Parla il già presidente Ucpi

Intervista a Valerio Spigarelli: “Nell’avvocatura c’è rassegnazione, bisogna tornare a scioperare”

L’ex presidente dell’Unione camere penali: “Quel che il governo ha fatto in un anno è totalmente contrario all’idea di diritto penale liberale che ci si aspettava da Nordio. Gli avvocati finiscono per protestare solo a parole. Manca una iniziativa forte"

Interviste - di Angela Stella

16 Novembre 2023 alle 15:30 - Ultimo agg. 16 Novembre 2023 alle 18:34

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L’avvocato Valerio Spigarelli
L’avvocato Valerio Spigarelli

Il Governo fa marcia indietro sulla separazione delle carriere. Ma sono tante le promesse non mantenute dal Ministro. Come deve porsi l’Avvocatura dinanzi a tutto questo? Ne parliamo con l’avvocato Valerio Spigarelli, già presidente dell’Unione Camere penali.

L’affossamento della riforma della separazione delle carriere è l’ennesima delusione che Nordio dà all’Avvocatura?
Si tratta di una delusione preannunciata. I segnali che arrivavano da tempo su questa vicenda non erano affatto rassicuranti. Credo che se, e quando, verrà formalizzata una riforma lungi dall’essere epocale non sarà neppure di matrice costituzionale. Ho il timore che, come avvenuto anni fa con Berlusconi, tirino fuori una riformicchia tentando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, da un lato rassicurando a parole gli avvocati e dall’altro non disturbando la magistratura e le Procure della Repubblica. Una truffa delle etichette.

Questa marcia indietro è in linea con tutta una serie di iniziative del Governo, a partire dalla prima in materia di giustizia riguardante l’ergastolo ostativo, che va contro il manifesto liberale del diritto penale auspicato dall’Ucpi.
Sì, al di là della separazione delle carriere, quello che realmente hanno fatto in più di un anno di Governo è in senso totalmente contrario all’idea di un diritto penale moderno, liberale, minimo, non simbolico e non reattivo, che ci si poteva aspettare da Nordio e, solo da lui, non dal resto dell’Esecutivo.

Lei crede che il Guardasigilli sia commissariato dal Sottosegretario Mantovano?
Non sono appassionato a questi retroscena della politica preferisco valutare quello che si fa. E quello che si è fatto è stato il contrario di quello che Nordio aveva proclamato prima di diventare Ministro.

Il Guardasigilli tra le varie promesse aveva rassicurato l’avvocatura che sarebbe intervenuto sul tema delle impugnazioni. Ma nulla è stato fatto nonostante il quel periodo le Camere Penali avessero addirittura proclamato una astensione a favore del Ministro.
Premesso che l’astensione fatta a supporto del Ministro era anche un po’ paradossale. In realtà era una maniera per stampellare Nordio con l’idea che lui avesse la forza politica per portare a casa qualcosa. Idea che si è dimostrata evidentemente sbagliata. Il problema è ora chiedersi cosa fare da parte dell’Avvocatura tutta. Se si leggono le dichiarazioni dei rappresentanti dell’Avvocatura e i documenti c’è da rimanere sconfortati. Siamo decisamente contro quello che viene fatto da questo Governo ma finiamo per esserlo solo a parole. Mancano iniziative forti contro la politica giudiziaria in atto.

Cosa si dovrebbe fare?
Lei ha richiamato il tema delle impugnazioni: siamo nel caos totale determinato dalle improvvide, sbagliate, illogiche scelte fatte dalla legge Cartabia. Nel frattempo la giurisprudenza, su cui pure qualcuno confidava per una lettura più garantista o meno formalista, ha fatto il contrario, anzi, nella grande maggioranza dei casi ha fatto peggio. Lo spirito della Cartabia, che era quello di trattare il tema delle impugnazioni con la bacchetta magica dell’inammissibilità, in un puro spirito di deterrenza, viene applicato alla lettera. E anche su questo le rassicurazioni sono rimaste vane. Tornando alla sua domanda: che c’è da fare?

Prego
Se riavvolgiamo il nastro della storia della politica giudiziaria di questo Paese non possiamo non rilevare che ci sono stati momenti in cui l’Avvocatura ha preso fortemente posizione contro alcune scelte legislative. Le ricordo tutto quello che è avvenuto dal 1992 al 2000 per rianimare il processo accusatorio: si arrivò addirittura a scioperare contro una sentenza della Corte Costituzionale. Quell’iniziativa forte deve essere riproposta. Certo, c’è un punto che va rammentato: a quell’epoca avevamo la possibilità di fare astensioni dalle udienze anche con imputati detenuti. E quelle iniziative ebbero una forte valenza sui tavoli della politica per l’affermazione del giusto processo e per la sopravvivenza della tematica della separazione delle carriere. Poi, a seguito di una sentenza della Consulta, quello strumento è stato disinnescato. Ora l’Avvocatura nel suo complesso deve recuperare quella possibilità perché rappresenta uno strumento di protesta forte contro un prodotto legislativo in rotta di collisione con un diritto penale, sostanziale processuale, moderno ed avanzato. Del resto siamo in una situazione in cui molti commentatori parlano di una erosione totale del processo accusatorio e io condivido questo pensiero, anche perché me ne accorgo nelle aule giudiziarie. Le prassi, infatti, sono peggiori delle leggi.

Perché non c’è la protesta che lei auspica? Un Governo troppo debole e una magistratura troppo forte?
Un Governo che esordisce rafforzando l’ergastolo ostativo, parlando di modifiche al reato di tortura, inventandosi reati ogni due giorni, è totalmente inaffidabile sui temi giudiziari. Qualcuno ci ha investito sopra perché prendeva per buone le parole di Nordio, ma è stato un investimento sbagliato, occorre prenderne atto. Il resto sta ai soggetti politici dell’Avvocatura, ma la riflessione deve essere dell’avvocatura nel suo complesso, a partire delle singole Camere Penali. È ozioso stare a dire se la responsabilità è di questo o di quello. Molto più utile è riflettere sulla perdita di tensione dell’intera avvocatura. Nel periodo di lotte che ho richiamato le associazioni dell’avvocatura erano il terminale di un disagio profondo e di una protesta diffusa da parte di chi, gli avvocati, si erano visti svuotare di contenuto il codice di procedura penale nel giro di tre anni, sotto l’impulso della magistratura che non digeriva il rito accusatorio. All’epoca reagì l’avvocatura tutta, oggi c’è una certa aria di rassegnazione che aleggia.

Abbiamo assistito alla visita del Governo alla Dna. La Procura Antimafia ha un potere di contrattazione più forte dell’avvocatura? Se parla Melillo ci si adegua, se parla l’avvocatura si fanno solo promesse.
Questa non è una novità. Ci sono esempi che affondano nella prima Repubblica. La politica alzava la testa su alcuni temi giudiziari e le procure, prima ancora che l’Anm, che poi è il megafono delle Procure, premevano direttamente sul Parlamento e riuscivano a far cambiare le decisioni. È successo ai tempi della Commissione Bozzi e di quella Boato, è successo di nuovo quando i governi Berlusconi facevano trattative sindacali con l’Anm e calavano le braghe su moltissime cose. Quindi le Procure hanno avuto un peso nel dibattito politico e anche una interlocuzione diretta con i Governi molto profondi. Ma la responsabilità è della Politica, che ogni tanto blatera sulla separazione dei poteri, ma poi si sottomette, per convenienza o peggio: per timore.

16 Novembre 2023

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