Il caso in Iran

Piange ai funerali del figlio: arrestata

Milad era stato arrestato il 27 ottobre 2022, 40 giorni dopo la morte di Mahsa Amini che ha scatenato le proteste in tutto l’Iran. L’ottavo manifestante giustiziato

Esteri - di Valerio Fioravanti - 3 Dicembre 2023

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Il presidente dell’Iran Ebrahim Raisi
Il presidente dell’Iran Ebrahim Raisi

“Afsaneh Zohrevand arrestata perché, contravvenendo agli ordini delle autorità, ha pianto ai funerali del figlio”. Che poi non erano nemmeno veri e propri funerali, quanto un seppellimento senza cerimonie religiose in un cimitero di risulta.

Questa cosa è successa in Iran, e fa affiorare alla mente un’altra dittatura, la Corea del Nord, dove periodicamente “Ciccio Kim” (oltre a lanciare missili per farsi notare) ordina dei periodi di lutto nazionale durante i quali “è vietato ridere, pena l’arresto”.

Già, sono notizie che ci fanno venire voglia di scherzare, tanto ci sembrano lontane nel tempo e nello spazio. Ma non è così, è semplicemente il meccanismo su cui poggiano le dittature, non importa se personali, ideologiche, o religiose: bisogna tenere il popolo nella paura.

Secondo informazioni ottenute da Iran Human Rights, un’attiva ONG di iraniani in esilio che fanno base in Norvegia, il 24 novembre il corpo del manifestante Milad Zohrevand è stato deposto in un cimitero cristiano (armeno) di Hamedan, non gli hanno permesso di essere sepolto in uno musulmano.

Il corpo è stato consegnato alla famiglia in presenza di un massiccio apparato di sicurezza. Gli agenti non hanno permesso a nessuno di fare foto e video. Non hanno nemmeno permesso di stampare avvisi o distribuire le tradizionali foto ricordo del defunto. Non hanno nemmeno permesso a nessuno di piangere.

Sua madre è stata arrestata e trattenuta per diverse ore per aver pianto. Milad era stato arrestato il 27 ottobre 2022, 40 giorni dopo la morte di Mahsa Amini che ha scatenato le proteste in tutto l’Iran. È stato giustiziato segretamente nella prigione di Hamedan il 22 novembre 2023. Milad Zohrevand è stato l’ottavo manifestante di “Donna, Vita, Libertà” giustiziato dal dicembre 2022.

“Manifestante” è un termine generico, e si riferisce alle centinaia di migliaia di persone scese in piazza dopo le uccisioni nel settembre 2022 di Mahsa Amini e nell’ottobre 2023 di Armita Garavand, due giovani donne di 23 e 16 anni, picchiate a morte per non aver indossato correttamente il velo islamico, anzi Armita, con il coraggio dell’adolescenza, per non averlo indossato per niente.

Per reprimere le manifestazioni di piazza le forze di polizia, agendo quasi sempre in borghese, hanno arrestato decine di migliaia di persone, e secondo ONG attendibili, hanno ucciso 750 giovani.

I tribunali hanno emesso un centinaio di condanne a morte, e il parlamento ha creato un nuovo reato capitale: parlare con la stampa straniera. Conoscendo la situazione dei diritti umani in Iran non ci si meraviglia che non si possa piangere ai funerali di un “nemico del popolo”.

Le persone arrestate con motivazioni politiche vengono trattenute anche per mesi in apposite prigioni gestite direttamente dai Guardiani della Rivoluzione. Vengono condotti in una prigione normale solo dopo che hanno rilasciato una confessione, la quale sarà videoregistrata e mostrata in televisione durante il principale notiziario della sera.

Come vengono ottenute le confessioni? Lo sanno tutti. E di solito i giovani resistono, e cedono solo quando gli arrestano anche la madre, o peggio, la sorella.

Nessuno tocchi Caino dal gennaio 2019 ha deciso di seguire la situazione iraniana con particolare attenzione, e da allora ha pubblicato 2117 notizie di, chiamiamola così, cronaca giudiziaria, a cui va aggiunta la pubblicazione dei dati delle 2.681 impiccagioni compiute nello stesso periodo.

Alcune di queste notizie, purtroppo da fonti attendibili, raccontano che se le donne non sono brave musulmane e per caso sono ancora vergini, allora devono essere violentate in carcere per essere sicuri che vadano allo jahannam, all’inferno.

Quindi sì, i nemici del popolo devono confessare davanti alla telecamera, e durante il processo questa è spesso l’unica prova a loro carico, e comunque, siccome non sono bravi cittadini, non gli si lascia nominare un avvocato di fiducia, e quindi che le prove ci siano o non ci siano non conta molto.

Vengono poi impiccati senza preavviso alle famiglie, quindi senza un’ultima visita. Alla consegna del corpo spesso i parenti scoprono di non poterlo seppellire nella tomba di famiglia, ma gli viene assegnato un posto sperduto, spesso in un’altra città.

E se sulla tomba del “nemico del popolo” compaiono troppi fiori, o comunque ci va toppa gente, la lapide viene spaccata, e se i visitatori insistono, di notte, senza preavviso, la tomba sparirà. Gli antichi romani la chiamavano damnatio memoriae.

È bene allora che dalla periferia del nostro impero felice arrivino queste notizie. Dobbiamo ricordarcelo cosa c’era prima della imperfettissima democrazia. E cosa ancora c’è in troppe parti del mondo.

3 Dicembre 2023

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