Sua madre fu uccisa in un altro bombardamento.

Nada Abdulhadi aveva 10 anni quando morì. Sua sorella Leen, di 8 anni, fu trovata morta, intrappolata tra le rovine, quattro giorni dopo. Siwar e Selena al-Raiss avevano rispettivamente 3 anni e 21 mesi. La sorella maggiore amava i cioccolatini Kinder, mentre la più piccola amava giocare con una Jeep giocattolo con l’immagine di un’anatra. Nella foto si vedono le bambine giocare con quelli che sembrano essere blocchi Duplo”.

Grazie a Levy, li abbiamo conosciuti. Da morti, purtroppo. Per non dimenticare. Post-Scriptum Asmaa Alghoul e Sélim Nassib hanno scritto un libro bellissimo, tragicamente profetico, dal titolo La ribelle di Gaza (edizioni e/o). La ribelle è Asmaa Alghoul.

Una storia, la sua, che dice molto della doppia tragedia dei gazawi: schiacciati da Israele, oppressi da Hamas. Vorrei riportarne un passaggio: “Una cosa che non ho mai capito è come gli israeliani abbiano potuto approvare un governo che uccide esseri umani a sangue freddo, come abbiano potuto giustifi carne l’operato. Sembra che siano diventati tutti ciechi, come se il bombardamento di Gaza e dei suoi abitanti semplicemente non ci fosse mai stato.

Eppure, alcuni hanno alzato la voce ed esercitato una grande influenza, per esempio Gideon Levy, giornalista del quotidiano Haaretz, un tipo formidabile. Nessun arabo ha scritto come lui! Alcuni fanatici palestinesi hanno chiesto di farlo tacere, convinti che fosse un ipocrita, solo perché non sono riusciti a credere che un israeliano potesse dire cose simili! Ho seguito giorno per giorno le cose che ha scritto e credo che purtroppo la sua voce non sia stata né abbastanza forte né abbastanza ascoltata.

Ha ricevuto talmente tante minacce che è stato costretto a prendersi una guardia del corpo! Vista la sua situazione, sarei felice se venisse a vivere a Gaza! Ho sempre rifiutato di farmi intervistare da Radio Israele o da altri media israeliani, non riuscivo a parlarci, non ce la facevo e basta, ma se fosse stato Gideon Levy a chiedermi un’intervista non avrei certo detto di no”.

26 Marzo 2024

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