La lezione a Calenda

Leggere “Il Principe” di Niccolò Machiavelli per battere le destre

Per vincere contro una destra che ha fatto regredire il paese di almeno 30 anni, bisogna per forza pensare alle alleanze possibili. Il messaggio è soprattutto per Calenda...

Editoriali - di Filippo La Porta - 9 Marzo 2024

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Leggere “Il Principe” di Niccolò Machiavelli per battere le destre

Se si allarga il campo si sconfigge la destra. Punto. È un teorema inoppugnabile, non troppo distante dalla “verità effettuale” cara a Machiavelli.

Va bene, nonostante la rimonta nei sondaggi di Luciano D’Amico, ex rettore di Teramo e candidato progressista, l’effetto domino dopo l’insperato successo sardo è tutt’altro che scontato. Pericoloso farsi illusioni e concludere affrettatamente che il vento è cambiato.

Ma adesso la sinistra – moderna, vetero, riformista, radicale, moderata – ha un solo dovere verso i suoi elettori: restare unita. Lo ha detto saggiamente Bersani, stavolta più sobrio e sorprendentemente a corto di metafore (!), da Lilli Gruber: “Se ci si concentra sui punti comuni tutto il resto si aggiusta, in fondo la destra riunisce putiniani e filo-Nato…”.

Ma spero di non apparire troppo paternalista se invito i leader della sinistra, e in particolare il pragmatico Calenda, a leggersi (o rileggersi) Machiavelli. Intendiamoci: l’inventore della politica come scienza è sia attuale che inattuale.

Il Principe non può essere separato dal proprio tempo, nel quale erano normali il duello e l’assassinio politico (si invita il principe a “toglier di mezzo” i suoi nemici se non può indebolirli), né ha molto da dirci sulla democrazia: non vi troverete diritti civili, divisione dei poteri, opinione pubblica….

Né potrebbe essere ridotto a trattatello politico per tiranni, come pensava Bertrand Russell (in Inghilterra Old Nic era un nome del diavolo!”) o, sul versante opposto (ma egualmente fallace), a una segreta satira della tirannia (Foscolo).

Piuttosto, Machiavelli, oltre ad essere uno scrittore immenso, era un pensatore tragico, antidialettico, anticristiano, lucido ma per certi versi enigmatico – una “sfinge” per Raymond Aron, “partigiano della libertà” volle definirlo Spinoza – , scettico su qualsiasi “cammino della Storia”, convinto che le contraddizioni del vivere civile non abbiano vera soluzione, consapevole della estrema precarietà delle cose umane.

Ben consapevole del conflitto tra politica e “valori”, quando raccomanda l’uso – limitato – della crudeltà (che non dovrebbe mai essere “efferata”).

Ci appare sempre timoroso, dubbioso: ragiona più in termini di rimedi provvisori e correttivi parziali che in termini di ricette sicure o utopie da realizzare. La politica è per lui una “antropologia del rimedio”, come sintetizzò Giulio Ferroni.

Ma certo Machiavelli preferisce la libertà alla tirannia, il consenso alla mera forza, un regime legale a un regime di arbitrio. Ora, il Principe è però anche un ricettario “strategico”, un manuale pieno di suggerimenti e istruzioni – ispirato da una conoscenza psicologica raffinatissima – che può essere utile a un politico di qualsiasi epoca. Ma a quale politico?

Qui torniamo alla sfida elettorale in Abruzzo. Per Machiavelli la politica non è tanto rispecchiamento, testimonianza, orgogliosa identità, quanto avere successo, dunque capacità di incidere sulle cose, tentativo di limitare il caso (la “fortuna”) nella vicenda umana.

Se la sinistra intende vincere contro una destra che non sarà tecnicamente “fascista” ma che ha fatto regredire il nostro paese almeno di trent’anni – nel linguaggio, nell’immaginario, nelle categorie che usa – allora dovrà obbligatoriamente pensare alle alleanze possibili.

A questo tema è dedicato il capitolo XXI del Principe, al quale si raccomanda di non restare mai neutrale: “quando el principe si scuopre gagliardamente in favore d’una parte, se colui che tu aderisci vince, ancora che sia potente e che tu rimanga a sua discrezione, elli ha teco d’obligo, e vi è contratto l’amore…ma se quello con il quale tu ti aderisci perde, tu se’ricevuto da lui; e mentre che può ti aiuta, e diventi compagno d’una fortuna che può risurgere”.

È vero, qualche riga più sotto leggiamo un monito che potrebbe inquietare Calenda:uno principe debbe avvertire di non fare mai compagnia con uno più potente di sé per offendere altri”, ma poi si aggiunge “se non quando la necessità lo stringe”.

Sempre al tema cruciale delle alleanze, e anzi della necessità di formare delle leghe, sono dedicati anche alcuni capitoli dei fondamentali Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, dove l’autore dichiara esplicitamente la propria preferenza verso la repubblica piuttosto che per il principato, per la ragione che in essa il conflitto – motore di qualsiasi progresso – può essere meglio regolato.

E comunque il miglior principato è quello “civile”, fondato sul popolo, sui molti, non sui “grandi”, sulla nobiltà, e perciò più solido e stabile.
Cediamogli la parola su come ampliare il proprio schieramento: “le republiche hanno tre modi circa lo ampliare. L’uno è stato quello che osservarono i Toscani antichi, di essere una lega di più republiche insieme, dove non vi sia alcuna che avanzi l’altra né di autorità né di grado” (Libro II, IV).

I Toscani strinsero una lega con dodici città, rispettando una fondamentale “equalità”. Ogni volta però Machiavelli ci mostra una ampia fenomenologia delle alleanze, valutando costi e benefici: Roma infatti tendeva a farsi dei compagni “non tanto però che non ti rimanga il grado del comandare, la sedia dello imperio”.

Come uscirne? Machiavelli “pensa per contrari”: per lui la politica non sta dalla parte del centro, ma della estremità. Ve l’ho detto che è un pensatore tragico.

Si potrebbero fare molte altre citazioni ma qui importante è lo spirito che anima l’intera riflessione di Machiavelli: vedere la realtà com’è, non come dovrebbe essere.

Come ho prima ricordato, il suo estremo realismo intende seguire soltanto “la verità effettuale della cosa” (capitolo V del Principe): certo, il bene per trionfare deve a volte passare per il male, però il bene rimane bene e il male male.

In lui non troveremo mai la trasvalutazione nietzscheana dei valori. Il principe può ricorrere alla forza, e non alle leggi, se serve, ma deve sapere che si tratta del modo proprio delle “bestie” (capitolo XVIII). Piuttosto, dovrebbe sempre perseguire il consenso, anche solo per ragioni di convenienza.

E soprattutto: il suo adorato Cesare Borgia cadde in rovina in quanto peccò nel “non felice calcolo delle forze e possibilità”, quando fraintese – potremmo aggiungere – il concetto di campo largo. È troppo chiedere alla nostra sinistra invece un calcolo “felice”?

9 Marzo 2024

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