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Perugia tra veleni, abusi e soffiate: gli impressionanti anni della Procura umbra da Palamara in poi

Il rapporto tra pm e giornali ha prodotto un giro enorme di informazioni riservate: innumerevoli le fughe di notizie, a partire dal chat di Palamara...

Giustizia - di Paolo Comi

16 Marzo 2024 alle 20:01

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Perugia tra veleni, abusi e soffiate: gli impressionanti anni della Procura umbra da Palamara in poi

Quanto sta accadendo alla Procura di Perugia non ha molti precedenti nella già disastrata storia giudiziaria del Paese.

A memoria, infatti, è difficile trovare in un ufficio giudiziario di piccole dimensioni, come è quello del capoluogo umbro, una tale concentrazione di conflitti d’interesse, violazioni del segreto istruttorio e abusi assortiti.

Il primo punto è il patologico rapporto che esiste fra i pm e giornali che ha generato in questi anni un impressionante giro di informazioni riservate.

Si è perso il conto delle fughe di notizie verso gli organi di informazione, in particolare in alcuni momenti nevralgici, vedasi la nomina del procuratore di Roma dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone a maggio del 2019.

La pubblicazione delle intercettazioni che erano in corso in quel periodo tramite il trojan inserito nel cellulare dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, nella esclusiva disponibilità degli inquirenti, ebbero l’effetto di far saltare la nomina, già votata dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Csm, di Marcello Viola.

Che l’autore sia stato un pubblico ufficiale non è una supposizione dell’Unità ma una certezza avendolo scritto un giudice in un provvedimento giudiziario.

Palamara, all’epoca indagato per corruzione e danneggiato da quella fuga di notizie, presentò una denuncia alla Procura di Firenze, competente sulle condotte dei magistrati umbri.

La Procura fiorentina, però, decise di archiviare l’inchiesta pur a fronte della ‘reprimenda’ del giudice. “Sussiste senza dubbio” il reato di rivelazione del segreto, gli autori furono dei “pubblici ufficiali” e la Procura deve compiere gli “opportuni approfondimenti investigativi” per individuare “i responsabili della indebita propalazione”, scrisse al pm fiorentino Luca Turco la gip Sara Farini.

Ma ancora più clamorosa è la vicenda delle chat estratte dal telefono cellulare del cancelliere della Procura di Perugia Raffaele Guadagno. Indagato per rivelazione del segreto, reato per cui ha patteggiato un anno di prigione, le chat di Guadagno aprono scenari ancor più inquietanti e fotografano manovre di magistrati contro altri magistrati e strategie attuate con l’essenziale contributo dei soliti giornalisti ben inseriti nel circuito informativo dell’ufficio umbro.

Senza risposta è poi rimasto il motivo per il quale il senatore del Pd Sandro Ruotolo volesse all’epoca dei fatti acquisire da Guadagno le chat di Palamara.

Le conversazioni intrattenute da Palamara con decine di magistrati furono riversate, pur essendo coperte dal segreto, nelle redazioni dei giornali, Corriere, Repubblica e Messaggero in testa.

Quanto accaduto nella tarda primavera del 2019 potrebbe allora essere utile a comprendere se l’assetto di potere che ne ha evidentemente tratto vantaggio sia lo stesso che ha manovrato nell’ultimo periodo l’ex maresciallo della Direzione nazionale antimafia Pasquale Striano, il quale attraverso decine di migliaia di accessi alle banche dati è riuscito a scaricare circa 35mila documenti che non si sa che fine abbiano fatto.

Il punto comune tra le due vicende è che c’è sempre di mezzo la guardia di finanza: Striano è un finanziere e finanzieri erano coloro che indagavano Palamara.

Nel 2019 la fuga di notizie fece saltare l’allora maggioranza di destra al Csm, spalancando le porte ad una alleanza fra la sinistra giudiziaria ed i davighiani, e poi impedì la discontinuità presso la Procura di Roma post Pignatone.

L’indagine su Palamara, a distanza di anni, appare dunque circondata da interrogativi a cui nessuno ha dato ancora risposta. Dalla perizia eseguita da un consulente tecnico del giudice Cosimo Ferri, all’epoca dei fatti deputato di Italia Viva e coinvolto (non indagato) nel Palamaragate, è emerso che le operazioni di intercettazione sarebbero state eseguite utilizzando un server installato presso la Procura di Napoli e che parte delle conversazioni intercettate non sarebbero state trascritte e non sarebbero più reperibili benché risultate come effettuate e registrate.

Napoli e Firenze sono impegnati a scoprire cosa è successo ma, come detto, ad oggi nulla è dato sapere di queste indagini. La presenza di un server clandestino a Napoli, peraltro, risalirebbe a quando la Procura era diretta da Giovanni Pio Melillo, attuale procuratore nazionale antimafia, l’ufficio dove Striano, come detto, effettuava accessi abusivi.

Tornando invece a Perugia, merita di essere segnalata la chat fra il pm umbro Paolo Abbritti e Palamara. Abbritti, già fedelissimo dell’ex zar delle nomine, si interessava su chi sarebbe diventato il prossimo presidente della sezione penale di Perugia, cioè di colui che doveva poi decidere dei suoi processi, indicando il nome della giudice Maria Giangamboni che sarà puntualmente nominata.

Non resta dunque che sperare nell’iniziativa ispettiva, annunciata questa settimana, dal procuratore generale di Perugia Sergio Sottani. Il pg ha fatto sapere che vuole capire cosa stia accadendo nella Procura diretta da Raffaele Cantone. Nordio, da parte sua, poteva mandare degli ispettori ma non ha ritenuto di farlo.

16 Marzo 2024

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