La proposta

Parlamento Mondiale, un’utopia concreta

Un’utopia? Certo, ma è una di quelle che Ernst Bloch chiamava le utopie concrete. Torniamo a creare orizzonti alla politica, come fu negli anni della rivoluzione intorno al 1968

Editoriali - di Giacomo Marramao - 1 Gennaio 2024

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Parlamento Mondiale, un’utopia concreta

In questo mondo che brucia – un mondo flagellato da una guerra nel cuore dell’Europa, un’altra nel cuore del Medioriente, una terza guerra mondiale scomposta in frammenti, e dalla contrazione del tempo determinata dall’Antropocene che in mezzo secolo ha alterato l’ecosistema planetario come mai era accaduto da cinquanta milioni di anni – l’idea di un Parlamento Mondiale si presenta come una proposta fecondamente visionaria in grado di rompere il muro dell’opacità e la zona grigia dell’indifferenza.

Tacciare di utopia questa proposta sarebbe banale: miserabile riflesso condizionato di quel falso realismo politico che sta conducendo a una soglia critica le condizioni di esistenza della specie umana sul pianeta Terra.

Esiste qualcosa di più realistico della rilevazione che l’ONU, la sola istanza di governo del mondo, è pressoché ridotta all’impotenza essendo bloccata dalla clausola dell’unanimità che vincola un Consiglio di Sicurezza composto di cinque membri che rappresentano insieme non più di un quarto della popolazione del pianeta?

Confesso di non amare molto il termine utopia. Ma, se proprio vogliamo usarlo, dovremmo parlare di qualcosa di prossimo a quella che Ernst Bloch – e, sulla sua scorta, Lelio Basso – definivano “utopia concreta”. Un’utopia immanente alla dinamica storica che oggi, nella drammatica situazione attuale del mondo, non può che assumere il carattere e il timbro di un ultimatum.

Un ultimatum che ha come suo stabile referente la mondialità, la dimensione globale dei problemi. Dove sta l’origine dell’attuale pandemia, che ha trasformato il nostro mondo-ambiente in una “virosfera”?

L’origine va ricercata – mi è già capitato di scrivere – in quella violenza “estrattiva”, esercitata sulle materie prime e sulle forme di vita animali e vegetali, che ha contrassegnato l’Antropocene a partire dall’epoca industriale, determinando il global warming, la riduzione del patrimonio forestale e con esso l’espulsione dal loro habitat naturale di molte specie e il conseguente fenomeno della “zoonosi”, dello spillover, del salto del virus dall’animale all’uomo.

Catena di disastri globali che toccherà affrontare, e sperare di superare, solo globalmente: per la semplice ma decisiva ragione che, come ha icasticamente ricordato Joseph Stiglitz, “i virus, come il riscaldamento globale, non hanno bisogno di passaporto per fare il giro del mondo”.

Proprio per questo, un’utopia immanente come quella che è alla base della proposta di un Parlamento Mondiale (o anche, per altri aspetti, della proposta di una Costituzione della Terra portata avanti dalla Fondazione Basso, su iniziativa di Raniero La Valle e Luigi Ferrajoli) si presenta più realista di quella Realpolitik che, nella sua pervicace rimozione dell’attuale stato del mondo, rivela l’impotenza di un potere sempre più incapace di cogliere i segni dei tempi.

Permettetemi adesso di dare alle mie riflessioni un carattere più personale e testimoniale: dopotutto, la politica non si nutre soltanto di idee e di concetti ma anche di esperienze e di passioni….

Sono convinto che lo scenario degli orrori cui stiamo assistendo in questi anni dipenda direttamente da un vuoto: dall’assenza di movimenti di liberazione capaci di dare nuovo senso all’agire politico. Basti pensare alla portata liberatoria delle lotte delle donne iraniane e all’entusiasmo generato dalle recenti manifestazioni femminili di massa in Italia.

Sono così ritornato a un’esperienza comune a me e Mario Capanna. Ho sempre pensato il Sessantotto come una catena di lotte attraversata dal vissuto della mondialità. Anche per questo la rottura di quegli anni ha assunto il rilievo di un evento di portata mondiale. Ho un vivo ricordo dell’intensa e appassionata assemblea del novembre 1967 a Firenze, nella quale sono riuscito, con l’aiuto di Mario Capanna, a far votare l’occupazione della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Ma il “mio” Sessantotto, preparato dalla lettura dei testi di Marx negli anni del liceo, era iniziato prima: nei giorni immediatamente successivi all’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966.

Con l’arrivo in città di giovani di tutti i continenti (non solo europei e americani ma africani, mediorientali, asiatici, australiani), avvenne qualcosa di incredibile e di inatteso, come se venissimo tutti trascinati dalla forza misteriosa dello Zeitgeist, dello “spirito del tempo”: si creò una vera e propria comunità transnazionale fondata sulla condivisione degli stessi gusti, delle stesse esigenze, dello stesso spirito di ribellione, in parte anche delle stesse letture.

Incredibile, a ripensarci, come tanta affinità e comunanza potesse realizzarsi nel mondo della guerra fredda, diviso nei due blocchi, più di quanto non sia possibile nell’odierno mondo globalizzato.

Non intendo proseguire oltre nei ricordi e la faccio breve. Sta di fatto che, da quello spontaneo confluire a Firenze di giovani provenienti da lingue, tradizioni e paesi diversi era scaturita una esperienza di mondialità in cui continuo a scorgere l’onda lunga del Sessantotto, che ho poi ritrovato in altre città dove ho avuto modo di risiedere a lungo, come Francoforte, o con una certa frequenza, come Parigi e New York.

Un’onda che ho ritrovato nel testo di Mario Capanna e negli altri che compongono il volume con la proposta del Parlamento Mondiale. E che io stesso ho tentato di portare avanti nelle diverse tappe del mio percorso filosofico, mettendo a fuoco i centri gravitazionali che il presente di volta in volta esibiva: le trasformazioni del Politico; l’implosione del futuro; la critica del postmoderno; il nesso globale-locale; l’inversione del rapporto tra Occidente e Mondo; la doppia logica del mondo globale (contrassegnato da uniformazione e diaspora, interdipendenza e conflittualità).

Tutte queste tappe sfociano in una tesi compendiata in un concetto che ritengo utile nella prospettiva del Parlamento Mondiale: universalismo della differenza. In contrasto con il carattere suprematistico dell’universalismo identitario, occorre ricostruire l’universalismo a partire dal criterio e dal vertice ottico della differenza.

In breve: la differenza va assunta come la trama ontologica dell’universale. Trasferita alla dimensione pratica, la tesi comporta l’assunzione della traduzione come progetto politico: l’universale sarebbe così il risultato non di un compromesso contrattuale, di un overlapping consensus, ma di un lavoro di traduzione reciproca tra contesti di tradizione e forme di vita differenti.

Per questa via il Parlamento Mondiale potrebbe essere uno strumento per rigenerare la politica, conferendole un luogo che si collochi oltre la logica interstatale e al tempo stesso imprima una svolta democratica a una globalizzazione che è violenta proprio perché falsamente globale.

Compito arduo, dal momento che avviamo una navigazione in acque sconosciute, come segnala la splendida frase di Einstein:I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati”.

Sembra un controcanto alla celebre affermazione di Marx nella prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica: “l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere”.

Ma ora si tratta di rimettere al mondo il mondo: di dargli spazio e voce in un’Assise rappresentativa di tutti i popoli, nella quale le donne dovrebbero avere – finalmente – una funzione di guida.

Per questo quella di Capanna non si presenta come una mera esortazione. Ma ha piuttosto il carattere di un vero e proprio ultimatum.
Un ultimatum contro la guerra, in primo luogo. L’autore di queste righe, al pari di Gino Strada, non è un pacifista. È – semplicemente e risolutamente – contro la guerra. Per la decisiva ragione che la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.

Le manifestazioni oceaniche delle donne stanno a indicarci che abbiamo perduto troppo tempo. Sbrighiamoci, allora, e andiamo avanti progettando un Parlamento Mondiale capace di opporsi ai poteri costituiti del patriarcato e del post-patriarcato, conferendo un ruolo dirigente alle donne più sensibili del pianeta.

1 Gennaio 2024

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