La polemica sul testo

Dove imparare il napoletano a Napoli: le lezioni de “I Lazzari” e il caso Geolier a Sanremo con “I p’me, tu p’te”

Prima ancora che suonasse al Festival, è esploso un caso sulla canzone del rapper di Secondigliano. Nel centro storico di Napoli un'associazione da quasi dieci anni organizza corsi di napoletano: "Per proteggere un patrimonio, l'ortografia potrebbe sparire nel giro di una o due generazioni"

Cultura - di Antonio Lamorte - 10 Febbraio 2024 alle 09:36

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COLLAGE DI FOTO DA LAZZARI + LAPRESSE
COLLAGE DI FOTO DA LAZZARI + LAPRESSE

A voler essere pignoli: entrare nei locali, nelle pizzerie, nelle trattorie e nei negozi di souvenir. A uno a uno. E prenderli di petto, dalla collottola e dirglielo in faccia: “né, ma che sfacc*mm hai scritto?”. E poi prendere una scala e svitare l’insegna, più o meno come faceva il protagonista del film di Checco Zalone Quo Vado con un ristorante italiano in Danimarca. L’accusa: lesa napoletanità. Si scherza, anzi: si pazzéa. E ci perdonerà Davide Brandi se non l’abbiamo scritto correttamente: è lui che ha riscritto il testo della canzone che Geolier ha portato al Festival di Sanremo, sempre a lui e alla sua associazione “I Lazzari” hanno rimandato da un gruppo di sedicenti neoborbonici invitando il rapper, la sua casa discografica e gli altri autori del testo a seguire un corso di lingua napoletana.

La canzone I p’me, tu p’ te è diventata un caso ancor prima che suonasse la prima volta sul palco dell’Ariston: appena è stato diffuso il testo su Tv Sorrisi e Canzoni è esplosa la polemica. Lo scrittore Maurizio De Giovanni: “Strazio”. L’attore Gianfranco Gallo: “Dialetto congolese”. Lo scrittore Angelo Forgione: “Balordo”. E nientedimeno: “Salvatore Di Giacomo sanguinante in croce”. Emanuele Palumbo in arte Geolier ha 23 anni, 53 dischi di platino e 23 dischi d’oro, il suo secondo e ultimo album Il coraggio dei bambini è stato l’album più venduto nel 2023 in Italia. A Il Mattino: “Sembra mi capiscano, non solo a Secondigliano, non solo a Napoli, non solo in Campania”. E invece no: non va bene per i difensori, i paladini di Napoli e della napoletanità e del napoletano – ma lo sapranno scrivere almeno loro il napoletano?

Dove imparare il napoletano

È a Palazzo Venezia, un elegante palazzo storico nel cuore del Centro Storico di Napoli dove si presentano libri e si tengono mostre e ci si può sedere in un delizioso giardino a gustare un aperitivo, che si tengono i corsi dell’associazione “I Lazzari”. Davide Brandi non è indignato e neanche offeso da Geolier, non si sente ferito: non vede nemmeno nessun nume tutelare della napoletanità crocifisso. Ha fondato l’associazione di “studio, tutela e divulgazione della cultura napoletana” intorno al 2015. Si chiamava “Lazzari e Briganti”– era già cominciato il boom turistico della città, era diventata virale la serie tv Gomorra: la parte iniziale di quella Napoli coolness tutt’ora viva e vegeta. E con legittimità si poteva pronosticare un neoborbonico infuriato, un sudista ’ncazzate nire. E invece.

Brandi è un funzionario amministrativo. Non è un filologo né un linguista. “All’inizio ho cercato persone, insegnanti, ma è difficilissimo. Gli accademici non vogliono uscire dall’Università, è difficile trovare qualcuno che sappia scrivere veramente bene o qualcuno che voglia stare impegnato cinque giorni alla settimana o quasi”. A febbraio corsi in presenza non ce ne sono, continuano da remoto. Sono organizzati seguendo quei parametri dettati dal Quadro Comune Europeo di riferimento per le lingue che contempla l’ascolto, la lettura, l’interazione orale e la produzione scritta. Livelli da A1 a C2.

Brandi racconta di aver costruito lui stesso i corsi: un lavoro di notti a studiare e a preparare slide, qualcosa pubblicata con la sua casa editrice MEA. Le sue fonti: i testi degli accademici Nicola De Blasi e Francesco Montuori. I dizionari di Carlo Iandolo. “E qualsiasi cosa mi sia capitato di leggere dentro o al di fuori del mio studio sulla cultura napoletana. Letteratura, musica, cultura pop”. Ogni lezione un approfondimento storico. Costo: cinque euro a lezione, durata di un’ora e mezza circa ognuna. L’organizzazione tiene seminari, spettacoli, quizzettoni e giochi sembre a tema napoletano.

Debunking Sputtanapoli

Alle prima lezioni i fuochi d’artificio, i colpi di scena: non è vero che il napoletano è riconosciuto dall’UNESCO, non è vero che è la seconda lingua d’Italia. “Siamo onesti, non ci facciamo prendere in giro. Nessuna lingua al mondo è patrimonio UNESCO. E poi chiedo sempre ai napoletani di non offendersi se qualcuno parla di dialetto e non di lingua: sono la stessa cosa, se non da un punto di vista giuridico. ‘Dialetto’ non è un’offesa, è un equivoco che nasce dalla concezione secondo cui il napoletano sia derivato o in qualche modo inferiore all’italiano. Una concezione sbagliata”.

Brandi non fa il paladino, non invoca lo Sputtanapoli ogni due per tre, non invoca lo sportello “Difendi la città”. E certo che vede le insegne dei negozi e dei ristoranti scritti in maniera “spaventosa” e perfino tatuaggi scritti male. “Perciò dico: se dovete farlo, almeno fatelo bene”. All’inizio dei corsi parla in italiano. Chi si iscrive sono stranieri che vivono a Napoli, ragazzi in Erasmus, napoletani che vogliono imparare a scriverlo, aspiranti poeti e sceneggiatori. Alcuni corsi in passato agli Istituti Cervantes e all’Institut Grenoble. “A scuola? Perché no, almeno le basi: capire cos’è un’aferesi, cos’è un’apocope”.

Secondo gli ultimi dati Invalsi soltanto il 39,1% degli studenti campani comprende un testo in italiano “dal contenuto concreto e familiare ma senza riuscire in nessuna astrazione” al livello 1, quello minimo. Soltanto il 3% arriva al livello 5, quello più alto. Ancora peggio per quanto riguarda la matematica: nei licei scientifici il 45,9% dei maturandi campani si ferma al livello 1, ovvero quello relativo a “conoscenze elementari e procedure di base, prevalentemente acquisite nella scuola secondaria di primo grado. Lo studente risolve problemi che coinvolgono contesti abituali e che richiedono procedimenti semplici”. Per non parlare degli oltre duemila bambini segnalati per evasione scolastica nell’anno 2022-2023 a Napoli. L’emergenza è un’altra, il napoletano è vivo e vegeto.

Come funzionano le lezioni

Davide Brandi fa lezioni sul vocabolario: dal verdummaro, per esempio. E altre sulle interazioni, sulle declinazioni dei verbi. Alcuni stranieri gli dicono che poi il napoletano lo usano davvero in città, quando vanno a fare la spesa. Altri allievi hanno vinto il Premio Nazionale di Poesia Salvatore Cerino. I corsi sono stati frequentati per realizzare delle tesi di laurea. Da remoto seguono soprattutto napoletani che vivono all’estero, stranieri che sono stati a Napoli “e che sono rimasti catturati dalla città”, figli e discendenti di emigranti, “persone non napoletane che per qualche ragione vogliono approfondire cultura e lingua”.

Brandi dice che servono un paio di anni per completare tutto il percorso. “Penso sia importante proteggere l’ortografia: per via della tecnologia, soprattutto per le app di messagistica istantanea, scriviamo sempre di più. E questo in teoria sarebbe un bene. Il problema è: come scriviamo? Prevedo che nel giro di una o due generazioni l’ortografia del napoletano sarà estinta”. O semplicemente cambierà: proprio come il napoletano di Pino Daniele non era lo stesso napoletano di Salvatore Di Giacomo.

Un paradosso

Brandi non è sobbalzato quando ha letto il testo di I p’me, tu p’te, non si è indignato. “Chi ha criticato più degli altri magari non lo scrive nemmeno il napoletano. Poteva essere una buona occasione per riportare il testo scritto in maniera corretta, quello sì: per indicare come si fa. È normale che lui poi possa scrivere e utilizzare il testo con il quale si trova meglio per cantare. Ed è chiaro che non ha colpe perché se nessuno insegna come si scrive il napoletano, come la gente può scriverlo in maniera chiara? Però sul disco, sui giornali, si poteva pubblicare un testo più corretto”.

E però, un paradosso grande così: se è una follia accusare il principale portabandiera del napoletano in questi anni – peraltro anche presso i giovani e non solo napoletani – come si fa a correggerlo se non esiste uno standard fissato? “È vero ma ci sono delle regole basiche, esistono delle norme sulle quali tutti i testi di riferimento concordano. E certo la lingua napoletana non ha una sua Accademia della Crusca, ma l’Accademia ha una sua sezione napoletana. La Federico II con il comitato di salvaguardia delle lingue della Campania, promossa dalla legge regionale, sta facendo un lavoro di costruzione dei dizionari, da un punto di vista lessicografico. È a suo modo una codifica. A piccoli passi qualcosa si sta facendo”.

Brandi esprime il desiderio: “Avere Geolier a una lezione, anche se per una volta sola”. E confessa che quando qualcuno porta il napoletano al Festival di Sanremo “per me è meraviglioso”. Più o meno “come quando Chris Martin dei Coldplay ha cantato Napul’è allo Stadio Maradona, è stato meraviglioso. Mi hanno stupito tantissimo. Ricordo anche un concerto degli U2 a Napoli, quando Bono Vox accennò un pezzo di Torna a Surriento”. Geolier intanto può vincere Sanremo: le polemiche sono sfumate, ha vinto nella serata dei duetti e delle cover. Siamo piuttosto certi che Brandi non si indignerà per esserci avventurati in qualche espressione in napoletano in quest’articolo.

10 Febbraio 2024

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