La strage di Brandizzo

“Strage di Brandizzo, non è errore umano ma politiche aziendali”, parla Giorgio Airaudo

«Parlare di errore umano è fuori dal mondo. Le politiche aziendali sono scelte consapevoli e strategiche. È prevalsa l’idea che si fa efficienza riducendo i tempi. I più esposti sono i lavoratori precari e con salari più bassi»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 5 Settembre 2023

CONDIVIDI

“Strage di Brandizzo, non è errore umano ma politiche aziendali”, parla Giorgio Airaudo

Il suo è un possente, documentato j’accuse: “In questi sedici anni l’atteggiamento della politica è stato poco serio, si emoziona, si indigna, si fanno dichiarazioni. Ma come dimostra la Thyssen non si vedono le conseguenze. C’è un senso di impunità per le imprese, a partire da quelle grandi che spesso si sentono al di sopra della legge”. Ad affermarlo è Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil Piemonte.

“I morti sul lavoro non sono mai fatalità”. E le vittime della strage di Brandizzo “non sono morti colposi, ci sono responsabilità”. Sono sue dichiarazioni a caldo. A distanza di alcuni giorni cosa si può dire di più?
Si può dire che stanno emergendo molte cose al di là di ciò che accerterà la magistratura. Sta emergendo che c’è un modo di fare, che c’è un sistema di gestione deficitario della gestione delle manutenzioni, che c’è un enorme numero di appalti sulla rete ferroviaria che, a stare al piano industriale di Rfi, è per il 40% dichiarata obsoleta da loro. Rete ferroviaria su cui però loro dicono che deve passare un 20% di merci in più. Le due cose non stanno insieme.

Lei ha sostenuto che in queste tragedie sul lavoro c’è sempre una responsabilità. Perché?
Qualunque impresa, dalla più piccola alla più grande, a maggiore ragione se parliamo della produzione delle manutenzioni, perché la manutenzione è un prodotto di alta qualità, è dotata di sistemi sofisticati di comando e di controllo. Ci sono delle gerarchie, delle procedure, delle competenze stratificate. Quando si passa dai propri manutentori agli appalti, è sempre il committente che deve garantire la qualità e l’operatività in sicurezza. Parlare di errore umano, di fatalità non si può neanche sentire, non siamo di fronte a un fulmine o a un meteorite Stiamo parlando di processi complessi dove politiche aziendali determinano comportamenti. E queste sono scelte consapevoli, strategiche, e non “errori umani”.

Lei parla di realtà contrapposta a narrazioni fuorvianti. Qual è al fondo questa realtà?
Veniamo da un lunghissimo periodo, quindici-vent’anni almeno, in cui è prevalsa l’idea che si fa efficienza riducendo i tempi. E non aumentando l’innovazione. Siamo di fronte ad una diseguaglianza che anche in presenza di innovazione non è distribuita nello stesso modo.
Un esempio clamoroso: sulla linea dell’alta velocità c’è il massimo della sicurezza tecnologica possibile, perché sono linee ad alta redditività. Le linee dei pendolari, che sono la stragrande maggioranza, quelle dove passano gli anziani che non hanno un mezzo e usano la ferrovia, dove passano i nostri studenti, le persone che vanno a lavorare, e le merci, sono invece linee obsolete, linee dove non ci sono le migliori tecnologie di sicurezza, dove non operano direttamente i manutentori di Rfi ma si opera in subappalto. Quando si entra in subappalto scatta un altro meccanismo…

Vale a dire?
Questi subappalti s’incrociano con quello che è diventato il mercato del lavoro negli ultimi quindici-vent’anni in Italia. La scelta politica di riduzione dei costi, la scelta politica di comprimere i tempi per aumentare i risparmi e massimizzare gli eventuali profitti lungo la catena del valore, di quel prodotto o del trasporto, fa sì che gli ultimi, i più esposti in ogni senso, siano i lavoratori che devono lottare con la precarietà, che hanno salari differenti. A parità di lavoro, tra un manutentore Rfi e un manutentore di un’impresa in subappalto quest’ultimo prende una paga inferiore. È drammaticamente esplicativa la storia di uno dei lavoratori dell’impresa in cui lavoravano gli operai morti a Brandizzo, che da quell’impresa si è licenziato. Se guadagnava 1000 euro al mese facendo un turno, per arrivare a 1600 euro doveva fare due turni consecutivi, che vuol dire quasi 16 ore di lavoro. Stiamo parlando di persone che hanno salari bassi, fanno lavori pesanti, a rischio e di alta professionalità, su linee obsolete. È una scelta tragicamente sbagliata, che è una delle ragioni che spiega il perché noi abbiamo salari più bassi in Europa. Perché la competizione del grosso del nostro sistema, al netto di eccezioni, si è fatta comprimendo il costo del lavoro.
Abbiamo scelto la via bassa. Sfruttiamo di più le persone, gli allunghiamo la vita lavorativa, facciamo lavorare per più tempo gli stessi, li facciamo lavorare male. Non abbiamo investito in innovazione, se non in nicchie. Gli esseri umani alla fine hanno i loro corpi.
Ho un’immagine scioccante davanti agli occhi.

Quale immagine?
La fotografia presa dall’alto di quasi 2 chilometri di calce bianca sui binari di Brandizzo. Fa impressione, perché la frantumazione del lavoro lì coincide con l’inesistenza dei corpi. Perché quei corpi lì non ci sono più. Sono esplosi. C’è una immagine terribile: alla fine c’è voluta la calce. Un paese non può nascondere sotto la calce i corpi di uomini che lavoravano e lavorano per avere più soldi possibile, per finire prima possibile, perché sennò la loro azienda aveva delle penali, e se aveva delle penali avevano dei problemi, se erano dei precari non li avrebbero stabilizzati. È questo sistema che non funziona. Queste tragedie lo svelano improvvisamente, ma questa situazione esiste in moltissimi settori, – la logistica, i cantieri etc – non è che riguarda solo Rfi o le ferrovie. Semmai è clamoroso che li riguardi, visto la delicatezza di quel lavoro.

Quant’è la responsabilità della politica in tutto questo?
Tutti hanno un pezzo di responsabilità. La politica è debole rispetto agli interessi economici. Spesso lo sono i governi che dovrebbero fare le leggi. Ma anche su questo va fatta chiarezza. In Italia non abbiamo delle brutte leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Abbiamo un problema di applicabilità. Sono totalmente d’accordo con l’ex procuratore Guariniello. Sui giornali locali della mia città, Torino, si dice che il tribunale di Ivrea, quello competente per questa vicenda, che sta intervenendo con immediatezza, che sta acclarando, è una delle più piccole preture d’Italia. Sono 120 le preture in Italia. Ogni magistrato ha circa 1700-1800 fascicoli sulla scrivania. Ha ragione Guariniello. Se vuoi applicare le leggi sulla sicurezza nel lavoro, devi essere veloce, tempestivo, perché devi acquisire immediatamente tutte le informazioni, devi istruire immediatamente un processo, come lui riuscì a fare perché aveva una splendida squadra a Torino costruita in venti anni di esperienza e pratica, a tutela della salute dei lavoratori, facendo rispettare le leggi dello stato italiano. Il grosso dei reati sulla sicurezza, sugli infortuni, in Italia si prescrivono. Oltre il 90% vengono prescritti, perché la giustizia non fa in tempo. La procura di Ivrea dovrà dotarsi di competenze, di specialisti in sicurezza ferroviaria. Ne ha le risorse, ne ha i mezzi? Quei magistrati hanno le competenze tecniche, la formazione specifica? Credo che Guariniello abbia ragione quando dice che servirebbe una Procura nazionale che specializzi dei magistrati, che abbia a disposizione tecnici perché se c’è un morto in un cantiere edile devi avere certe competenze, se uno muore in un’azienda chimica deve averne altre, se uno muore in un silos, nell’agro-industria, deve averne altre ancora. Come puoi pensare che in ogni procura ci siano tutte queste specializzazioni, competenze, risorse? È il numero di morti e infortuni a dire che dobbiamo paragonare la lotta alle morti nel lavoro e agli infortuni alla stessa lotta alla mafia. Sono due cose diversissime, so che sembra una eresia ma c’è un fatto che non può essere tollerato oltre.

Qual è questo fatto intollerabile?
Si è creata una specie di aurea di impunità. Che mette insieme la forte spinta al risparmio, con l’altrettanto forte spinta alla flessibilità che è diventata precarietà. Con un paradosso. La flessibilità andrebbe pagata di più. Se io lavoro di sabato e di domenica, dovresti pagarmi di più, o col salario, o con riduzione di orario, o in altre forme. Invece noi siamo al fatto che in questo paese chi fa gli orari disagiati spesso è pagato meno. Questo dumping che si è creato, che fa da humus al rischio, aumenta la propensione al rischio dei singoli e aumenta la spinta delle strutture d’impresa a forzare i tempi. Ritorniamo all’incidente di Brandizzo. Sta venendo fuori, soprattutto dalle persone che hanno cessato di lavorare, che questa era la prassi. La magistratura dovrà accertare le singole responsabilità, farà il suo percorso. Ma io troverei grave che ci si fermasse ai due indagati di oggi, al di là delle loro responsabilità ultime, dirette, perché quelli sono l’ultimo gradino di un ingranaggio che spinge, che dice bisogna far presto. Il nostro segretario nazionale degli edili, Alessandro Genovesi, dice a Repubblica una cosa indicativa: se i tempi della manutenzione sono passati da 4-5 ore a 3 ore, e se non li fai in 3 ore c’è la penale di azienda, e se c’è la penale e sei un precario quell’azienda non ti conferma, e se c’è la penale poi ti tartassano e non ti fanno fare gli straordinari, e se non fai gli straordinari tu non aumenti il tuo salario, perché i salari sono bassi. È una spirale che va spezzata.

Come?
Nello specifico riorganizzando il sistema delle manutenzioni di Rfi e il rapporto col subappalto, e le responsabilità del committente. E poi serve una giustizia, che quando interviene lo faccia rapidamente, ha competenze, si forma. Se vuoi fare davvero la guerra agli infortuni e alle morti, devi dire che c’è una deterrenza. E la deterrenza nella convivenza civile si chiama rispetto della legge.
I nostri edili, nella mia regione, hanno fatto uno studio, un anno fa, e hanno scoperto che un’azienda edile può ricevere una visita ispettiva una volta ogni venti anni. Siamo al ridicolo. Peraltro con la mobilità del sistema delle imprese, in alcuni settori come quello edile, fa tempo a fallire un’azienda o essere acquisita prima di essere ispezionata. Quello che non funziona non sono le leggi, che sono buone. Non funziona la parte dissuasiva-repressiva nel momento in cui bisogna intervenire e accertare le responsabilità, che sarebbe una deterrenza. E poi non funziona la fase preventiva. Io ho fatto una esperienza in Piemonte. Pochi mesi fa abbiamo consegnato al presidente della Regione, Cirio, 25 esposti chiedendo che ispettori dell’Ispettorato del lavoro o quelli delle Asl andassero a ispezionare 25 luoghi di lavoro dove noi dicevamo che c’erano dei comportamenti a rischio per la salute e la vita dei lavoratori.

Come è andata a finire?
Gli ispettori si sono mossi, il presidente della Regione ha accolto questi ricorsi. In una importante azienda, l’Ilva di Novi Ligure, gli ispettori sono andati e hanno scoperto che c’era un carro ponte che porta coils da tonnellate, che era senza freni. Nella settimana in cui facevano le ispezioni, è venuto giù un coil. Per fortuna non c’era nessuno sotto. Se un carro ponte non ha i freni, alla fine sbatte. E se sbatte, il peso può spezzare la catena di sostegno. Ed è successo. In un’altra azienda del novarese, una falegnameria, mentre c’erano gli ispettori, un giovane lavoratore si è infortunato mentre erano dentro loro. Altra questione più che dolente. Gli rls e gli rlst, i responsabili dei lavoratori alla sicurezza, che sono previsti da una legge, delegati eletti dai lavoratori previsti da una legge e proposti dal sindacato: questi possono fare segnalazioni ma quando gli ispettori vanno in azienda non sono obbligati a sentirli. Qualche volta le aziende sanno che arrivano gli ispettori, e prima che arrivano si “spolvera” tutto. Se uno arriva lì, non va da un lavoratore a chiedergli perché c’è stata questa segnalazione, mi fai vedere. Non va da un sindacalista, rls o rlst, che ha peraltro una tutela di legge. Gli rls o rlst dovrebbero peraltro avere una forza rappresentativa superiore ai delegati sindacali proprio perché sono individuati attraverso una legge. Ma contano poco. Non basta.

Cos’altro c’è che non va?
Bisogna sempre ricordare che sono i datori di lavoro i responsabili, perché se io sono lavoratore dipendente sei tu, datore di lavoro, che mi devi dare mettere in sicurezza. La sicurezza dovrebbe essere parte degli “attrezzi” del lavoro. Come ti do un tornio per lavorare, la cazzuola, ti do anche la sicurezza. Quei responsabili che fanno una segnalazione, non sanno mai cosa succede dopo. Non vengono neanche informati, perché non è previsto questo, dell’esito, prescrizione, multe, sanzioni. I 25 casi che abbiamo segnalato in Piemonte, li stiamo seguendo uno ad uno. Stiamo incalzando le Asl e gli Ispettorati che non hanno ancora fatto questo. Poi la ministra Calderone viene a Torino a dire abbiamo assunto 900 ispettori. Gli ha assunti il precedente governo, ma va bene lo stesso Se non fosse che questi 900 ispettori sono ancora in formazione. In Piemonte ne sono arrivati 80. Sono ancora in formazione, mentre noi avremmo bisogno che usino le scarpe, che vadano a visitare le imprese. Bisognerebbe che ogni impresa sapesse che è normale che uno venga a verificare e che può anche dare dei buoni consigli.
A me è capitato di andare in un centro di smistamento di Poste italiane, un importante centro del nord ovest, e vedere donne sollevare più cassoni di riviste a braccia. Mi sono permesso di dire a chi mi accompagnava ci sono mezzi tecnologici, sollevatori idraulici. Quelle lavoratrici che sollevano a mano cassoni pesanti di riviste, è sicuro che nel giro di qualche anno avranno problemi agli arti superiori, alla schiena. Non abbiamo soltanto la piccola azienda sfruttata o del subappalto. Abbiamo importanti imprese leader che, come si dice, fanno margini sulle condizioni dei lavoratori. Lo fanno quando assumono precari, quando non li stabilizzano, quando tengono i salari bassi, e lo fanno anche quando invitano a correre, magari al di là delle procedure. Ottime procedure. Certo che la procedura prevedeva che si lavorasse con le necessarie autorizzazioni delle persone. Quei lavoratori non dovevano cominciare, come sembra, a smontare i bulloni prima che i treni non passassero. Ma se sai che devi finire velocemente, perché devi andare da un’altra parte o perché se finisci tardi paghi penali di migliaia di euro, si crea un meccanismo perverso, quasi induttivo. Magari di questo la magistratura potrebbe non trovare traccia, perché magari gli ordini erano giusti, ma se la prassi è fatta la regola, superare la regola, perché se sei un responsabile fai carriera solo se non “rompi” sai cosa. Tutto ciò che sta sotto il tappeto, che oggi si svela perché c’è stata una strage, dovrebbe essere spazzato via. Bisogna fermare questa deriva. Dare più tempo, rinegoziare le condizioni delle manutenzioni. Occorre guardare oltre i nostri confini. Pensiamo all’Inghilterra, alle ferrovie che la Thatcher privatizzò di colpo. Cominciarono ad esserci incidenti. Gli inglesi c’hanno messo quindici anni a ricostruire le manutenzioni per limitare gli incidenti. Perché le avevano smantellate. In Italia anche se in modo strisciante va così. Va così se riduci i tuoi manutentori, li sposti sul subappalto, non governi il subappalto, forzi i tempi, eserciti pressioni sulle condizioni, scegliendo una via bassa nell’innovazione. E in ultimo. Ci si chiede come è possibile che accadono cose del genere nella fase della massima digitalizzazione, alla vigilia dell’intelligenza artificiale. E’ possibile perché ci sono tratte remunerative, su cui s’investe, e linee che non lo sono. C’è la diseguaglianza anche lì. Ed è una diseguaglianza che uccide.

5 Settembre 2023

Condividi l'articolo