"Maestro di vita e speranza"

Franco Califano: quando la sinistra riabilitò “Il Califfo”, esempio di autentica libertà e resistenza all’omologazione

"Con la sua irregolarità, con la sua impresentabilità mantiene in vita una idea del mondo che non ha più diritto d'esistenza". L'articolo di Fulvio Abbate per il cantante e autore di canzoni, tra i più amati e celebrati della musica italiana

Spettacoli - di Fulvio Abbate

7 Febbraio 2024 alle 16:30

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©VINCENZO CORAGGIO / LAPRSSE
13-04-2004 ROMA
SPETTACOLO
TRASMISSIONE MAURIZIO COSTANZO SHOW
NELLA FOTO  FRANCO CALIFANO
©VINCENZO CORAGGIO / LAPRSSE 13-04-2004 ROMA SPETTACOLO TRASMISSIONE MAURIZIO COSTANZO SHOW NELLA FOTO FRANCO CALIFANO

Ripubblichiamo un articolo di Fulvio Abbate pubblicato su “L’Unità” di mercoledì 5 luglio 2006 dal titolo “Elogio del Califfo”. 

Qualche sera fa, insieme a Franco Califano, mi sono trovato ospite di Pierluigi Diaco a “Canale Italia”. S’intende che il protagonista assoluto della trasmissione era il Califfo. Un po’ perché l’uomo ha scritto un libro, Calisutra, dove insegna al popolo dei maschi come rendere felice la donna a letto, e un po’ perché sulle lunghe distanze è a lui, soltanto a quelli come lui – i Califano di ora e sempre – che viene riconosciuto il ruolo di maestri di vita e di speranza. E ovviamente anche di poesia da mettere in musica. E questo nonostante certa cattiva fama che negli anni gli è stata buttata addosso dai media e dalla stessa implacabile vox populi, cioè del “cantante della mala”, lo stesso personaggio che sulla copertina del leggendario ellepi intitolato Tutto il resto è noia volle piazzare una foto a colori che lo ritraeva insieme a un bambino dal caschetto biondo, faccetta anni Settanta, che era poi il figlio di Francis Turatello, quest’ultimo, sì, un vero personaggio della malavita cento carati.

Nonostante la fama non proprio edificante, e gli oltre due anni di galera che s’è beccato per fatti di droga, alla fine il nostro poeta è riuscito comunque a sfavillare su ogni altro collega per carisma e singolarità. Ottenuto ormai il brevetto ufficiale di poeta ammesso nel mito, e in televisione, per Califano si pone ora il problema del risarcimento morale. Proviamo un po’ a capire di che si tratta, ma anche, già che siamo qui, a rispondere a una domanda che lo stesso Califfo, l’altra sera in televisione si è posto, anzi, ci ha posto ad alta voce: “Perché mai per tanti anni la sinistra non mi ha mai preso in considerazione? Sì, che mi sarebbe piaciuto cantare alle feste de l’Unità!”.

Cominciamo dalla fine. Dalla sinistra e Califano. La risposta parrebbe semplice. Non è accaduto perché uno come lui risultava un corpo estraneo (un “chiodo storto”, direbbero in Sicilia), non dico al gusto melodico di sinistra, quanto alle predilezioni stesse di un certo pubblico più orientato verso la cifra “civile”, incarnata, metti, più da Fabrizio De André. Non bastavano insomma pezzi come Minuetto o un passaggio come “L’urtimo amico va via, domani se va a sposa’, se leva la libbertà …” a metterlo al riparo dall’indifferenza, senza contare l’impressione di avere davanti un impresentabile, esatto, un impresentabile. Non c’è altra parola per definirlo. Cos’è però accaduto nel frattempo?

È accaduto che il Califfo è diventato un esempio di autentica libertà. E non perché sia andato a dare il peggio di sé (o, a seconda dei punti di vista, il meglio) in un reality penoso televisivo come “Music Farm”, semmai grazie al suo talento poetico, per le verità che dice e canta. E qui il discorso si fa implacabile per chi non s’è accorto subito della sua grandezza: in assenza d’altri eroi a tutto tondo è esattamente uno come il Califfo a rendere possibile ancora adesso la memoria di ciò che Pier Paolo Pasolini definiva il “germe della storia antica”.

In che modo? Anche quest’altra cosa è presto detta: con la sua irregolarità, con la sua “impresentabilità”, in questo modo Califano mantiene in vita una idea del mondo che altrove, presso i suoi colleghi omologati allo show biz così come si è ormai definito, non ha più diritto d’esistenza. C’entrano le canzoni, certo, ma influisce anche e soprattutto il modo in cui uno come Califano ha scelto di porsi, ovvero lontano dalle buone maniere del perbenismo (borghese o piccolo-borghese fa lo stesso); lo guardi, lo riguardi e trovi la quasi certezza che presso di lui sopravviva un sentimento pagano, dionisiaco, rionale, condominiale, altrove messo a tacere, cancellato, ritenuto addirittura pericoloso rispetto alla finzione cui si è ormai ridotto il mondo dello spettacolo.

Per queste ragioni, ciò che un tempo sarebbe sembrato orribile oggi è invece un segno di resistenza all’omologazione. Ecco perché il germe di cui parlava Pasolini sopravvive nel talento di un uomo detto il Califfo. Questo articolo, per quel che vale, vuole dunque avere il valore ufficiale di una “riabilitazione”. Vai, Franco, il mondo adesso è tuo!

7 Febbraio 2024

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