La risposta allo storico

L’ossessione di Galli Della Loggia per il Pci: ma comunisti e camerati non sono equiparabili

L’editorialista del Corriere, come di frequente gli capita, si scaglia contro la sinistra che è parte integrante della storia del Paese. Si dia pace: comunisti e camerati non sono equiparabili

Editoriali - di Michele Prospero - 22 Agosto 2023

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Ernesto galli della loggia
Ernesto galli della loggia

Ce l’ha con l’“ufficialità repubblicana” che impedisce di incidere sopra una targa commemorativa le parole definitive: “vittima della violenza comunista”. Denuncia la “regola assoluta dei due pesi e due misure” che non permette l’equiparazione tra fascismo e comunismo. Il nemico da demolire è “il discorso ufficiale sul passato del Paese fatto proprio dalle istituzioni e considerato il solo legittimo”.

Si batte temerario contro “l’ethos pubblico accreditato che le agenzie pubbliche e i maggiori mass media cercano quotidianamente di inculcare”, incurante del fatto che l’amico Paolo Mieli in Rai sia il dominus del televisionismo storiografico e che a Palazzo Chigi e nei canali di Stato l’agenda venga dettata dalla Fiamma. Vuole estirpare l’“inestinguibile e insopportabile faziosità italiana” che naturalmente, per lui, è sempre quella degli altri. Sembrano estratti di un Donzelli ad Atreju o di un Mollicone su un settimanale d’area, in realtà a parlare è lo storico del Corriere della sera.

Come il grande filosofo che ogni giorno passeggiava scegliendo i consueti luoghi, atteso puntualmente alla solita ora, anche Galli della Loggia naviga in rete e compila lo stesso articolo a intervalli talmente regolari che ormai l’abbonato al Corriere, scuotendo le spalle, si aspetta da lui proprio quelle formule immote, gli abituali concetti, i rituali bersagli. Così se ad aprile il fortunato lettore si era dilettato a leggere del Pciche non poteva certo dirsi una forza politica democratica” e della “trucissima «Unità» filosovietica”, ad agosto può deliziarsi con il comunismo italianopatologia antidemocratica”.

Grazie alle metaforiche passeggiate sulla tastiera, all’erudito basta un virtuale copia e incolla per incastrare i pensieri e spargere, in ciascun esemplare in serie da dare alle stampe, il medesimo contenuto. Faceva bene, nel fondo di maggio sul Corriere, a prendersela con quei “dischi” registrati che ci rispondono con robotica ripetitività quando telefoniamo per qualche servizio o un’informazione urgente, accusandoli di “mirare di fatto a sostituire le capacità umane, a surrogarle”: a che servono certi diabolici marchingegni se un’analoga funzione può essere espletata da uno studioso “in carne ed ossa” che, con caparbietà quasi meccanica, sa alla bisogna riprodurre l’identico spartito. Tutto cambia, le istituzioni sociali sono ovunque in crisi irreversibile, il mutamento climatico altera persino lo scorrere delle stagioni. Solo la penna anticomunista di Galli della Loggia rimane inscalfibile, resiste al tempo, alle volatili esperienze.

Se al filosofo camminare giovava anche per affinare le prerogative della ragion pura, per lo storico esplorare il web sempre alla stessa maniera è un’occasione per definire le salde categorie che egli chiama del “sentire comune”. Basta con gli archivi da divorare, al bando le verifiche sulle fonti documentali e gli scartafacci, per la nuova storia i fatti sono ospitati nel cuore della gente. Per penetrare nei meandri del senso comune, la firma del Corriere ha una modo infallibile di procedere: bisogna cogliere “ciò di cui è convinta nel proprio intimo la maggioranza degli italiani”, giacché esso soltanto rappresenta la fattualità convalidata.

Questa scuola di storiografia neo-platonica, che si indirizza nell’anima per afferrare ciò che abita in interiore homine, evita però la deriva mistica aggrappandosi a una originale e più prosaica invenzione: la verità spirituale, per Galli della Loggia,si vede regolarmente ogni volta che si aprono le urne”. La realtà storica, insomma, si misura un tanto a scheda. E i Patrioti, che hanno raccolto il 26% alle elezioni, non meritano solamente il potere ma hanno la facoltà di schiudere anche la bocca della verità.

Per via di questo ruolo esplicativo, non dei testi ingialliti, ma delle cabine elettorali e degli scrutatori, l’editorialista si presenta come l’oracolo che scrivendo disvela la veritas coltivata “intimamente” dalla “maggioranza degli italiani”. Galilei, valendosi dell’immagine della corsa, affermava che nelle questioni scientifiche un solo cavallo barbero è meglio di cento frisoni, poiché la logica della scoperta non si mette mai ai voti dell’opinare. Ma come paragonare lo scienziato con il cannocchiale allo storico della “maggioranza” interiore? Il “sentire comune”, per quest’ultimo, dimostra indubbiamente che nel Novecento italiano l’aberrazione è stata quella di aver avuto “un fortissimo movimento comunista senza eguali”.

Con la precisione di un pendolo che non tradisce di un secondo, ecco allora servita la pietanza preferita dallo storico “di maggioranza”: l’immutabile elzeviro illimitatamente riproposto per confermare che i comunisti sono (stati) il male dello Stivale. E pensare che al Corriere in molti provengono da quella feconda palestra politica, anche se c’è pure qualcuno che si è fatto le ossa in Potere Operaio. La rivelazione “maggioritaria”, per Galli della Loggia, andrebbe alacremente impressa nella “memoria pubblica”, che invece brancola nella confusione per colpa delle mistificazioni istituzionali e, lui tiene a ribadire, dei grandi gruppi editoriali. Occorre, una volta per tutte, accettare il vero scolpito nell’“intimità” dei più: in Italia sono riscontrabili “due patologie antidemocratiche”, per cui comunisti e fascisti pari sono.

Se il fascismo era autoritario, la Repubblica non è meno illiberale nelle sue fondamenta. Sulla base della legge storiografica della “duplicità antidemocratica”, la Costituzione repubblicana a viva impronta socialcomunista deve andare in malora. La malattia italiana sta nell’aver prodotto Gramsci e, con lui, migliaia di detenuti politici che mai si arresero al Tribunale speciale, il fiore dei partigiani rossi che combatterono fino alla Liberazione, la maleodorante firma di Umberto Terracini in calce alla odiata Carta, il partito nuovo che lottò per le libertà e l’emancipazione delle masse, la linea della fermezza del Pci nel contrastare la ferocia del brigatismo. I sette fratelli Cervi, alla luce dei canoni dell’annalistica fresca di conio, sono della identica pasta dei loro massacratori; i caduti inermi a piazza della Loggia hanno la medesima tempra di quelli che hanno innescato la bomba. E Ingrao, Iotti, Napolitano, D’Alema, Violante, Bertinotti, hanno infestato le istituzioni che gestivano come i sospetti esponenti di uno dei due morbi parimenti ostili alla democrazia.

Oltre a stigmatizzare la persistente riluttanza di coloro che ricorrono al “doppiopesismo” pur di non appaiare il fascio e la falce e martello, lo storico della “maggioranza” elettorale si arrabbia anche con chi si ostina a non riconoscere che “comunisti” erano tanto i dirigenti e funzionari di Botteghe Oscure quanto i terroristi armati di via Gradoli. E che quindi Guido Rossa era dello stesso partito di chi l’ha trucidato. Le Annales della Cairo Editore sono davvero inarrivabili. Come Voltaire a sostegno dei lumi trovava la comprensione di Caterina la Grande, così la novella storiografia reazionaria dell’interiorità ha in Urbano il suo facoltoso protettore, che elargisce agli affezionati del Corriere l’eterno ritorno dell’uguale editoriale.

Tanto, diceva quel tale, la carta è tollerante. E però al prodigo mecenate milanese tocca pure ingurgitare la stravagante rampogna dello storico “underdog” che sul suo quotidiano, il primo per diffusione e influenza, inveisce, forse preso da smarrimento, contro “la stampa che conta” e “le tv che vanno per la maggiore”. Credeva, il presidente del Torino, di essersi finalmente imposto nei salotti buoni assumendo il controllo di Rcs, non sapeva che era solo diventato il principale azionista della “Galli della Loggia Communication”.

22 Agosto 2023

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