Il derby del governo

La bestemmia sovranista di Salvini e Meloni: per difendere Dio crocifiggono i migranti

L’una grida ai migranti, noncurante del diritto, di restarsene a casa pena il respingimento. L’altro evoca battaglie navali contro chi parte. La gara ha chi è più nero, specie in casa Lega, genera mostri

Politica - di Michele Prospero - 19 Settembre 2023 alle 11:00

Condividi l'articolo

La bestemmia sovranista di Salvini e Meloni: per difendere Dio crocifiggono i migranti

Il Carroccio dimentica il dialetto lumbàrd e parla francese. È guerra aperta per l’egemonia nella destra che domina la scena pubblica nel lungo letargo dell’opposizione. Tra Giorgia, che per spararle grosse sull’emergenza migranti sceglie il videomessaggio, e Salvini, cheraduna i suoi rudi padani per acclamare Le Pen nei riti celtici di Pontida, è in corso una battaglia parolaia che andrà avanti fino alle europee. Nella competizione tra amici-nemici finalizzata a stabilire chi sia più a destra nella destra, a saltare è un minimo principio di realtà.

Il ministro dei Trasporti non dà conto del fiasco della sua gestione delle ferrovie e divaga nel nulla mistificante grazie alla perenne via di fuga a buon mercato della dichiarazione di guerra contro i migranti, “non escludendo” la mobilitazione della Marina Militare. Il presidente del Consiglio, dinanzi alla farsa dei suoi proclami che annunciavano blocchi navali e guerra totale “lungo tutto il globo terracqueo”, al cospetto del corposo vuoto che la tallona nelle decisioni, non trova di meglio che rilanciare castelli di chiacchiere con divagazioni pseudo-economiche sul “rimbalzo del gatto morto”.

A Pontida, la Lega scioglie i nodi identitari con un ritorno al mondo incantato di prima del Papeete. Alle istanze del partito dei governatori, che reclamano un sostegno alle prove di buon governo, Salvini risponde riciclando l’immaginario del radicalismo di destra. Alla lunga gestione amministrativa del profondo Nord egli concede solo la funzione di mantenimento dello zoccolo duro insediato nelle zone produttive. Il controllo delle periferie nordiche è essenziale, ma non garantisce di coltivare ambizioni che trascendano il ruolo di partner minore dell’alleanza. Il sogno di gloria di Salvini rimane ancorato alla conquista del voto nel Centro-Sud.

E per sorreggere questa cavalcata trionfale, che restituisca le energie che il Capitano ha dilapidato sotto gli effetti della calura romagnola, serve che al territorio subentri l’immaginario: non l’autonomia differenziata, che promette grandi risorse alle regioni più ricche e insospettisce il Meridione abbandonato, ma una raffica di simboli immateriali volti a inventare nemici facili attraverso uscite dozzinali che non richiedono capacità di governo. Il trauma del lido di Milano Marittima non è stato riassorbito e, come un incubo, oscura qualsiasi traccia di lucidità nella strategia politica. Salvini insegue ad occhi aperti i giorni che lo incoronarono capo assoluto della destra illudendosi che quel bel mondo antico possa tornare grazie alla stessa fabbrica di inimicizia inaugurata con la “Bestia”.

Con Meloni, però, che si propone come la regina d’Occidente nella crociata per “la difesa di Dio”, è arduo per Salvini penetrare nel cuore della reazione maneggiando il suo ormai impolverato rosario. A colpi di blasfemia e di strumentalizzazioni armate di simbologie religiose, la Lega non potrà mai sottrarre alla leadership della famiglia Meloni il comando nella destra di malgoverno che ad ogni istante sbandiera la triade Dio, patria e famiglia. L’ipotesi che per spegnere la fiamma di Meloni basti esibire quella di Marine Le Pen nel verde bergamasco, sottraendo così da destra consistenti forze elettorali a FdI, rappresenta una evidente follia. Contendere il primato della nostalgia nera alle sorelle d’Italia e congiunti, o a La Russa, è una pretesa così ardita che sconfina nell’assurdo. Tra tutte queste fiamme ardenti, la poltrona di Salvini già scotta. Il suo assalto a Meloni, sotto i vessilli di un sovranismo dalle reminiscenze post-fasciste che ha preso di mira il progetto europeo, è destinato a fare cilecca.

Il raduno lombardo si svolge perciò nel segno dell’impotenza di un leader che appartiene al passato. Il segretario leghista ha perso il suo duello in un lontano agosto rovente, e nessun colpo di teatro basterà a restituirgli il vigore smarrito. Lo scettro della guida del più grande partito nazionale non è più disponibile e, dinanzi allo schiaffo possibile delle elezioni del giugno 2024, il Capitano verrà invitato dai suoi a strapparsi i galloni per rilanciare il ruolo di salvezza spettante alla Lega degli amministratori, magari con in dote l’autonomia differenziata. Più che nell’inchino alla Le Pen, la Lega ha nella riforma di Calderoli l’unico asso nella manica per convergere al centro assieme a Forza Italia e limitare così l’impeto post-missino all’interno della coalizione.

19 Settembre 2023

Condividi l'articolo