Il dibattito sui dem

Se la sinistra si è smarrita non è colpa del Lingotto

L’interessante dibattito aperto da questo giornale ha rilanciato la discussione sul Pd. Ma il futuro non è nell’Arcadia, è nel saper guidare l’innovazione

Editoriali - di Roberto Rampi - 2 Febbraio 2024

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Se la sinistra si è smarrita non è colpa del Lingotto

Nell’interessante dibattito acceso su questo giornale sul presente e sul futuro della sinistra italiana (e soprattutto europea) e del Pd si è tornati, giustamente, ad una riflessione che interessò sia gli anni della cosiddetta terza via, la foto dei leader progressisti a Firenze con D’Alema, Blair, Schroeder, Clinton, Jospin, sia la nascita del Pd al Lingotto e l’incontro tra culture diverse, non solo comunista e cristiano sociale ma ambientalista, socialista, liberale di sinistra.

Si è tornati al tema di una sinistra che si pone come obiettivo la correzione capitalistica o la riduzione del danno, di una sinistra pienamente interclassista, e quindi anche del superamento del modello tradizionale del conflitto e dell’idea ancora molto hegeliana che da tesi e antitesi si sviluppi la sintesi. Si è anche tornati a discutere di quanto essere i difensori del sistema o i paladini della responsabilità sia diventato di fatto uno dei limiti dell’azione di sinistra. Tutto questo è un bene.

È un dibattito utile che in questi anni non ha trovato casa perché le regole del Pd per la scelta dei gruppi dirigenti, la personalizzazione e la semplificazione hanno espulso il confronto politico dal processo decisionale interno e dal confronto partecipativo.

Come creare le condizioni nella società contemporanea di una discussione diffusa, coinvolgente, popolare su scelte alternative dovrebbe essere secondo me una priorità. E dovrebbe essere farlo in una dimensione europea. Con un soggetto politico europeo a cui possano iscriversi e partecipare direttamente i cittadini dei diversi Stati, di un’Europa più grande di quella disegnata dalle sole regole economiche dell’attuale unione (monetaria).

Immaginare la democrazia nel tempo della tecnologia diffusa, nuovi meccanismi di ridistribuzione della ricchezza e del sapere, garantire il diritto alla conoscenza ai cittadini, pensare a un riequilibrio sostenibile in campo ambientale, a uno sviluppo umano per i popoli del mondo, ripensare il diritto internazionale per superare le guerre creando reali strumenti di monopolio legittimo della forza a tutela dei diritti delle persone.

Legittimare le migrazioni e tutelare i migranti nel loro legittimo desiderio di immaginare e creare una vita diversa. Superare il modello degli Stati nazionali. Pensare a un mondo nuovo che usi la tecnologia per il benessere e non solo per il profitto, dove alcuni asset della ricerca, medici e tecnologici, non siano monopolio di chi ha le risorse per beneficiarne.

Progettare futuro e saperlo mostrare in chiave universale, con un racconto più potente di quello retrogrado e protettivo della destra. Tutto questo, più che il rinnovato tema del conflitto, manca oggi alla sinistra italiana ed europea.

Manca al Pd che pure con il Lingotto aveva colto la necessità di una innovazione, di un superamento dei confini tradizionali della sinistra socialista e social democratica e la necessità di una innovazione nelle forme e nei riferimenti culturali.

Il lingotto apriva una possibilità e faceva tesoro del pensiero del tempo, si caricava le vittorie e le sconfitte, salpava in mare aperto. Non è tornando indietro in una immaginaria arcadia socialista o rinnovando forme del conflitto basate su categorie che si sono smontate e fluidificate che troveremo la strada.

È tutt’altro che semplice ma occorre un pensiero di globalizzazione dei diritti e di ripensamento degli equilibri tra lavoro, tecnica, ambiente che permetta prospettiva, prosperità e qualità della vita e correva le distorsioni e i disequilibri. Un progetto mondiale che abbia un cuore europeo ma sappia confrontarsi con quel che accade in oriente, in Africa, nell’America latina.

Che faccia tesoro delle innovazioni sociali e dei modelli emergenti dalla sussidiarietà, dal terzo settore, dall’economia sociale e di comunità per costruire legami e relazioni in un mondo parcellizzato e individualizzato anche da un modello economico che prospera sulla divisione, sull’atomizzazione e sul conflitto. Provare a ragionarci e costruire i luoghi per farlo sarebbe già un primo passo.

2 Febbraio 2024

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