La lotta di classe

Così al Lingotto con Veltroni la sinistra ha sepolto la sua storia

Al Lingotto la sinistra non è rinata, ma ha seppellito la sua storia, abbracciando entusiastica il libero mercato e le chiacchiere a vanvera. Vi stupite che gli ultimi hanno scelto la destra?

Editoriali - di Michele Prospero - 12 Dicembre 2023

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Walter Veltroni
Walter Veltroni

Fa bene Paolo Franchi a indicare il Lingotto come il compimento di un lungo divorzio tra la sinistra e la classe. Il linguaggio del conflitto – va però ricordato – era già stato dimenticato da anni, in una gara insensata tra i post-comunisti a chi fosse più blairiano di Blair.

Veltroni fece però di quella rimozione fatale, e da tanti altri condivisa, la ragion d’essere del nuovo partito. La perdita di memoria si verificava proprio quando la stagione del “nuovo centro” era giunta ovunque al capolinea per il brusco rovesciarsi dei miti trionfanti della globalizzazione in una società dell’incertezza e della precarietà.

Nel 2007, scoppiata la grande crisi del capitalismo globalizzato, mentre negli Stati Uniti cominciavano le prime proteste di piazza, con il mantra del 99% della popolazione che si scagliava contro il restante 1% detentore del potere e della ricchezza, in Italia vedeva la luce il “partito americano” senza più alcuna traccia di rosso.

Tanti degli esponenti più celebri dell’1% nostrano non solo brindavano alla chiusura di ogni organizzazione del movimento operaio, ma facevano la fila nei gazebo con i due euro in tasca e reclamavano la tessera numero uno del nascituro ircocervo.

Sorto come partito ultraleggero di sistema, garante prima d’ogni altra cosa della governabilità e della compatibilità finanziaria, il Pd sbocciava nel momento in cui il sistema veniva contestato, le politiche del rigore di Bruxelles scatenavano dappertutto un’onda di euroscetticismo.

Il “Vaffa day” di Bologna e il “ma anche” del Lingotto comparvero quasi insieme. Sotto il profilo dell’esame del quadro sociale, la microfisica della rivolta, attraverso la sommatoria cinica di ogni serbatoio di rabbia, era più realistica della narrazione veltroniana buonista ed edificante.

Le classi dirigenti che 16 anni fa hanno smobilitato i resti di una organizzazione con storia, ideologie e lotte alle spalle, mosse dall’imperativo di vincere nella competizione maggioritaria, alle urne non hanno mai ottenuto il primo posto, quando invece Grillo ci è riuscito per ben due volte.

Il centrosinistra ha avuto la meglio solo dopo una grande iniziativa sindacale (nel 1994 contro la riforma delle pensioni, nel 2002 in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), con un protagonismo operaio che le forze politiche guardavano allora con sospetto.

L’interruzione di ogni connessione tra partito e sindacato ha prodotto il vuoto. Un ceto politico mediocre ma astuto, dinanzi al disastro, ha scelto di vendere la carta della non iscritta che conquista i galloni, sancendo così che il re era nudo.

Il disperato viaggio della speranza, che un partito moribondo ha deciso di intraprendere in modo un po’ tartufesco incoronando Elly Schlein come regina guaritrice, si è incagliato tra le sabbie mobili mostrando che in politica nulla si rimargina tramite scorciatoie e furberie.

Non si ripianano i costi drammatici del tradimento dei chierici, dopo la separazione dei destini politici del Nazareno dalle aspettative dei lavoratori, semplicemente abbracciando Landini in piazza

. Le radici della repubblica umiliata dai post-fascisti non si recuperano cantando ogni tanto Bella ciao. La guerra per la salvaguardia della sanità pubblica non si combatte con qualche comunicato stampa. Non basta un passaggio in video per ribadire meccanicamente che il Pd odia lo sfruttamento, la precarietà, le diseguaglianze.

Non sono le frasi che mancano (eccezion fatta per il silenzio sulla pace), esse troppo spesso girano a vuoto perché carente è l’azione politica che le invera. Quando evanescente è la capacità di organizzare l’opposizione, per una impressionante debolezza del soggetto politico, le parole scorrono confuse, si ripetono stancamente e restano solo come un vano refolo. Sul pubblico esse si abbattono senza lasciare nulla di resistente al loro fluire, poiché si risolvono in slogan che non scaturiscono da una autentica pratica di lotta.

Dopo la catastrofe del settembre del 2022, i notabili dem hanno preferito preparare dall’interno del palazzo una scalata esterna volta a cambiare tutto per non mutare nulla. Temevano come una calamità la celebrazione di uno straordinario congresso di verità per ripartire con delle idee nuove germogliate da una dura battaglia politica, la quale è sempre propedeutica alla reale inversione di rotta.

Se ascoltare i “classici” spaventa un partito che è ancora senza identità, si può anche ricorrere a un giurista cattolico per ricevere una precisa ricognizione del reale. Nel Manuale di diritto privato di Pietro Rescigno capita di leggere: “l’individuazione su basi classiste rimane il criterio che nella maniera più esatta spiega la rilevanza di situazioni che non sono status, ma nemmeno sono riducibili a situazioni isolate e momentanee nella vita delle persone”.

Le classi esistono, la lotta di classe no, perché dipende dalla politica trasformare una condizione oggettiva di tanti in un soggetto collettivo capace di competere per il potere. Non c’è nulla di sorprendente allora che operai e ceti subalterni votino a destra. Alla sinistra difetta un partito che nell’azione politica, e prima ancora nell’analisi e nella identità, si attivi per incidere sugli assetti di potere che nella società maggiormente determinano la vita delle persone, governandone tempi, capacità e posizione.

Se l’unica strada per dare qualche soldo in più ai salariati è quella di tagliare le aliquote fiscali o di elargire dei bonus, ciò incoraggia la rinuncia delle imprese all’innovazione qualitativa e induce un ulteriore restringimento dei beni pubblici (sanità, scuola, infrastrutture, trasporti, servizi).

È già una scommessa proibitiva misurarsi con le regressioni imposte nello spazio pubblico da delle destre che politicizzano con tinte apertamente razziste le questioni culturali, religiose ed etniche collegate al fenomeno migratorio. Regalare loro anche i lavoratori abbandonati, per la preventiva abdicazione a una lettura in termini di classe della società e dello scontro politico, rende sin troppo facile la marcia dei post-fascisti democratici.

12 Dicembre 2023

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